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Pope Francis' meeting with the clergy

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“Come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede?”

Incontrando i sacerdoti, i religiosi e le religiose e i seminaristi del Coliseo Don Bosco, papa Francesco li invita a “farsi testimoni della misericordia che trasforma”

Non un’ideologia o un modo di fare teologia, ciò che deve contraddistinguere un sacerdote è piuttosto l’esser testimone “dell’amore risanante e misericordioso di Gesù”. Lo ha ricordato papa Francesco quest’oggi, incontrando i sacerdoti, le religiose e i seminaristi a Santa Cruz de la Sierra, nel Collegio Don Bosco (conosciuto dai locali come Coliseo).

Accolto da un tripudio di canti e balli, emblema di una gioia contagiosa, il Pontefice ha ricambiato l’affetto attraverso il suo peculiare eloquio: franco e appassionato. “Sono contento di avere questo incontro con voi!”, ha esclamato, “per condividere la gioia che riempie il cuore e l’intera vita dei discepoli missionari di Gesù”.

Un compito, quello di essere discepoli missionari di Gesù, che il Papa ha esaminato e spiegato prendendo spunto dal racconto del Vangelo di Marco letto poco prima. Il quale parla dell’esperienza di un seguace di Gesù dell’ultima ora, quel Bartimeo che, “cieco e mendicante” nonché “emarginato”, trova la forza di gridare nel momento in cui avverte un pertugio di speranza. “Quando seppe che passava Gesù, incominciò a gridare”, spiega il Papa.

E quel grido ha la capacità di aprire uno scenario che rappresenta il cuore del messaggio evangelico. “Intorno a Gesù c’erano gli Apostoli, i discepoli e le donne che lo seguivano abitualmente, con i quali percorse, durante la sua vita, le strade della Palestina per annunciare il Regno di Dio. E una grande folla”, ricorda Francesco. Che poi osserva: “Due realtà emergono con forza, attirano l’attenzione. Da un lato, il grido di un mendicante, dall’altro, le diverse reazioni dei discepoli”, i quali – attualizzando il messaggio – li paragona “ai vescovi, ai sacerdoti, alle suore…”.

Secondo il Santo Padre, è come se San Marco volesse mostrarci come reagiscano gli Apostoli “al dolore di colui che è sul bordo della strada, di colui che sta seduto sul suo dolore”. Francesco indica tre risposte alle grida di Bartimeo, e le attinge al Vangelo stesso: “Passare – Sta’ zitto! – Coraggio, alzati!”.

Dapprima papa Bergoglio si sofferma sul termine “passare”, che definisce “l’eco dell’indifferenza”. Esso rappresenta “la tentazione di considerare naturale il dolore, di abituarsi all’ingiustizia”. Questo atteggiamento risiede “in un cuore blindato, chiuso, che ha perso la capacità di stupirsi e quindi la possibilità di cambiare”. E “quante persone che seguono Gesù corrono questo pericolo: perdere la capacità di stupirsi…”, riflette il Papa, ricordando che anche “il primo Papa”, San Pietro, fu vittima di questa sua debolezza, giacché tradì e negò il Signore.

Un cuore che “non riesce a radicarsi nella vita del suo popolo”, facendo così scaturire “la spiritualità dello zapping”, che “passa e ripassa, ma mai si ferma”. Il Pontefice identifica questi sacerdoti e religiose in coloro che “vanno dietro all’ultima novità, all’ultimo best seller, ma non riescono ad avere un contatto, a relazionarsi, a farsi coinvolgere”.

L’obiezione che si potrebbe fare, allora, è che questi Apostoli si disinteressavano di Bartimeo perché “stavano attenti alle parole del Maestro. Stavano ascoltando lui”. Ed è qui che – sottolinea il Papa – “tocchiamo uno dei punti più impegnativi della spiritualità cristiana”, in quanto “come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede?” (cfr. 1 Gv 4,20b).

Di qui il monito che Francesco rivolge ai sacerdoti: “Dividere questa unità è una delle grandi tentazioni che ci accompagneranno lungo tutto il cammino. E dobbiamo esserne consapevoli. Nello stesso modo in cui ascoltiamo il nostro Padre dobbiamo ascoltare il popolo fedele di Dio”. Il Pontefice spiega dunque che “passare senza ascoltare il dolore della nostra gente” equivale ad “ascoltare la Parola di Dio senza lasciare che metta radici dentro di noi e sia feconda”.

