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Chiesa ortodossa russa: dalla persecuzione sovietica alla resurrezione

Nel libro “Stalin e il Patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico”, lo storico prof. Roccucci offre una rivisitazione del rapporto tra stalinismo e Chiesa ortodossa russa

Era l’autunno del 1917, quando la bandiera rossa brandita da masse inferocite iniziava a garrire al vento gelido della Russia. Fu, per la Chiesa ortodossa, il preludio di una pagina di storia tra le più tragiche, che si tingerà ancora di rosso, ma stavolta non per i colori di un vessillo bensì per i fiumi di sangue versato dai seguaci di Cristo.

La persecuzione sovietica della Chiesa ortodossa fu inarrestabile e tesa al suo più totale annientamento, almeno fino alla notte tra il 3 e il 4 settembre 1943. “Per la Chiesa ortodossa si tratta di un evento per certi versi paradossale: Stalin, il carnefice, colui che era stato tra i principali protagonisti di una persecuzione che aveva provocato oltre un milione di vittime, convoca con relativa benevolenza – per far loro delle concessioni – gli unici tre Metropoliti rimasti liberi di esercitare, sebbene con notevoli limitazioni, il loro ministero”.

Questo il commento del prof. Adriano Roccucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre, autore del libro Stalin e il Patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico (ed. Einaudi, 2011). ZENIT lo ha intervistato per approfondire un rapporto, quello tra due realtà agli antipodi come Chiesa ortodossa e Bolscevismo, che a un certo punto della storia diventa molto più complesso di quanto si possa pensare.

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Prof. Roccucci, come si arrivò alla svolta del settembre ’43?

La storiografia ha dato diverse interpretazioni. Tra le ipotesi più accreditate, il fatto che Stalin avesse bisogno del sostegno patriottico della Chiesa russa durante la seconda guerra mondiale. Va detto tuttavia che, nonostante le persecuzioni, l’appoggio degli ortodossi si era già manifestato senza alcun particolare stimolo da parte del Governo. All’indomani dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, la Chiesa mobilitò i fedeli affinché difendessero la patria. Una linea, questa della Chiesa ortodossa, che proseguì durante tutto il conflitto con appelli, documenti, predicazioni patriottiche, ma anche con aiuti concreti. Un esempio in tal senso fu la raccolta di denaro tra i fedeli per sostenere l’esercito, che portò alla costruzione di una colonna corazzata, la Dmitrij Donskoj, in onore dell’omonimo santo principe russo. Altri storici hanno ipotizzato allora che le concessioni governative – la possibilità di eleggere un Patriarca e la riapertura di corsi teologici, tra le altre – fossero un modo per ricompensare la Chiesa dell’appoggio dato. A mio avviso non rientra nei connotati di Stalin, il quale non era uomo avvezzo alla gratitudine. C’è poi una terza ipotesi che è stata avanzata…

Di cosa si tratta?

Secondo alcuni storici, Mosca aveva bisogno di compiere un tale gesto perché in quel periodo era in arrivo – nell’ambito dell’alleanza contro Hitler tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica – una delegazione di rappresentanti della società civile britannica. C’era dunque tutto l’interesse da parte di Stalin di mostrare che la libertà religiosa era rispettata, poiché questo era uno dei temi che nel mondo anglosassone veniva sollevato dall’opinione pubblica come fonte di dubbio circa l’alleanza con i sovietici. Soprattutto – ritengono gli studiosi fautori di questa linea – Stalin aveva interesse di fare una buona impressione affinché gli Alleati aprissero un nuovo fronte bellico in Occidente per non sostenere da solo il confronto con le armate hitleriane.

Lei cosa ne pensa?

Ci sono elementi di verità. Va detto però che nel settembre ’43 che si aprisse un nuovo fronte in Occidente non era per Stalin una necessità stringente, poiché in pochi mesi erano avvenute due grandi battaglie – quella di Stalingrado e quella di Kursk – che avevano reso evidente che la guerra sul fronte orientale sarebbe stata vinta dall’Unione Sovietica. La tesi che io sostengo è che Stalin in quel periodo stesse già ragionando sugli scenari del dopo-guerra, che avrebbero dovuto comportare per l’Urss un’espansione soprattutto verso Ovest. Pertanto Stalin, in questa sua visione geopolitica, ritenne che la religione poteva essere utile all’espansione territoriale, in qualche misura recuperando il paradigma imperiale zarista che aveva utilizzato l’ortodossia per affermare il dominio di Mosca. Tanto più considerando che nelle regioni in cui si sarebbero poi allargati i confini sovietici (Ucraina e Bielorussia occidentali, ad esempio…), la presenza religiosa era molto radicata.

Presenza religiosa che era radicata anche nelle campagne dell’Unione Sovietica. Possiamo affermare che il mondo contadino fu un avamposto che contribuì a tener viva la fede durante le persecuzioni?

