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Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte

L’arcivescovo di Chieti-Vasto riflette su “come abitare nella grande casa del Pianeta”, nel suo editoriale pubblicato su ‘Il Sole 24 Ore’ di domenica 23 novembre

Come ogni anno la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, ha pubblicato il Rapporto Italiani nel mondo 2014 (Tau Editrice,Todi 2014, 522pp.), che offre un’ampia documentazione e una precisa informazione sull’emigrazione italiana del passato e sull’attuale mobilità dei nostri connazionali. In un contesto generale in cui l’immigrazione nel nostro Paese dal Terzo Mondo fa più notizia, anche per i drammatici risvolti legati alle modalità in cui si compie e alla fatica di organizzare un’accoglienza e un’integrazione che siano rispettose della dignità delle persone in gioco, l’attenzione al fenomeno migratorio dall’Italia sembra oscurata, anche se essa appare rilevante e in crescita in rapporto specialmente alla crisi economica e sociale che stiamo attraversando e dalla quale la nostra comunità civile sembra essere fra quelle che fanno più fatica ad uscire.

Il volume spazia dall’analisi dei flussi e delle presenze all’indagine storica, a quella sulle esperienze più interessanti in corso, fino alla presentazione di eventi speciali, fra cui la preparazione di Expo Milano 2015. Per dare un solo esempio dell’interesse del materiale raccolto, vorrei segnalare l’attenzione prestata all’emigrazione dei ricercatori italiani, che giunge a conclusioni in parte inattese, soprattutto da chi presenta il fenomeno come una sorta di termometro del disagio del mondo del lavoro nel nostro Paese: “Il problema di un’eventuale fuga dei cervelli dall’Italia torna periodicamente alla ribalta. Tuttavia, non esiste ancora un’opinione condivisa riguardo alla presenza o meno di questo fenomeno” (76).

Un dato innegabile è quello della cosiddetta “over-education”, e cioè del fatto che “il sistema universitario italiano produce un numero di dottori di ricerca nettamente superiore a quello richiesto dal sistema produttivo nazionale” (83). Manca insomma quel coordinamento fra la formazione delle competenze e l’impiego effettivo di esse, che sarebbe necessario a garantire l’attività lavorativa nell’ambito di ciò a cui ci si è preparati, spesso per lunghi anni e con molti sacrifici.

Dall’insieme copioso e documentato dei dati presentati, emergono alcune linee operative che mi sembra possano interessare tutti, specialmente quanti hanno a cuore il futuro dei giovani e delle prospettive da offrire loro per motivarne l’impegno: c’è un problema di linguaggio da elaborare, c’è l’urgenza di ripensare la rappresentanza, e cioè il giusto rapporto fra emigrazione italiana e istituzioni del Paese, e c’è la necessità di guardare ai nuovi scenari che vanno profilandosi nel “villaggio globale”. Circa il bisogno di trovare parole giuste sulla mobilità tutta e su quella italiana in particolare, il Rapporto rileva come “le parole siano strumenti potenti nelle mani degli uomini e tale potere può essere diffuso in forma positiva o negativa. Attraverso le parole si fa cultura e si tramandano messaggi, ma si segnalano da più parti carenze e superficialità” (XIII).

Non è difficile osservare come i linguaggi usati da alcune parti politiche e da rappresentanti del popolo democraticamente eletti in Italia e all’estero abbiano potuto incidere su un processo di “demonizzazione” dell’altro e del diverso, in specie dell’immigrato e in particolare del clandestino, diffondendo ansie e movimenti di rifiuto, che tra l’altro contrastano col bisogno che l’economia europea e italiana in particolare hanno dei lavoratori stranieri per la loro stessa sopravvivenza. La subcultura, che pesca nelle paure o le produce, non giova né ai cittadini italiani che restano, né a quelli che emigrano, né a quanti vengono fra noi alla ricerca di un nuovo futuro per sé e i propri cari. Linguaggi improntati al fondamentale rispetto della dignità di ogni essere umano risultano alla fine non solo veri, ma anche fecondi nel favorire processi di integrazione positivi per tutti.

Un secondo ambito di attenzione che l’emigrazione italiana richiede oggi più che mai è quello del “ripensare alla rappresentanza”: “Bisogna lavorare per ristabilire un rapporto fiduciario fra i migranti italiani di antica e nuova migrazione e le istituzioni italiane. Un legame che deve non solo basarsi su sentimentalismo, nostalgia e identità, ma che deve trovare concretezza nel riconoscimento della risorsa – culturale, umana ed economica – che il migrante è per il paese da cui è partito” (ib.). Chi emigra non deve sentirsi “figlio di nessuno”, ma deve poter contare sulla vicinanza degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, sugli interventi a favore dei lavoratori emigranti fuori dei confini nazionali, oltre che sulla promozione della lingua, della cultura e del prodotto italiano, come via di sensibilizzazione all’apprezzamento e all’accoglienza dei nostri migranti. “Solo quando ci si convincerà delle opportunità che un italiano fuori dell’Italia ha di arricchire e valorizzare il Paese in cui è nato probabilmente si capirà cosa significa parlare propriamente di ‘risorsa migrazione’, dove per ricchezza non si intende solo quella economica, ma anche tutto ciò che di positivo ritorna in termini culturali”.

Infine, occorre aver ben presenti i nuovi scenari mondiali, caratterizzati da un cosmopolitismo che la rete del “villaggio globale” rende al tempo stesso arricchente e aggressivo: il difficile equilibrio da cercare è quello fra identità e rilevanza. La perdita dell’identità della cultura di provenienza non potrà mai favorire la rilevanza e la fecondità della presenza degli Italiani nel mondo: lo sforzo di mantenere il legame con le radici e di alimentarlo nei nuovi contesti di azione è di decisiva importanza.

Al tempo stesso, però, va rifiutata ogni forma di chiusura in se stessi o nel circolo rassicurante dei pochi che sembrano proteggere la propria identità: l’apertura all’altro, il dialogo fra le differenze, è ricchezza per tutti, cui nessuno deve rinunciare tirandosi indietro di fronte ai problemi possibili. Vivere “una dimensione identitaria multipla e più appartenenze di luoghi e di spazi, esercitare i diritti di cittadinanza e di effettiva partecipazione democratica” è condizione di autentica umanizzazione e socializzazione per il migrante e di arricchimento per la società che l’accoglie e quella da cui proviene.

L’immagine positiva dell’Italia nel mondo dipende anche da come viene assolto questo compito. In questo specifico ambito, vorrei rilevare come sia di grande aiuto la dimensione religiosa, non solo per il patrimonio di tradizioni e di valori che trasmette, ma anche perché in essa l’incontro con l’altro è favorito da un comune porsi davanti al Mistero che tutti supera e avvolge. Non per niente le Chiese e le diverse forme di associazionismo ispirate a valori morali e spirituali sono state luoghi di straordinario e fecondo meticciato e di conservazione viva delle identità in dialogo nel mondo delle migrazioni. Nella grande casa del pianeta, sempre più in continua osmosi fra i diversi, è insomma urgente imparare ad abitare permanendo ciascuno nella fedeltà alle proprie radici ed esercitandosi sempre più nell’accoglienza positiva dell’altro, quali che siano i caratteri della sua alterità. La posta in gioco è il futuro di tutti.

About Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

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