C’è poi un secondo atteggiamento davanti al grido di Bartimeo, che assume differenze rispetto a quello precedente. “Questo ascolta, riconosce, entra in contatto con il grido dell’altro – spiega il Santo Padre -. Sa che c’è, e reagisce in un modo molto semplice, rimproverando”. Si tratta dei “vescovi, i sacerdoti, le suore, il Papa con il dito così”, esclama ancora mimando il gesto di chi punta l’indice. “È l’atteggiamento – prosegue – di coloro che di fronte al popolo di Dio, stanno continuamente a rimproverarlo, a brontolare, a dirgli di tacere”. E a questo punto richiama ancora una volta coloro che si irrigidiscono per i lamenti dei più piccoli durante le Messe, “come se il pianto di un bambino non fosse una sublime predica”.

Francesco parla di “dramma della coscienza isolata”, che riguarda “coloro che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti”, appartenenti a “una ‘casta di diversi’ che si separa, differenziandosi dal suo popolo”. Si tratta di persone che “hanno fatto dell’identità una questione di superiorità: non sono più pastori ma sono capitani”. Per fugare questa seconda tentazione, il Papa invita a rammentare “una parte del mistero del cuore sacerdotale”, ossia “ridere con chi ride, piangere con chi piange”. Poiché “talvolta ci sono delle caste e con questo atteggiamento ci separiamo”.

C’è poi però una “terza eco” – afferma Francesco -, che è quella di Gesù che grida a Bartimeo: “Coraggio, alzati!”. “È un grido che si trasforma in Parola, in invito, in cambiamento, una proposta di novità di fronte ai nostri modi di reagire davanti al popolo santo di Dio”, spiega il Vescovo di Roma. Ciò che distingue Gesù è il suo farsi prossimo al cieco mendicante. “Si ferma di fronte al grido di una persona – riflette il Papa -. Esce dall’anonimato della folla per identificarlo e in questo modo si impegna con lui. Mette radici nella sua vita”.

Gesù comprende che “non serve differenziarsi, separarsi” e dunque a Bartimeo “non lo etichetta” o gli chiede “se è o meno autorizzato a parlare. Basta solo la domanda, lo riconosce volendo far parte della vita di quest’uomo, facendosi carico del suo stesso destino”. Con questo atteggiamento il Salvatore restituisce a Bartimeo “la dignità che aveva perduto” e “lo include”. È “la forza trasformante della misericordia”.

Ricordando che “non esiste una compassione che non si fermi, non ascolti e non solidarizzi con l’altro”, Francesco afferma che “la compassione non è zapping, non è silenziare il dolore, al contrario, è la logica propria dell’amore. È la logica che non si è centrata sulla paura, ma sulla libertà che nasce dall’amore e mette il bene dell’altro sopra ogni cosa. È la logica che nasce dal non avere paura di avvicinarsi al dolore della nostra gente”.

È la logica – continua il Papa – “del discepolato”. È ciò che “opera lo Spirito Santo con noi e in noi”. Facendo riferimento alla vita d’ognuno di noi, ha quindi aggiunto: “Un giorno Gesù ci ha visto sul bordo della strada, seduti sui nostri dolori, sulle nostre miserie” e “non ha messo a tacere il nostro grido, ma si è fermato, si è avvicinato e ci ha chiesto che cosa poteva fare per noi. E grazie a tanti testimoni che ci hanno detto: ‘Coraggio, alzati!’, a poco a poco siamo stati toccati da questo amore misericordioso, quell’amore trasformante, che ci ha permesso di vedere la luce”.

Essere “testimoni dell’amore risanante e misericordioso di Gesù” è ciò che Francesco chiama “la pedagogia del Maestro, questa è la pedagogia di Dio con il suo popolo”. Farsi prossimi è un compito che dobbiamo assumerci “non perché siamo speciali, non perché siamo migliori, non perché siamo funzionari di Dio – ammonisce -, ma solo perché siamo testimoni grati della misericordia che ci trasforma”. E dunque ricorda: “Non siamo soli in questo cammino. Ci aiutiamo con l’esempio e la preghiera gli uni gli altri”.

L’elenco dei testimoni è molto nutrito. Papa Bergoglio ricorda due figure legate all’America Latina. Parla della beata Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù, “che ha dedicato la sua vita all’annuncio del Regno di Dio nella cura agli anziani, con il ‘piatto del  povero’ per coloro che non avevano da mangiare, aprendo asili per bambini orfani, ospedali per i feriti di guerra e anche creando un patronato femminile per la promozione della donna”. Ha poi ricordato la venerabile Virginia Blanco Tardío, “totalmente dedita all’evangelizzazione e alla cura delle persone povere e malate”.

Prima di chiedere di pregare per sé e impartire la benedizione, il Papa ha infine ricordato che “loro e tanti altri sono stimolo per il nostro cammino. Andiamo avanti con l’aiuto di Dio e la collaborazione di tutti. Il Signore si serve di noi perché la sua luce raggiunga tutti gli angoli della terra”.

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