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Con la perseveranza siamo edificati come tempio

Lettura patristica per domenica 9 novembre, Dedicazione della Basilica Lateranense

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente lettura patristica per domenica 9 novembre, Dedicazione della Basilica Lateranense.

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Sant’Agostino d’Ippona (354-430)

DISCORSO 337

NELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA

La costruzione della Chiesa va assai apprezzata al motivo di fede e di carità di chi la realizza.

1. Questo vede la fede, che ha nel cuore l’occhio della pietà religiosa: come si ripongono nei tesori del cielo le opere buone dei fedeli, realizzate con le loro sostanze temporali e terrene. Con esse, anche questi edifici, costruiti per accogliere le assemblee religiose, quando la fede li avrà osservati con l’occhio del corpo, si compiace intimamente di ciò che scorge all’esterno e, dalla luce visibile, riceve di che rallegrarsi della verità invisibile. La fede infatti non si preoccupa di esaminare quale sia la bellezza degli elementi di questo edificio, ma da quale esuberante bellezza dell’uomo interiore vengano in luce queste opere di misericordia. Il Signore perciò ricompenserà i suoi fedeli che realizzano tali opere in tanto fervore religioso, così piacevolmente e con devozione sincera, in modo da compaginarli, essi stessi, nella struttura della propria costruzione; ad essa concorrono, quali pietre vive, cui ha dato forma la fede, consistenza la speranza, compattezza la carità. L’Apostolo, da sapiente architetto, vi ha posto a fondamento Cristo Gesù 1, egli stesso sceltissima pietra angolare, come rievoca anche Pietro dagli scritti dei Profeti,scartata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio. Con l’aderire fortemente ad essa, ci viene comunicata la pace; saldamente appoggiati su di essa, passa in noi una corrente di forza. Egli è, ad un tempo, pietra di fondamento – perché a sorreggerci è lui – e pietra d’angolo, quale principio di connessione in unità. Egli è pure quella pietra, sulla quale, costruendo la sua casa, l’uomo prudente resiste, nella massima sicurezza, contro tutte le tentazioni di questa vita: né con l’irrompere di pioggia torrenziale viene rimossa, né è travolta dallo straripare delle acque, né la sua stabilità risente della violenza dei venti. Egli è – anche – la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo; in lui infatti non è la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. Infatti questi due popoli sono simili a muri che avanzano in direzione opposta da una grande, reciproca distanza iniziale, finché, convergendo verso di lui, come verso un angolo, pure in lui si congiungono l’uno all’altro.

La costruzione nella fatica, la dedicazione nella gioia.

2. Pertanto, come questo edificio visibile è stato costruito per radunarci materialmente, così quell’edificio, che siamo noi stessi, è costruito per Dio che vi abiterà spiritualmente. Dice l’Apostolo: Santo è infatti il tempio di Dio che siete voi. A quel modo che costruiamo questo con ammassi di pietre, edificheremo quello mediante atteggiamenti di vita che vi corrispondano adeguatamente. Questo si dedica ora, nel corso di questa nostra visita, quello sarà dedicato alla fine del tempo con la venuta del Signore, quando questo nostro, corruttibile, si vestirà di incorruttibilità, e questo nostro, mortale, si vestirà di immortalità: conformerà infatti il corpo della nostra umiliazione al suo corpo glorioso. Considerate infatti il senso che vuole esprimere nel Salmo della dedicazione: Hai mutato il mio lamento in festa per me; hai lacerato la mia veste di sacco, mi hai rivestito di un abito di gioia: perché la mia gioia sia per te un canto, ed io non sia ferito. Infatti, mentre veniamo edificati, la nostra miseria rivolge a lui i suoi gemiti; ma quando saremo dedicati, la nostra gloria sarà un canto per lui: in realtà la costruzione comporta fatica, la dedicazione apporta letizia. Finché si cavano le pietre dai monti e gli alberi dai boschi, si dà loro forma, si sgrossano, si combinano insieme, è fatica e preoccupazione; ma quando si celebra la dedicazione dell’edificio compiutamente realizzato, al posto delle fatiche e delle preoccupazioni, c’è gioia e sicurezza. Così pure quanto alla costruzione spirituale: chi l’inabita, Dio, non sarà presente per qualche tempo, ma per l’eternità. Mentre gli uomini sono allontanati da una vita di infedeltà e portati alla fede, mentre viene reciso e portato via tutto ciò che in essi è l’opposto del bene e perversione, mentre si fanno connessure appropriate, senza attrito e con devozione, quante tentazioni non si temono, quante tribolazioni non si tollerano? Però, al sopraggiungere del giorno della dedicazione del tempio dell’eternità, quando ci si dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, quale mai sarà l’esultanza, quale la perfetta sicurezza? Sarà il canto della gloria, la debolezza non si sentirà ferita. Quando ci si rivelerà colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, quando colui che si mostrò agli uomini in quel che si fece nella Madre, si manifesterà loro Dio Creatore secondo quel che era nel Padre, quando egli, eternamente presente nella sua casa, all’entrarvi la troverà perfetta, adorna, costituita nell’unità, nella veste dell’immortalità, colmerà di sé tutte le cose e in tutte risplenderà, così che Dio sia tutto in tutti.

Il desiderio di abitare nella casa di Dio; quanti vi abitano sono tempio di Dio.

3. Un uomo chiese al Signore soltanto una visione; quest’uomo appunto, se vogliamo, siamo noi. Fu stremato dal suo gemere per il desiderio di essa, per questo, ogni notte, inondò di pianto il suo letto e irrorò di lacrime il suo cuscino. A motivo di essa, infatti, le lacrime furono il suo pane giorno e notte, mentre di giorno in giorno gli si dice: Dov’è il tuo Dio? Egli stesso affermò: Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco, abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed esser protetto quale suo tempio. Per i suoi, egli che inabita, essi, la dimora. Infatti quanti abitano nella casa di Dio sono al tempo stesso dimora di Dio, che gusta la dolcezza di lui, ed è al riparo quale suo tempio e nascosto nel segreto del suo volto. Abbiamo questa speranza, non vediamo ancora la realtà. Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza, e con la perseveranza siamo edificati come tempio.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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