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Cristiani nelle terre del Corano

Intervista a Michele Zanzucchi, caporedattore della rivista “Città Nuova”

ROMA, venerdì, 13 luglio 2007 (ZENIT.org).- Il 27 giugno scorso, presso la sede della Federazione nazionale della Stampa Italiana (FNSI) di Roma, è stato presentato un nuovo libro di Michele Zanzucchi dal titolo “Cristiani nelle terre del Corano. Viaggio nei Paesi musulmani del Mediterraneo” (Città Nuova, 236 pagine, 18 Euro).

Si tratta di un volume in cui Zanzucchi racconta di un lungo viaggio in 14 Paesi, dalla Terra Santa fino alla Bosnia, passando per Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Turchia, Macedonia. Kosovo, Albania, Bosnia ed Erzegovina.

Secondo l’autore, che lungo il cammino ha incontrato Vescovi, Patriarchi, laici, religiosi, imprenditori e madri di famiglia, “le minoranze religiose cristiane nei Paesi musulmani sono una grande risorsa verso la risoluzione dei conflitti”.

Zanzucchi ha raccontato di aver trovato “una ricchezza umana impressionante, ma anche tanto dolore”; ed ha aggiunto che sebbene “il sentimento di scontro tra civiltà non esiste”, si avverte, tuttavia, “il contrasto”.

Nel presentare il volume il giornalista tunisino Adnane Mokrani ha sottolineato che c’è bisogno di “creare un’alleanza, tra musulmani e cristiani, per promuovere lo sviluppo della società civile e la democrazia”.

La presenza dei cristiani nella terra di Gesù, ha osservato Mokrani, “sono più di una necessità per favorire una visione dialogante e garantire il pluralismo”.

Michele Zanzucchi è caporedattore della rivista “Città Nuova”, docente di giornalismo alla Pontificia Università Gregoriana e autore di circa una ventina di libri. ZENIT lo ha intervistato.

Dal Marocco fino alla Bosnia, passando per la Terra Santa. Qual è la situazione dei cristiani nelle terre del Corano?

Zanzucchi: Non mi sembra si possa affermare che la situazione sia uniforme. Ogni Paese ha le sue caratteristiche religiose, il suo grado di tolleranza, la sua apertura al “diverso-da-sé”. In Iraq i cristiani, ad esempio, rischiano di scomparire per le conseguenze della lunga guerra, mentre in Siria, caso assai diverso, godono di una discreta libertà d’iniziativa e vivono in un clima di sostanziale coesione sociale. Non si può dire perciò che i cristiani siano “perseguitati” ovunque nel mondo musulmano, in particolare nelle terre attorno al Mediterraneo, anche se alcune situazioni sono pericolosamente assai vicine alla persecuzione. Né va dimenticato che spesso sono alcuni gruppi “estremisti” protestanti, di radice statunitense, che attirano su di sé l’attenzione ostile delle autorità religiose musulmane e della popolazione, “inducendo” conversioni illecite, ovviamente secondo le leggi locali dei singoli Paesi, anche con aiuti finanziari.

Nel libro riporta eroiche e sante testimonianze di cristiani che vivono ormai in terre di martirio. Quali sono le storie che l’hanno più colpito e perché?

Zanzucchi: Tra le tante vicende raccolte, ne ricordo un paio. La prima è quella del Vescovo di Tripoli, in Libia, monsignor Giovanni Martinelli, che col suo spirito dialogante e tenace, sempre pronto alla testimonianza evangelica, è riuscito nell’impresa di far riaprire la vecchia Cattedrale di Tripoli, Santa Maria degli Angeli, affidandola poi agli anglicani: spirito di dialogo ecumenico e interreligioso insieme! Una seconda storia è quella del Vicesindaco di Betlemme, a cui è stata uccisa la figlia dalle incaute raffiche di mitra di una pattuglia israeliana: ha perdonato, ma non per questo si è arreso nel suo tentativo di sostenere la comunità cristiana palestinese anche politicamente in un contesto difficile come quello dei Territori palestinesi da cui i cristiani stanno emigrando in percentuali annuali a due cifre.

Per molti secoli la zona mediorientale è stata culla dell’evangelizzazione cristiana. Poi però, la presenza cristiana si è sempre più ridotta e frammentata. Esempio tipico è quanto accaduto in Libano. A seguito del suo affascinante viaggio che idea si è fatto? Perché i cristiani non aumentano e anzi scappano via? E quali sono le prospettive nel breve e lungo periodo?

