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Mgr. Kyrillos William Samaan - Bishop of Assiut

Zenit News Agency

Così è la vita dei cristiani in Egitto…

Mons. Samaan, vescovo di Assiut, racconta storia e attualità delle comunità cristiane d’Egitto, tra emigrazioni forzate con Nasser, Fratelli Musulmani, al-Sisi e terroristi nel Sinai

“Il martirologio della Chiesa è stato scritto secolo dopo secolo”. Così si pronunciò, durante un viaggio a Lourdes il 14 agosto 1983, San Giovanni Paolo II. Ed è proprio in una sala dell’Università che porta il nome di papa Wojtyla, a Cracovia, che si è parlato ieri mattina, nel corso della due giorni del Congresso Europeo per la Difesa dei Cristiani, di questo tema quanto mai attuale.

Per l’Egitto, in particolare, la pagina forse più nera di questo martirologio è stata scritta in un passato recente, nel 1952. A impugnare la penna, oltre che i fucili, furono i militari che con un colpo di Stato abbatterono la monarchia per instaurare un Governo provvisorio. Fu l’incipit di una situazione che portò al potere, due anni più tardi, il giovane colonnello Gamal Abdel-Nasser.

Mons. Kyrillos William Samaan, vescovo copto-cattolico di Assiut, era ancora un bambino, ma ha ancora impresse negli occhi le immagini della sofferenza che dovettero subire i cristiani, sottolineando come da quel momento cambiò la loro vita in Egitto.

“L’Egitto un tempo era un Paese interamente cristiano”, racconta a ZENIT il presule. Che aggiunge: “Poi, con l’avvento dell’Islam, piano piano i cristiani sono diventati una minoranza”. Pochi ma rispettati, verrebbe da dire. “A parte qualche momento di tensione, la convivenza è sempre stata buona, fin quando non è salito al potere Nasser”, spiega mons. Samaan.

“Era un nazionalista arabo – afferma, a proposito dell’ex presidente egiziano – che discriminava le minoranze, escludendole dai ruoli importanti della società malgrado rappresentassero le elite”. Da quel momento – ricorda – “molti cristiani furono costretti ad emigrare verso Paesi lontani: Europa, Stati Uniti, Canada, Australia…”. E intanto la situazione nella loro patria non migliorava affatto: “Nulla è cambiato con Sadat e con Mubarak, e il breve periodo dei Fratelli Musulmani ha rappresentato una vera e propria catastrofe”.

Era apparso ai cristiani un punto di non ritorno, per l’Egitto. La salita al potere di Mohamed Morsi, nel 2012, sembrava far sprofondare il Paese in un vortice di fanatismo generato dall’Islam politico. Le proteste popolari prima e il colpo di Stato guidato dal gen. Abd al-Fattah al-Sisi poi, hanno però rovesciato i Fratelli Musulmani dal potere.

La situazione è migliorata, ma non è ancora rosea. Mons. Samaan invoca che venga finalmente fatto un censimento sulle confessioni religiose. “Secondo le nostre statistiche, i cristiani sono non meno del 15% della popolazione”, afferma il presule. E rilancia: “Se si sapesse esattamente il numero di cristiani, si capirebbe quanto è profonda la discriminazione, i cristiani che ricoprono ruoli pubblici sono pochissimi in quanto la mentalità attuale non lo accetta”

Mentalità alimentata anche dai Fratelli Musulmani, che ora sono però ridotti ai margini della vita politica. Ma questa segregazione non rischia di fare un martire di Morsi, oggi in carcere, e di radicalizzare in modo violento gli islamisti? A questa domanda, secondo mons. Samaan, il popolo egiziano sta rispondendo con i fatti.

Egli spiega che alle elezioni parlamentari di questo autunno, anche se i risultati definitivi si sapranno non prima della prossima settimana, “i Fratelli Musulmani hanno subito una grande sconfitta”. Del resto – aggiunge – “la gente finalmente ha capito e non ne può più di questi che chiama commercianti di religione, i quali dietro gli slogan sull’Islam puro nascondono la volontà di strumentalizzare la religione per i propri interessi”.

Il rifiuto popolare nei confronti dell’Islam politico (in un Paese, l’Egitto, in cui almeno l’80% della popolazione è musulmano) è testimoniato anche “dalla sconfitta elettorale dei partiti dei salafiti”. Mons. Samaan afferma che questi ultimi “sognavano di raggiungere persino la maggioranza dei seggi, mentre sono riusciti a raccoglierne a malapena 9”.

Se nelle città e nei centri dove si svolge la vita sociale l’islamismo accusa una fase calante, lo stesso non si può dire del Nord Sinai, dove in mezzo al deserto sventola la bandiera nera dell’Isis (“per colpa di Morsi – dichiara mons. Samaan – il quale ha dato la cittadinanza anche a palestinesi terroristi”). I miliziani di Bayt al-Maqqdis, così si chiama il gruppo jihadista che agisce in quella zona, l’estate scorsa ha attaccato una stazione di polizia facendo strage di militari.

I timori per il diffondersi del terrorismo islamico attraversano quindi tutto il Medio Oriente. Ma non risparmiano l’Europa, ancora ferita per gli attentati di Parigi e per l’esplosione dell’aereo russo, proprio mentre sorvolava il Sinai. I pericoli, in futuro, potrebbero nascondersi tra le torme di profughi. Così lascia intendere mons. Samaan a fine intervista.

“È stato molto apprezzato, in Medio Oriente, l’atteggiamento dell’Europa, la quale ha aperto le porte ai profughi, anche a quelli non cristiani. Tuttavia – conclude il vescovo – va compresa anche la preoccupazione che in mezzo a tante brave persone ci siano fondamentalisti che all’amore cristiano vogliono rispondere con l’odio…”.

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