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Crisi libica: le difficoltà di Al-Sarraj e il ruolo dell’Italia

Un incontro organizzato dalla Camera di Commercio Italo-Araba e dalla Link Campus University cerca di fare il punto della situazione

La difficile situazione della Libia, con il nuovo governo di unità nazionale di Fayez Al-Sarraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, che cerca di affermarsi, e le sue implicazioni per l’Italia. Sono i temi dell’incontro Le prospettive della crisi libica e l’Italia: politica, economia, sicurezza, organizzato dalla Camera di Commercio Italo-Araba presso la Link Campus University di Roma. All’evento hanno partecipato Vincenzo Scotti, presidente della Link Campus Univesity, già parlamentare di Democrazia cristiana e Movimento per l’autonomia, ministro e sottosegretario, il generale Carlo Jean, presidente del Centro studi di geopolitica economica, Giovanni Lippa dell’Unione delle banche arabe ed europee, Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei paesi mediterranei presso l’Università di Macerata, e Roberto Aliboni, consigliere d’amministrazione della Camera di Commercio Italo-Araba e consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali.

“La formazione del governo di unità nazionale libico è una piccola luce – ha dichiarato Scotti – ma ancora flebile in mezzo a tante incertezze. E il rischio di frammentazione dello Stato libico è ancora alto. È una situazione che merita di essere analizzata da più punti di vista: militare, strategico, storico, politico ed economico. Per capire quali siano i veri interessi in gioco nel contesto locale ed internazionale. Il Governo italiano, attraverso il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, si è schierato apertamente a favore dell’esecutivo di Al-Sarraj. Ci sono interessi di vari paesi in gioco e l’Italia, per vicinanza geografica, è chiamata in ogni caso a svolgere un ruolo importante”.

“La situazione libica è difficile da affrontare – ha affermato il generale Jean – e, a riguardo, i politici italiani rispondono spesso con dichiarazioni improvvisate, in contraddizione fra loro e buone solo per riempire le pagine dei giornali. Manca una strategia a lungo termine in cui si definisca chiaramente chi siano gli amici e i nemici. Non possiamo contare su Unione Europea e Nato perché prevalgono gli interessi dei singoli Stati. Pensiamo alla Francia e alla Gran Bretagna. Gli unici alleati affidabili che potremmo avere nella nostra politica di sostegno al governo libico di unità nazionale sono gli Stati Uniti che però ovviamente danno alla Libia una priorità relativa”.

Con Al-Sarraj ancora incapace di affermarsi sul territorio, secondo Jean bisogna prestare molta attenzione a come agirà il generale Khalifa Haftar, capo delle forze armate di quello che, fino a poche settimane fa, era il governo laico di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale e che si contendeva il controllo della Libia con quello islamista di Tripoli. “Haftar – ha spiegato Jean – ha cacciato l’Isis da Derna e ha sconfitto ripetutamente varie milizie islamiste. Attraverso l’alleanza con diverse realtà tribali, progetta di attaccare Sirte, cuore dello Stato islamico in Libia, da sud e da est”.

“Un altro problema – ha precisato Aliboni, intervenendo nel dibattito – è la volontà di Haftar e di altre forze che sostenevano il governo di Tobruk, di escludere il più possibile gli islamisti dalla guida del paese. In questo sono sostenuti dall’Egitto di Al-Sisi. La prospettiva di unità nazionale di Al-Sarraj, appoggiata da Tunisia, Algeria e Marocco, prevede invece un esecutivo che includa laici ed islamisti. Una soluzione vista con favore anche dagli Stati Uniti che però, negli anni dell’amministrazione Obama, si sono interessati assai meno del passato al Medio Oriente e al Maghreb”.

