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Cile: prosegue il dibattito sul cosiddetto aborto terapeutico

Attivisti pro-vita chiedono di eliminare gli eufemismi in questo campo

di Carmen Elena Villa

SANTIAGO DEL CILE, martedì, 4 ottobre 2011 (ZENIT.org).- “Uno dei punti più deboli della società cilena è la fragilità della famiglia”, ha denunciato la settimana scorsa monsignor Gonzalo Duarte García, Vescovo di Valparaíso. “E le Chiese hanno senz’altro una responsabilità fondamentale in questo campo”, ha dichiarato.

Le affermazioni del presule sono giunte dopo che la Commissione per la Sanità del Senato del Cile ha approvato, il 6 settembre scorso, il dibattito su tre disegni di legge che puntano alla depenalizzazione del cosiddetto aborto terapeutico nel Paese.

Il dibattito del Congresso si concentrerà sulla depenalizzazione dell’aborto per i casi di rischio di vita della madre, violenza e malformazione del feto.

Ad ogni modo, il Presidente Sebastián Piñera ha reso noto l’11 settembre che sarebbe disposto a usare la sua facoltà di veto presidenziale nel caso in cui si ottenga l’approvazione di qualcuno dei tre progetti destinati a permettere e regolamentare l’aborto terapeutico.

“Uno dei compiti più importanti di un Presidente è lottare per la vita, la dignità e la famiglia di tutti e di ciascuno dei cileni, dal concepimento fino alla morte naturale”, ha affermato.

Terapeutico?

Quanto alla definizione “aborto terapeutico”, Patricio Ventura-Junca, membro del Consiglio della Pontificia Accademia per la Vita e del Centro di Bioetica della Pontificia Università Cattolica di Santiago, ha riferito a ZENIT che risulta inadeguata e ambigua perché “la relazione tra l’effetto positivo e quello negativo deve avere una proporzione adeguata. L’effetto collaterale negativo non può essere superiore all’effetto benefico”. In questo caso, ha indicato, “la terapia ha l’obiettivo di salvare la vita della madre e non produrre un aborto”.

I disegni di legge, inoltre, hanno mescolato la depenalizzazione dell’aborto per rischio di vita della madre con altre cause. “Tutto ciò sotto l’ombrello dell’aborto terapeutico”, ha indicato Ventura-Junca.

“Se gli autori fossero coerenti, dovrebbero chiedersi: perché non eliminare anche i bambini o gli adulti che hanno una malattia che provocherà la morte a breve termine?”.

Dal canto suo, padre Cristian Hodge Cornejo, del centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Santiago, ha detto a ZENIT che nel caso in cui ci sia pericolo per la vita della madre “non è lecito eliminare la vita del bambino concepito”, e ha constatato che “ciò non si oppone alla liceità di azioni terapeutiche a favore della madre, anche se comportano un rischio, anche letale, per colui che non è ancora nato”.

Contesto

Una delle argomentazioni per depenalizzare l’aborto in Cile è che questa pratica fino al 1989 non rappresentava un crimine punibile.

Ad ogni modo, la riforma del Codice Sanitario in questa materia indica che gli atti la cui finalità sia quella di provocare un aborto sono “puri e semplici delitti contro l’ordine delle famiglie, la moralità pubblica e l’integrità sessuale”.

Questa riforma ha reso esplicito ciò che diceva già la Costituzione del 1980, che all’articolo 19 “assicura a tutte le persone” al N° 1 “il diritto alla vita e all’integrità fisica e psichica”, e aggiunge che “la legge difende la vita di colui che ancora deve nascere”.

Ventura-Junca ha affermato che il cambiamento realizzato nel 1989 di eliminare il cosiddetto aborto terapeutico che si riferiva a casi in cui è a rischio imminente la vita della madre “non ha avuto effetti nella pratica medica”.

“Quando l’unico trattamento per salvare una madre incinta da una morte certa implica che, come effetto non desiderato ma tollerato, si verifichi la perdita del bambino in gestazione, tutti i medici sanno che questo non solo si può fare, ma nella maggior parte dei casi deve essere fatto”, ha spiegato il membro della Pontificia Accademia per la Vita.

“Se non si agisce, nella maggior parte delle situazioni moriranno entrambi”, ha detto. “Non è un aborto procurato, non è intenzione né del medico né della madre eliminare il figlio”.

Quando si tratta di aborto provocato, però, il Codice Penale dice all’articolo 344: “La donna che provoca il proprio aborto o consente che un’altra persona lo provochi verrà punita” con una pena che va dai tre ai cinque anni di prigione.

“Nella pratica sono molto poche le donne che oggi vanno in prigione per questo crimine”, ha precisato Ventura-Junca. “Sono perseguiti soprattutto coloro che lucrano realizzando aborti”.

Donne a rischio?

Il Cile ha la percentuale più bassa di mortalità materna per aborti dell’America Latina. Secondo la Rivista Cilena di Ostetricia e Ginecologia, v.73 n.6 del 2008, è scesa da 105 per ogni 100.000 nati vivi nel 1960 a 0,8 per ogni 100.000 nel 2005, e si stima che oscilli tra 0,8 e 1,6 per 100.000 nati vivi.

Per continuare a ridurre questi indici, Ventura-Junca ha affermato che “il cammino morale e umano non è favorire un aborto in condizioni igieniche, ma promuovere reti sociali e familiari che accompagnino queste donne offrendo loro sostegno, affetto e la possibilità di dare il proprio figlio in adozione”.

L’aborto, tra l’altro, aumenta il rischio di soffrire di patologie psichiatriche, inclusi istinti suicidi. “The British Journal of Psychiatry”, BJP 2011, indica che in Inghilterra bisognerebbe informare le pazienti di questi rischi prima di effettuare un aborto.

Circa le malformazioni fisiche, padre Hodge Cornejo ha detto che “è meglio legiferare per assicurare assistenza medica e psicologica alle madri che vivono in questa situazione drammatica”.

Per questo, “una crescita dell’individualismo comporta una mancanza di solidarietà nei confronti degli esseri umani più indifesi, come coloro che sono nelle prime fasi del proprio sviluppo”, ha concluso Ventura-Junca.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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