Esattamente, fu uno degli elementi di resistenza più evidenti al progetto bolscevico, che infatti era fortemente anti-contadino. Bisogna tener presente una pagina di storia, nascosta fino all’apertura degli archivi sovietici. Nel 1937 Stalin indisse un censimento della popolazione, imponendo che all’interno della scheda da sottoporre alla popolazione vi fosse anche una domanda sulla fede religiosa. Alla vigilia del censimento alcune informative dell’NKVD (polizia segreta, ndr) riferivano che in numerose regioni contadine si era diffusa voce che l’imminente censimento fosse uno strumento del potere per stanare gli ultimi credenti rimasti ed eliminarli. Ebbene, nonostante questo, l’esito del censimento fu sorprendente: più della metà della popolazione sovietica dichiarò di credere in Dio, nonostante vent’anni di persecuzione e propaganda religiosa a tutti i livelli. Il dato si rivelò più alto in campagna e più basso in città. Va tenuto presente che questo censimento non fu mai pubblicato: oltre al dato imbarazzante sulla fede religiosa, registrava il dato grave del deficit di popolazione, dovuto soprattutto alle disastrose conseguenze delle politiche agrarie staliniane e alle carestie che avevano colpito le regioni dell’Ucraina, degli Urali e del Don.

“Dalla Liturgia tutto potrà risorgere”, disse profeticamente il Metropolita di Leningrado Nikodim. Che ruolo ha svolto in questo complesso rapporto Chiesa-Stato la centralità liturgica dell’Ortodossia?

Nel mio libro ho provato a sostenere la tesi che una delle strategie di resistenza dell’Ortodossia russa sia stata prettamente liturgica. In fondo la bellezza, la magnificenza della Liturgia erano la salvaguardia di uno spazio di alterità all’universo sovietico. Si dice che alla domanda di un intervistatore occidentale, il Patriarca di Mosca Alessio I (1945-70) abbia risposto: “La Chiesa ortodossa-russa è una Chiesa che celebra la Liturgia”. Si può pensare che fosse una risposta diplomatica in un contesto in cui la Chiesa non poteva esercitare tutte le libertà, ma io credo che in realtà il Patriarca volesse esprimere un concetto più profondo, ossia che proprio nel celebrare la Liturgia risiedesse la forza della Chiesa. Questa risposta spiega inoltre il motivo di una linea di compromesso con il potere sovietico: la possibilità di poter celebrare la Liturgia in luoghi, come le chiese, accessibili a chiunque. Di qui l’affermazione del Metropolita Nikodim cui faceva riferimento nella sua domanda. Egli, parlando con un interlocutore occidentale che insinuava che la Chiesa ortodossa stesse scendendo troppo a compromessi con i sovietici, disse: “Se ci impediranno tutti gli assembramenti, se ci smantelleranno tutte le strutture, tutto questo lo accetterò. Chiederò soltanto un’unica cosa: che ci lascino celebrare l’ultima divina Liturgia… Perché, anche se non sussiste più niente, sono certo che da questa unica, ultima divina Liturgia, tutto potrà risorgere”.

In un capitolo del suo libro parla di “anomalia ucraina”. A cosa si riferisce?

È innanzitutto un’anomalia di un radicamento religioso nelle campagne che è più forte ancora rispetto a quello delle campagne russe. Inoltre, i territori ucraini sono stati e sono tuttora plurali dal punto di vista cristiano. Pensiamo alla Chiesa greco-cattolica, che conobbe sotto l’Unione Sovietica una repressione grandissima: vennero imprigionati, spediti nei lager tutti i vescovi, e alcuni furono uccisi; il loro destino fu seguito da tanti preti e fedeli laici. E le strutture della Chiesa greco-cattolica vennero incorporate alla Chiesa ortodossa con un “sinodo” – canonicamente non valido perché a esso non partecipò nessun vescovo greco-cattolico – tenutosi a Leopoli nel ’46. Questa incorporazione, che rappresenta una seconda anomalia, avvenne per contenere il mondo greco-cattolico, nazionalmente avverso a Mosca e ritenuto potenzialmente eversivo.

Quanto ha pesato la persecuzione comunista nel creare una reazione i cui frutti, in Russia, si vedono oggi con la rinascita cristiana nel Paese?

Vi è un’antica fede secondo cui – parafrasando Tertulliano – “il sangue dei martiri è seme di cristiani”. Leggendo queste pagine di storia da un punto di vista spirituale, potremmo dire che la testimonianza del martirio è stata in effetti alla base della rinascita cristiana in Russia. L’itinerario della storia è tuttavia più travagliato. In Unione Sovietica la persecuzione durò 70 anni, quindi diverse generazioni furono investite da questo fenomeno. Avvenne una profonda frattura con la Russia zarista anche perché le élite ortodosse furono stroncate dalla repressione. Il Bolscevismo – come tutte le ideologie del Novecento – accarezzò il mito di costruire un “uomo nuovo” e questo incise profondamente nella forma mentis della popolazione. E dunque, una volta caduta l’Unione Sovietica e il suo elemento aggregativo identitario, vi fu un ritorno di massa alla Chiesa ortodossa, con la richiesta del battesimo di milioni di persone; era anche una risposta a una domanda di identità, dopo la fine di quella comunista. Del resto l’attuale patriarca Kirill ha affermato che dopo il ritorno alla Chiesa del popolo, oggi è l’ora della sua evangelizzazione.

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