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Arcivescovo di Cracovia Marek Jędraszewski (c) Wlodzimierz Redzioch

Come diventare santi: la lezione dei laici al giovane Karol Wojtyla

La Polonia nell’epoca della “post-verità” in una conversazione con l’arcivescovo di Cracovia, mons. Marek Jedraszewski

“E’ naturale che tutto ciò che è novità interessi molto i giovani. Ma i fondamenti sono ancora più importanti”, secondo mons. Marek Jedraszewski, 68 anni, arcivescovo di Cracovia dall’8 dicembre 2016, la cattedra che fu di Karol Wojtyla, poi divenuto san Giovanni Paolo II.

La Chiesa cattolica in Polonia si prepara a celebrare il 16 ottobre 2018 i 40 anni esatti trascorsi dall’elezione del primo papa polacco della storia. Ma questo 2018 segna anche il centesimo anniversario dell’indipendenza della Polonia, dopo 123 anni di dominazioni straniere. Mons. Jedraszewski ne ha parlato con un gruppo di giornalisti durante una visita a Roma per impegni legati alla Fondazione Giovanni Paolo II, nata nel 1981, il cui capo è per statuto l’arcivescovo di Cracovia.

Uno dei compiti della Fondazione è appunto tramandare alle future generazioni l’eredità di Papa Wojtyla. “I giovani di oggi sanno certamente chi era Wojtyla e che era di Cracovia, ma non sanno cosa ha insegnato in 27 anni di pontificato, specie ai giovani. Dobbiamo aprire anche a loro la conoscenza di testi attuali ancora oggi, soprattutto sul tema della divina misericordia e del suo legame con santa Faustina Kowalska” ha spiegatoo mons. Jedraszewski.

L’anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II cadrà proprio nel mezzo dei lavori del Sinodo sui giovani. “Io ricordo le sue parole a Czestochowa, nel 1983, durante il suo secondo viaggio in patria”, racconta l’arcivescovo, “quando esortò i giovani ad esigere molto da loro stessi, anche quando gli altri non esigono nulla da loro. Questo è il problema della coscienza morale, del rispondere alle sfide culturali di oggi. La domanda è sempre la stessa: come dobbiamo intendere la libertà? Perché non c’è vera libertà senza responsabilità né verità sui valori. Però questi sono temi difficili nell’epoca della ‘post-verità’, in cui non c’è più posto per la verità oggettiva, assoluta e i valori stabili”.

Dopo la caduta del comunismo si facevano previsioni che la gente anche in Polonia si sarebbe presto dimenticata di Dio, ha osservato Jedraszewski. “la pressione di una nuova cultura si fa sentire, penso ad esempio all’ideologia del gender. Ciò nonostante, le chiese oggi son piene quasi come ieri”. E’ lo strano paradosso per cui oggi i paesi dell’est Europa sono molto più cristiani di altri dove la Chiesa ha goduto di molta più libertà. “Se la Chiesa nel mondo vuole rimanere viva”, è il parere di mons. Jedraszenski, “non può dimenticare cosa ha detto Gesù: ‘se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua’. Se un cristiano dimentica che ci sono anche croci e sofferenze, allora la Chiesa diventa molto debole”. Però, aggiunge parlando della Polonia, “è vero pure che c’è un problema coi giovani, che non trovano più adatto a loro il linguaggio dei pastori”.

Il centesimo anniversario dell’indipendenza polacca, secondo l’arcivescovo di Cracovia, è “il segno di una grazia di Dio: dopo tante sofferenze, lungo il corso dei secoli, eravamo di nuovo uno Stato indipendente, anche se l’indipendenza durò solo 20 anni, fino alla seconda guerra mondiale, la conferenza di Yalta e l’epoca del comunismo. Ma se siamo sopravvissuti a tutto questo è grazie alla nostra fede. La storia della nazione polacca inizia infatti con il battesimo dei nostri re, come spesso sottolineava Giovanni Paolo II. E anche quando lo Stato polacco non esisteva più, come nell’800, esisteva comunque la Nazione, grazie alla Chiesa e anche ai vescovi che pagarono con la persecuzione la loro fedeltà a Roma”.

