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Ramin Bahrami

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“Così la musica di Bach mi ha fatto diventare cristiano”

Incontro con il pianista iraniano Ramin Bahrami, tra i maggiori interpreti di Bach, che il 16 marzo terrà a Milano un grande concerto di beneficenza

Il 16 marzo, il grande pianista iraniano Ramin Bahrami terrà un concerto di beneficenza a Milano, nel Teatro Dal Verme, a sostegno di Vidas, l’associazione che da 33 anni offre assistenza completa e gratuita ai malati terminali e alle loro famiglie. “I volontari di Vidas sono persone straordinarie e stanno realizzando opere benefiche meravigliose”, spiega il maestro Bahrami, “sono davvero onorato di contribuire al loro nuovo progetto di aiuto ai bambini sofferenti.”

Il concerto infatti avrà lo scopo di raccogliere fondi per sostenere la costruzione di “Casa Sollievo” che darà assistenza ai bambini e agli adolescenti malati. “Sarà un palazzo di sei piani con miniappartamenti per la degenza, laboratori di ricerca, un day hospice”, aveva detto qualche tempo fa la fondatrice dell’associazione Giovanna Cavazzoni, “ma sarà anche un centro dove selezionare, formare e istruire le équipe pediatriche domiciliari che andranno ad aiutare, Sostenere e consolare le famiglie nelle loro case”. Un progetto ammirevole, importante, al quale il maestro Bahrami ha voluto dare il suo contributo con questo straordinario concerto nel quale sarà accompagnato dai Solisti dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia

Trentotto anni, nato in Iran ma in Italia da quando era un ragazzino, Bahrami è considerato uno dei più grandi interpreti di Bach. Si è diplomato al Conservatorio “Giuseppe Verdi di Milano”, perfezionandosi all’Accademia pianistica di Imola. Dopo aver suonato nei più prestigiosi teatri e festival musicali, da poco ha inciso il suo sedicesimo cd, ovviamente dedicato a Bach, dal titolo “Offerta Musicale”. Ed è proprio quest’opera, nata nel 1747 dopo la visita che Bach fece a Federico II di Prussia, che Bahrami eseguirà nel suo concerto a Milano.

Famoso in tutto il mondo, acclamato sui palcoscenici più prestigiosi, l’artista non è per nulla altezzoso, anzi è cortese e disponibile, di una gentilezza disarmante, come mi dimostra nell’intero pomeriggio trascorso nella sua casa di Roma. Sorridente e pronto alla battuta, diventa estremamente preciso quando spiega ciò che Bach ha rappresentato per la sua vita di artista e anche di credente.

“Devo a Bach la mia passione per la musica. È grazie a lui se ho abbracciato la fede cristiana e se ho incontrato la donna della mia vita”, confida indicando con un gesto affettuoso la moglie, seduta lì accanto. Si chiama Maria Luisa Veneziano, affermata pianista e organista, la prima donna ad aver accompagnato l’animazione liturgica nella Messa di inizio pontificato di Papa Francesco.

“Avevo 6 anni quando decisi che avrei dedicato tutta l’esistenza a Bach e alla sua musica”, racconta il maestro. “Può sembrare strana una scelta così determinata a quell’età eppure non ho mai avuto alcun dubbio. Tutto è nato perché avevo ascoltato per la prima volta un disco di Glenn Gould che eseguiva la Toccata della Sesta partita in Mi minore di Bach”.

“Una folgorazione: quella era la musica che avrei dovuto suonare! E non mi sono mai pentito. Anche mio padre, Paviz, era un appassionato di Bach. Nelle lettere che mi scriveva dal carcere dove era stato rinchiuso durante la rivoluzione iraniana perché considerato filoccidentale, mi diceva: ‘Frequenta sempre Bach, lui non ti lascerà mai solo’. Mio padre è morto in quelle carceri e io non dimentico mai le sue parole…”.

“A 20 anni ero in Messico – prosegue l’artista – era un periodo di grande successo, la gente si affollava per sentirmi suonare. Tutto sembrava andare a gonfie vele ma non ero felice. Era come se tutto ciò che facevo non avesse un senso, mi sentivo svuotato di qualsiasi energia e desiderio. Avvertivo una profonda stanchezza che non era solo fisica ma interiore. Tornai in Europa col proposito di non suonare mai più. Avevo però già preso accordi per un concerto nel Veneto e non potevo annullarlo in alcun modo. Così, dovetti far fronte al mio impegno. Avrei dovuto suonare in una chiesa”.

“Ricordo – dice Baharami – che la sera del concerto stavo seduto in sagrestia, cercando di trovare la forza per alzarmi e andare a sedermi al pianoforte. Per caso, posai gli occhi a terra e lì, mi accorsi che c’era un santino. Lo raccolsi. Era un’immaginetta di Cristo. E riportava una preghiera famosa, attribuita a monsignor Lebrun, preghiera che Gesù rivolge a ciascun essere umano. La lessi e rimasi molto colpito da alcune frasi: Amami come sei… Conosco la tua miseria, i tuoi peccati, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo… Ma ti dico lo stesso: Dammi il tuo cuore, amami come sei…“.

“Quelle parole sembravano proprio rivolte a me. Era come se mi volessero dire: alzati e vai a suonare, con le tue debolezze e le tue paure, tanto non sarai solo. Ecco, quella sera feci uno dei miei migliori concerti. Dentro di me, proprio allora, cominciai ad essere cristiano”.

“Col tempo – spiega il maestro – ho capito che conoscere la musica di Bach è importante, importantissimo perché conduce a Dio. Attraverso la musica, Bach spiega una religiosità che è luce e gioia, speranza e intimità. Quando pregava, lui cantava e ballava: era felice di parlare con il suo Dio. Ad esempio, la croce per lui non era un simbolo di sacrificio ma di inizio, di rinascita. Vedeva quello che viene dopo la croce, e cioè la resurrezione. Nella sua Passione secondo Matteo, ad esempio, c’è un’aria meravigliosa in cui dice: Apriti cuore mio puro, voglio personalmente seppellire Gesù. Cristo è morto, il mondo è diventano orfano in quel momento. Eppure, la musica di quell’aria non è triste o tragica, ma dolcissima come una ninna nanna”.

Per Ramin Bahrami “non c’è più stato nessuno come Bach”: “Quando ascolti Mozart, hai l’impressione di avere a che fare con gli angeli. È una musica celestiale. Quando ascolti Beethoven, che era molto simile a noi contemporanei pieni di problemi e di complessi, ti senti spinto a ragionare, a fare pensieri profondi. Ma quando ascolti Bach, ti puoi solo inginocchiare… Penso proprio – aggiunge – che non fosse mai solo quando componeva e sono convinto che avesse sempre su di sé la mano del Creatore. Ecco perché Goethe disse che ‘Bach è il dialogo dell’Onnipotente con sé medesimo prima della creazione'”.

“Quella stessa mano credo sia anche su di me”, afferma il pianista. “Attraverso la musica di Bach, quella mano mi ha indicato la Verità. E quando eseguo la musica del grande compositore tedesco, sento che quella mano mi guida”.

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