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Cinzia, un Leone nella vita e sul palcoscenico

Dal 22 al 25 settembre,  si esibisce a Roma al Teatro degli Audaci, con «Mamma sei sempre nei miei pensieri. Spostati!». Uno spettacolo che fa “ammazza’ da ride’!!”

Alla fine degli anni ’80 era al culmine del successo e della celebrità. Poi nel 1991 arriva l’imprevedibile: la malattia, la temporanea paralisi, lo smarrimento di sé. Ma Cinzia Leone non si è arresa, per l’amore alla vita e alle cose che faceva.

Riprende con successo a calcare le scene, anzi dal 1995 concepisce un genere personale incentrato sulla traduzione in chiave comica della realtà, mettendo in scena spettacoli da lei scritti ed interpretati. In questi giorni, dal 22 al 25 settembre, si esibisce a Roma al Teatro degli Audaci, con «Mamma sei sempre nei miei pensieri. Spostati!»

ZENIT l’ha intervistata.

Partiamo dalla fine? Da questo «Mamma…»

Scritto con Fabio Mureddu, è uno spettacolo molto divertente sulla “mammità”. Tutti, senza rendercene conto, ereditiamo atteggiamenti, convinzioni, pensieri non per trasmissione genetica, ma per assimilazione di comportamenti. Questo non riguarda solo l’eredità materna, ma metaforicamente è la trasmissione culturale che ognuno ottiene da chi lo ha preceduto, società, costumi. E nel mio spettacolo non dico che tutto questo vada buttato, che ogni generazione debba cioè ricominciare da zero; dico che per crescere dobbiamo esaminare con capacità di giudizio critico quanto abbiamo ricevuto e ‘masticarlo’, adattarlo a ciò che realmente siamo o vogliamo essere. Altrimenti rischiamo di rimanere bloccati da paure e ansie che magari non sono nemmeno le nostre!

Hai scelto un teatro nella periferia romana, direi in linea con l’invito di Papa Francesco!

Sì, ho voluto farlo con forza, perché invece ad esempio la politica non ci aiuta ad uscire verso le periferie. Una politica, una società narcisistica, sensazionalistica che vive offrendo e cibandosi di immagini. In parte questo dipende dalla “esplosione democratica”, ad esempio consentita dal web. Viva la democrazia, certo: ma non eravamo preparati. Così quello che è accaduto è che ognuno è preoccupato solo dell’immagine che trasmette all’altro. Ma l’immagine è bidimensionale, abbiamo perso la dimensione più importante dell’umano che è la profondità. Andare in profondità significa cercare nelle cose orizzonti di senso, andare al significato. Se questa ricerca viene a mancare, se mi limito a vivere in superficie, sarò costretto a difendere solo la mia immagine. Così paradossalmente proprio la democrazia, dove ognuno può dire la sua, diventa un pericolo: la tua parola, se diversa dalla mia, diventa qualcosa che mi ferisce, come chiodi sulla pelle, finisce per incrinare la mia immagine, e dunque arriva a distruggermi. Nella società liquida, frammentata, perdere la dimensione dell’interiorità e la capacità di entrare in sé equivale a rinchiudersi in una volontà narcisistica che conduce ad una esteriorizzazione dei valori e dunque alla loro perdita. Eppure il problema profondo dell’umanità è proprio avere un valore, con quell’insopprimibile desiderio di ricevere uno sguardo di amore, di essere guardato da Dio.

…Ma tu non eri una attrice comica??

Certo, infatti nello spettacolo non si parla in questi termini ‘alti’, ma si ride di una situazione pretestuosa molto comica che è il rapporto con mamma; adoro quello che faccio, quando sono in scena è il momento migliore della mia vita. E oggi servono proprio i comici a far riflettere su temi importanti. Siamo in un momento tragico, di cambiamento, di crisi, ma l’errore è quello di pensare di risolvere sempre e tutto solo col mercato. Occorre invece un grande lavoro culturale e soprattutto occorre grande coraggio.

Col tema del coraggio torniamo dunque al distacco dalla ‘mammità’, dalle sue paure. In fondo qui sembra di sentire l’eco del versetto biblico «l’uomo lascerà suo padre e sua madre».

Io sono arrivata a capire questo analizzando la vita: la cosa che faccio di più è pensare.  Il pensare, riflettere mi aiuta a non perdermi nella banalità della volgarità.

La tua comicità infatti non è né banale, né volgare, né cattiva.

La risata non è necessariamente collegata con la cattiveria, semmai talvolta può avere a che fare col cinismo. In fondo oggi è facile far ridere: la gente ha un tale bisogno di serenità che se la compra anche finta.  Il mondo, infatti, è cambiato radicalmente da quegli anni ’80 quando cominciò la mia carriera –  e pensa che mi accorsi tardi che volevo e sapevo far ridere -. Ma, sebbene non ci sia una formula per la risata, quella più vera e liberatoria e quella che nasce dallo spiazzamento, da un impedimento, da una contraddizione che il comico ha solamente colto: è la vita stessa la madre delle contraddizioni. Questa è la mia esperienza in teatro e la chiave della mia espressione drammaturgica: un’inclinazione che mi aiuta a spostare l’angolatura nel modo di vedere e raccontare la realtà. Ma il momento creativo può essere difficile e frustrante, nell’incapacità di trovare una soluzione comica efficace. La vera creatività è nel saper affrontare le frustrazioni. Così come la vera abilità nei “tempi comici” non è in una regola matematica, ma nell’essere connessi ai pensieri di chi ti ascolta.

Questo ‘ guardar dentro’ sembra qualcosa che tu hai fatto e fai non solo con l’altro ma soprattutto con te stessa. È frutto anche dell’esperienza tragica della malattia? (Cinzia a causa di un aneurisma congenito ha avuto due emorragie cerebrali ,ndr)

Certo. Era il ’91, e io ero al massimo della celebrità, sia in TV che al cinema, basti pensare a registi come Monicelli e Verdone. Io ho negato quella malattia. Ma poi sono dovuta passare attraverso il mio dolore, in quell’inconscio ferito che non ritrovava in sé più nulla di quello che ero stata prima.  La perdita dell’identità è una delle più profonde tragicità dell’essere malato. Ma poi questa è diventata per me una grande opportunità per scoprire chi ero veramente. Ho capito che per non perdersi occorre continuare a cercarsi. Noi siamo esseri dinamici, liquidi -per tornare a Bauman- e allora il nostro essere umani consiste proprio nel metterci alla continua ricerca di noi stessi. Con coraggio.

Non a caso sarai al Teatro degli Audaci!

Mo’ basta però con le riflessioni profonde … guarda che lo spettacolo fa “ammazza’ da ride’!!”.

 

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