La chiesa polacca però intende celebrare l’anniversario dell’indipendenza non con spirito “nazionalista”. “L’ultimo libro di san Giovanni Paolo II, ‘Memoria e identità’, spiega la differenza tra nazionalismo e patriottismo. Noi siamo contro ogni forma di nazionalismo, cioè quel sentimento di sentirsi come nazione, superiore agli altri. Patriottismo invece vuol dire anche responsabilità del conservare la propria identità, come ricchezza da donare ad altri”. E a proposito dell’iniziativa dello scorso 7 ottobre, anniversario della battaglia di Lepanto e Festa della beata Vergine del Rosario, la recita di un rosario lungo le frontiere della Polonia, che sollevò all’estero molti commenti di segno negativo, Jedraszenski nega qualunque significato anti-islamico o nazionalista dell’evento. Anzitutto, ha specificato, è stato promosso da laici, non dalle gerarchie ecclesiastiche, e la recita del rosario è avvenuta non solo ai confini coi paesi circostanti. “Noi polacchi sappiamo, in base alle nostre esperienze, che quando non si intravedono all’orizzonte soluzioni a situazioni difficili, allora occorre pregare il rosario. Il significato più importante di quell’evento è solo la testimonianza di fede verso la nostra Madre, la Vergine nostra protettrice”. E tra le “sfide” a cui quell’evento guardava l’arcivescovo di Cracovia ha citato ad esempio la grave questione dell’aborto: “che fare”, si chiede, “quando tante donne e ragazze dicono che la loro libertà consiste nell’uccidere il loro bambino? E’ una tragedia, anche gli argomenti della scienza per loro non valgono nulla, allora ci vuole una grazia di Dio per cambiare la mentalità”.

La Polonia è uno dei quattro paesi (insieme a Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) del cosiddetto gruppo di Visegrad, che in tema di immigrazione sostengono politiche molto più restrittive rispetto al resto dell’Unione europea. “Però non dimentichiamo che in Ucraina c’è la guerra. E dal 2013 la Polonia ha accolto più di un milione di ucraini, ai quali dobbiamo dare casa, lavoro… Abbiamo problemi di cui però in Occidente non si parla molto.

L’arcidiocesi di Cracovia infine si prepara ad un altro significativo evento. Domenica 28 aprile 2018, nel santuario della Divina Misericordia di Lagiewniki, il prefetto della Congregazione per le cause dei santi cardinale Angelo Amato presiederà il rito di beatificazione di Hanna Chrzanowska, nata a Varsavia nel 1902 e morta a Cracovia nel 1973, dove conobbe e fu collaboratrice del sacerdote e poi arcivescovo Karol Wojtyla. Nata in una famiglia colta ed agiata, Chrzarnowska dedicò la vita al servizio dei sofferenti come infermiera, promuovendo la formazione e la tutela professionale degli infermieri e l’assistenza infermieristica ai malati tramite un servizio legato alle istutuzioni della Chiesa e indipendente dall’inefficiente servizio sanitario nazionale. Grazie ai suoi sforzi si diffuse l’uso di visitare i malati durante le visite pastorali e celebrare messa a casa loro.

Tra i servi di Dio vissuti a Cracovia nel ‘900, per i quali è aperta la causa di canonizzazione, c’è anche Jan Tyranowski, l’umile sarto che negli anni bui della guerra divenne la guida spirituale di un gruppo di giovani della città. “Non è difficile essere santi”, amava ripetere loro. Tra di essi c’era anche Karol Wojtyla, che in seguito riconobbe di avere scoperto la sua vocazione al sacerdozio proprio grazie a Jan Tyranowski. Il 21 gennaio 2017 papa Francesco ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a pubblicare il decreto sulle sue virtù eroiche, primo passo verso la beatificazione.

Zenit ha chiesto a mons. Jedraszewski quale valore rappresentano queste due figure per la Chiesa di Cracovia, che poi fece dono al mondo di un altro santo, Giovanni Paolo II.

“Il fatto che Tyranowski, un laico, fu per Wojtyla una guida spirituale è davvero interessante”, ha risposto l’arcivescovo di Cracovia. “Questo fu un segno dell’importanza dei laici nella Chiesa ben prima che questa importanza fosse riconosciuta dal Concilio Vaticano II, due decenni dopo. Il giovane Wojtyla ebbe la fortuna di incontrare sulla sua strada laici che furono per lui un modello di come si vive da laici cristiani nel mondo, specie in tempi difficili come quello della guerra. E lo stesso potremmo dire di Hanna Chrzarnowska, una donna che molto si spese per organizzare una pastorale sanitaria in un epoca in cui era molto difficile per la Chiesa essere presente in tanti ambiti della vita pubblica. E’ stao così che il futuro Papa ha imparato che se la Chiesa vuole mantenersi viva, allora deve entrare in tutti gli ambienti dove l’uomo vive. Penso alla prima sua enciclica del 1979, Redemptor hominis, dove dice appunto che l’uomo è la via della Chiesa”.

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