Tutto è reso più complicato dalla presenza dell’Isis, pericolo tuttavia “sovrastimato dall’opinione pubblica internazionale” a giudizio del generale Jean. “Le ultime notizie – ha concluso – ci parlano di una situazione con risorse sempre più scarse a disposizione e l’impossibilità di commerciare petrolio perché il Mediterraneo è controllato dalle flotte dei paesi occidentali. L’Isis in Libia non può quindi muoversi come in Siria e Iraq e ha meno seguito fra la popolazione anche perché deve fare i conti con una realtà di milizie, islamiste e non, molto più complessa. Eppure, in un certo senso, la presenza dello Stato islamico faceva comodo alle fazioni di Tobruk e Tripoli perché crea una zona cuscinetto che divide le due zone”.

Una breve panoramica sulla storia libica ha caratterizzato l’intervento di Michela Mercuri che ha ricordato come l’unità del paese sia un prodotto del colonialismo italiano negli anni Trenta con Italo Balbo come governatore. “Non si può prescindere dalla divisione tradizionale fra Tripolitania e Cirenaica – ha spiegato la docente di storia contemporanea – già due province distinte sotto l’Impero Ottomano. Tripoli era il porto di riferimento per i commerci con l’Europa occidentale ed era quindi rivolto più ad ovest non solo geograficamente, ma anche culturalmente ed economicamente”.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il territorio fu nuovamente diviso fra Tripolitania e Cirenaica, sotto l’amministrazione fiduciaria britannica, e Fezzan sotto quella francese. Dopo il fallimento di un progetto di Stato federale, proposto dalla Gran Bretagna, la Libia ritrovò indipendenza e unità nel 1951con il governo di re Idris Al-Senussi, deposto nel 1969 dal colpo di Stato con cui andò al potere Gheddafi. “Il regime – ha sottolineato Mercuri – depotenziò le forze armate e la religione islamica, creando uno Stato laico, senza una costituzione ufficiale e con un apparato istituzionale snello. Molto si reggeva sul potere carismatico e accentratore del leader, capace di tenere a bada le rivalità tribali distribuendo più o meno equamente i proventi nazionali della vendita del petrolio”.

Ma le divisioni tribali riemergono nel 2011 con la Primavera araba e la caduta di Gheddafi. “Mentre in Egitto e Tunisia le rivolte partono dai giovani, in Libia sono avviate dalle tribù della Cirenaica, maggiormente sfavorite dal regime nella spartizione dei guadagni derivati dal petrolio. Francia e Gran Bretagna hanno commesso l’errore di sostenere economicamente e politicamente il Consiglio nazionale di transizione senza rendersi conto di questa realtà così complessa. E nella lotta fra diversi gruppi militari e politici si è innestato l’Isis che, in Libia, nasce fondamentalmente dal cambio di insegne di milizie islamiste già attive. Una situazione in cui il nuovo governo di Al-Sarraj, nonostante l’appoggio di importanti attori come la Banca centrale libica e la compagnia petrolifera nazionale, deve ancora fare molto per affermarsi”.

L’ultimo intervento, quello di Giovanni Lippa, ha tracciato un breve ritratto della situazione economica: “Nonostante la difficile situazione seguita alla caduta di Gheddafi, il tessuto economico libico ha retto abbastanza bene e questo è un elemento di ottimismo. La Libia è il paese più ricco di petrolio in tutta l’Africa e il suo profilo sociale ed economico non era e non è quello di uno Stato della fascia più bassa di sviluppo. Il regime precedente, pur con i suoi limiti, era riuscito a creare un sistema di governo stabile in cui le diverse realtà tribali erano più o meno rappresentate e accontentate. Oggi è difficile anche solo capire con quali interlocutori doversi confrontare”.

Interessante segnalare come, secondo quanto illustrato da Lippa, la crisi economica in Libia non sia arrivata con la destituzione di Gheddafi, ma solo nel 2013 quando la transizione politica non si è risolta positivamente. Da sottolineare infine il ruolo importante svolto dalla Banca centrale libica, “unica istituzione unitaria in Libia ad avere, al momento, una forte credibilità”.

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