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Come angeli che comunicano gioia e verità

Nel corso della messa prenatalizia per la redazione di ZENIT, il cardinale Mauro Piacenza ha indicato il senso profondo della comunicazione cristiana

L’atmosfera gioiosa del Natale, pur nella consapevolezza del dolore che continua a permeare l’umanità e che richiede la nostra empatica partecipazione, emana una suggestione comunicativa che si trasmette, in questi giorni, a tutta la redazione di ZENIT.

Mai come in questo periodo dell’anno, infatti, giungono in redazione notizie edificanti, lettere di auguri e messaggi pastorali che inneggiano alla “rinascita” spirituale.

Tra gli altri contributi d’eccezione, ZENIT ha ospitato, il 17 dicembre scorso, una lettera del Penitenziere Maggiore, il cardinale Mauro Piacenza, rivolta a tutti i confessori in occasione delle imminenti festività natalizie.

E proprio il cardinale Piacenza ha voluto donare un intenso momento di raccoglimento e preghiera ai membri della redazione di ZENIT, celebrando una messa privata in una splendida cappella del Palazzo della Cancelleria.

Un momento di intenso raccoglimento, cui ha certamente contribuito la particolare “atmosfera di storicità” che si respirava nella piccola cappella di culto, che sembrava concentrare in uno spazio ristretto il vissuto esistenziale di più generazioni di grandi santi ed artisti. Una suggestione poetico-spirituale che ha trovato degna eco nell’omelia del cardinale Piacenza.

I giorni dell’Avvento, ha spiegato il cardinale, sono caratterizzati da un duplice senso di attesa: da parte degli uomini nei confronti del Dio nascente, e da parte di Dio nei confronti degli uomini che Egli vuole conquistare al suo amore.

Al di sopra delle nostre teste c’è un “reticolato spirituale” che opera per la nostra salvezza, ma il libero arbitrio, che è concesso all’uomo quale suprema garanzia della sua identità individuale, impone a ciascuno di noi un impegno consapevole, una continua scelta fra il bene e il male.

In questa scelta, che può alternare pesanti cedimenti a improvvise illuminazioni, siamo assistiti da forze misericordiose che tengono conto della particolare natura e della fragilità di ogni uomo.

E qui il cardinale ha ricordato l’episodio dell’Angelo che appare in sogno a Giuseppe per annunciargli l’Immacolata Concezione di Maria: “Lo chiamerai Gesù…”.

L’Angelo è il messaggero di Dio, il suo compito è quello di comunicare all’uomo la volontà del Signore. Giuseppe vi aderì senza esitazione. E noi?

Con una efficace traslazione dal “reticolato” della vita spirituale all’esperienza terrena quale si manifesta nella vita quotidiana, il cardinale ha quindi spiegato quello che è e dovrebbe essere il ruolo dei comunicatori, che devono sentirsi, in qualche misura, partecipi dell’azione degli angeli portatori di verità.

Esattamente ciò che affermava Giovanni Paolo II, il grande “Papa della comunicazione”: “L’esigenza morale fondamentale di ogni comunicazione è il rispetto per la verità. Riportando fedelmente gli eventi ed esponendo in modo imparziale i diversi punti di vista, i media adempiono al preciso dovere di promuovere la giustizia e la solidarietà. Tutto ciò rappresenta una sfida enorme, ma non è chiedere troppo agli uomini e alle donne che operano nei media. Per vocazione ed anche per professione, essi sono chiamati ad essere agenti di verità, giustizia, libertà e amore”.

Il cardinale Piacenza ci ha quindi impartito la sua benedizione e, dopo lo scambio degli auguri, siamo usciti dal Palazzo della Cancelleria, non senza lanciare uno sguardo ammirato alle grandi arcate rinascimentali che caratterizzano l’architettura dell’edificio. Ma dentro di noi eravamo assorti in un atteggiamento di riflessione. Le parole del cardinale avevano lasciato in noi come un’eco, inducendoci a meditare sul significato e il valore del nostro lavoro.

I mezzi di comunicazione sociale – ci siamo detti – sono l’asse portante intorno a cui ruota la contemporaneità. Il loro potere è tale che possono orientare la visione del mondo di milioni di persone. Eppure nel contesto laico essi sono, per lo più, utilizzati per scopi utilitaristici di persuasione e di marketing, e in qualche caso per veicolare pericolose ideologie (e non è certo un punto di vista di parte, perché sull’argomento sono stati versati fiumi d’inchiostro da studiosi e sociologi di estrazione laica…).

E invece i mezzi di comunicazione di massa, se utilizzati con spirito cristiano, “possono contribuire a creare una comunità umana basata sulla giustizia e sulla carità e, nella misura in cui lo fanno, divengono segni di speranza” (sono sempre parole di San Giovanni Paolo II).

Crediamo che, in questo momento storico, ogni persona dotata di onestà intellettuale debba riconoscere l’alto livello di consapevolezza raggiunto dalla Chiesa sui problemi relativi alla comunicazione sociale. Una consapevolezza non condizionata da parametri d’ordine quantitativo (audience, share, visualizzazioni…) ma unicamente motivata dalla sollecitudine per l’integrità psicologica e morale dell’uomo.

“Una pastorale nel mondo digitale – scrive Benedetto XVI – è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura”.

E poi la straordinaria “cultura dell’incontro” di Papa Francesco: “La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio”.

E oltre alle parole dei Pontefici, tornano in mente i commenti dei valenti esegeti che ci aiutano nell’opera di approfondimento e comprensione: padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana:  (“Noi facciamo comunicazione in una prospettiva cristiana, ma credo anche in una prospettiva umana più ampia, perché le persone possano capirsi vicendevolmente e quindi possano costruire comunità”.

Mons. Domenico Pompili, Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI: “Capire la comunicazione in termini di prossimità significa riconoscere una volta per tutte che la comunicazione è una conquista umana e non tecnologica e che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità”.

Padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica: “La rete può essere anche intesa come una peculiare periferia esistenziale, affollata di una umanità che cerca una salvezza o una speranza”.

E poi via via tutti gli altri, che non possiamo qui citare ma che, con la loro sensibilità ed esperienza, hanno contribuito a mettere a fuoco la filosofia comunicativa della Chiesa.

Oggi la nuova frontiera è quella dei social network che, con la loro risorse interattive,hanno mutato in tempi brevissimi il tradizionale paradigma delle comunicazioni sociali. Rendendo l’utente non più spettatore passivo ma “navigatore attivo della rete”. È su questo campo che, con ogni probabilità, si giocherà la sfida del futuro. Ed è con questa realtà che noi operatori del settore dovremo confrontarci negli anni a venire…

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