Zanzucchi: La presenza cristiana, come sosteneva il teologo musulmano Adnane Mokrani alla recente presentazione del mio libro a Roma, “è indispensabile per gli stessi musulmani”. Non è un’affermazione banale: la presenza cristiana è in effetti fondamentale per la vita sociale, politica e religiosa della regione, non solo perché è una presenza ben più antica di quella musulmana – e quindi importante per la Storia – ma anche perché i cristiani sanno mediare, sanno “mettere assieme in modo ineguagliato i pezzi scollati”, come mi diceva un deputato siriano musulmano. Certo, i cristiani se ne vanno a frotte, spinti innanzitutto da questioni economiche, poi da questioni politico-sociali, e infine da questioni religiose. Ma le prime due motivazioni sono indiscutibilmente le principali.

Tra l’altro, va sottolineato come i cristiani di quelle regioni possano contare sull’aiuto all’estero delle tante piccole diaspore delle loro stesse comunità, cosicché i ricongiungimenti sono più facili di quanto non sia per tanti musulmani che egualmente vorrebbero andarsene per motivi economici o politico-sociali. Nel breve periodo l’emorragia continuerà, inutile illudersi. Nel medio-lungo periodo l’esodo potrebbe anche rallentare e addirittura fermarsi, a condizione che venga risolto il nodo israelo-palestinese e che le comunità cristiane dei nostri Paesi occidentali sostengano con costanza ed energia la presenza cristiana in quelle Terre.

Come si fa a testimoniare Cristo in luoghi dove è vietato anche pronunciare il suo nome? E in che modo la missione di portare verità e carità può essere efficace nelle terre del Corano?

Zanzucchi: Ricordo le parole di tanti Vescovi e Patriarchi, non solo cattolici, incontrati lungo il mio periplo: la prima testimonianza è quella dell’essere, cioè del seguire il Cristo irraggiando la sua luce attorno a sé, in primo luogo essendo veicoli del suo amore, della sua carità. Questa testimonianza non verbale – che i laici cristiani incarnano magnificamente negli ospedali, negli uffici pubblici, nelle biblioteche, nei rapporti coi vicini… – è forse ancor più efficace di quella della parola, perché è autentica, perché è evangelica, perché è indiscutibile. Un’altra testimonianza che appare sempre più necessaria è quella tutta intra-cristiana dell’ecumenismo tra Chiese diverse: se i musulmani vedono una cristianità unita, la credibilità dei cristiani aumenta enormemente, come ho costatato ad Aleppo in Siria, a Tirana in Albania, ad Algeri e Tripoli…

Certo, non si è attualmente in presenza di una vera libertà religiosa che potrebbe permettere anche una evangelizzazione “completa”: bisogna lavorare alacremente (anche e soprattutto dall’esterno) per una vera tolleranza in questo campo, per arrivare alla fine anche a permettere un cambio di religione. Il cammino non sarà facile in questa direzione, perché il passato colonialista e imperialista pesa non poco nelle mentalità delle maggioranze musulmane, sempre più “compattate” dai potenti media satellitari. Basti pensare al Maghreb, dove ancora vive gente che è stata testimone diretta dell’arrivo dei missionari al seguito dei soldati conquistatori… La libertà religiosa in queste terre sarà conquistata, penso, solo con un ampio lavoro di giustizia e dialogo internazionale.

Quali sono le prospettive serie per un dialogo fecondo ed una libertà religiosa effettiva nei Paesi a maggioranza musulmana?

Zanzucchi: Si dice spesso che non si può dialogare se non si ha una forte identità. È vero. Recentemente il Vescovo caldeo di Baghdad, monsignor Shlemon Warduni, mi diceva che il primo aiuto che i cristiani in Iraq chiedono ai cristiani occidentali è quello di “essere veri cristiani, non schiavi del relativismo”. Questa richiesta, secondo il Vescovo, viene ancor prima delle manifestazioni di protesta contro la mancanza di libertà religiosa nei Paesi a maggioranza musulmana.

In realtà mi sembra che per il cristiano identità e dialogo vadano sempre assieme: più l’identità dei cristiani è chiara (e soprattutto vissuta), più il dialogo può andare avanti; e più il dialogo è autentico (e non si riduce a sincretismo, relativismo o irenismo) e più l’identità dei cristiani si rafforza. Questo testimoniano i “cristiani nelle terre del Corano”. I prossimi saranno anni duri, senza dubbio, perché le tensioni politiche, sociali ed economiche sono esasperate. Ma questa presenza seppur esigua dei cristiani è e sarà sempre fonte di speranza. Speranza cristiana.

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