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Cuore e amore al posto dell’alcol

L’aumento delle dipendenze va di pari passo con l’indebolimento dei legami sociali, dei sogni collettivi e con l’aumento della solitudine su un fondo di depressione

Lo sballo alcolico di massa diventa sempre più frequente nelle piazze europee, ci dice la cronaca di questi giorni. Il problema è affrontato ancora male dalla società che non corre ai ripari, mentre il fenomeno è ben conosciuto e descritto nei dettagli. Alessandra di Pietro, ne “Il gioco della Bottiglia” racconta attraverso storie di ragazzi l’angoscia dei genitori per il figlio che torna a casa ubriaco, e l’angoscia di una generazione di figli che sono restati senza genitori, troppo presi dal lavoro e dall’impreparazione a crescerli.

“Tra gli 11 e i 15 anni da noi aumenta sensibilmente la percentuale dei giovani che consuma alcol una volta a settimana, quindi con regolarità”, si legge nel libro che spiega lo scarso effetto preventivo delle leggi, e addirittura un effetto contrario dei pur giusti tentativi di spiegare ai ragazzi gli effetti disastrosi dell’alcol su fegato, cervello e sulla libidine.

Ma il libro ci spiega che la situazione in Italia è ancora meno grave che per esempio in Spagna o Danimarca. Forse il peggio deve ancora venire.

In Inghilterra il fenomeno – riportano le cronache di ottobre – si chiama Carnage, l’organizzazione di eventi che è stata caratterizzata da sballi alcolici di massa, con perdita di controllo del branco che va a infestare in semiincoscienza le strade di grandi città britanniche.

Perché ora sballarsi in gruppo è normale, non più una provocazione o una protesta; lo sballo di gruppo ha sostituito nelle strade le manifestazioni, le proteste, le rivendicazioni. Il gruppo oggi è il luogo dello sballo e paradossalmente nel quadro grigio dell’alcolismo è l’ultimo fattore umano, perché ci si potrebbe ubriacare da soli, ma farlo in gruppo mostra un ultima spiaggia di (malriposta) socialità, dunque di umanità. Che però è umanità malata.

Il problema è allora come curare questa malattia. Ci dà una mano il libro Le Desir Malade (Il desiderio malato) di Marc Valleur e Jean-Claude Matysiak esperti di dipendenze patologiche: la malattia dell’umanità che cerca lo sballo di gruppo è un virus che ha colpito il senso del desiderare.

L’uomo non ha perso il suo desiderio di felicità e bellezza, solo che il desiderio si è ammalato; non è che sia riversato verso fini errati (la crescita di sostanze che danno dipendenza è solo la conseguenza); il dramma è che oggi il desiderio umano in molti è catatonico; è cieco e senza bussola, e si attacca agli appigli più facili, condivisi da molti (droga, azzardo, alcol, fumo) perché sono bisogni elementari che hanno sostituito gli altri bisogni elementari (pace, giustizia, liberazione) ma che richiedono organizzazione, impossibile nella società solitaria, inadatta alla ricerca del vero piacere come riporta l’ultimo numero della rivista francese Psychologies: “L’aumento delle dipendenze va di pari passo con l’indebolimento dei legami sociali, dei sogni collettivi e con l’aumento della solitudine su un fondo di depressione” .

I due psichiatri francesi nel libro sostengono che cent’anni fa soddisfare certi desideri anche trasgressivi sembrava una conquista di libertà; oggi è divenuto una noiosa banalità. “E questo è un problema”, scrivono. “È lo stesso desiderio che si è ammalato, dato che noi ci siamo assuefatti a ogni soddisfacimento. Forse oggi si soffre meno di rimozione del desiderio, ma l’isteria è stata rimpiazzata da altre due malattie: la depressione, di cui soffrono quelli che non hanno più l’energia di difendere nella competizione per il piacere la loro parte di bottino. E la dipendenza (dal gioco d’azzardo e dalle varie sostanze d’abuso)”.

Gli attuali bevitori da sballo hanno ereditato geneticamente questa malattia del desiderio dai genitori assenti, da padri-non-padri e da cinquant’anni di ideali sostituiti col consumismo.

Sulle generazioni precedenti non si può più intervenire; ma sul futuro si può? Forse sì. Valorizzando e rincuorando il 44% dei giovani che, riporta la Di Pietro, non si sballano ma di cui non parla nessuno, perché l’Italia e l’Europa vivono solo reattivamente, puntando solo sulle emergenze e non sui progetti.

Ma il convincimento sull’adolescente funziona poco se viene dalla generazione precedente o dal “potere costituito”, ed è forte se viene dai suoi pari, secondo quanto riporta l’Autrice. Se ne parla poco, ma è l’Italia nascosta dalla corsa alle emergenze, quella che invece va raccontata.

 

About Carlo Bellieni

Carlo Bellieni è neonatologo, dirigente medico presso l'Unità Operativa di Terapia Intensiva Neonatale  Policlinico Universitario di Siena e consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita

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