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Chiara Montanari: la spedizione in Antartide e la difesa del Creato

La prima italiana a capo delle spedizioni italo-francesi in Antartide si racconta

A qualche giorno dell’inizio di Immagimondo, il Festival di viaggi, luoghi e culture, ZENIT ha intervistato Chiara Montanari, ingegnere e appassionata viaggiatrice; Chiara è stata la prima italiana a capo delle spedizioni italo-francesi in Antartide. È stata consulente sulle strategie di risparmio energetico nelle basi di ricerca Polari. Attualmente si occupa di innovation management, knowledge integration e team building. Collabora con il Centro di Ricerca sulla Complessità di Bergamo per applicazioni del pensiero complesso in ambito organizzativo.

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Quale motivazione interiore spinge una persona a guidare una spedizione in Antartide?

La voglia di riappropriarsi del contatto con la natura allo stato puro, il senso di sfida, la voglia di incontrare persone terribilmente interessanti con le quali fare un pezzetto di strada, la nostalgia dei paesaggi mozzafiato che ti permettono una pausa ristoratrice. Tutte queste esperienze ripuliscono la mente dal rumore della civiltà contemporanea e ti ricordano le priorità nella vita, la voglia di portare a termine i progetti di ricerca che ti sembrano importanti.

Cosa ti ha lasciato personalmente combattere contro il ghiaccio e contemplare quelle enormi distese bianche?

Ha aumentato la mia resistenza, la fiducia in me stessa e nelle mie capacità, la mia lucidità mentale e, contemporaneamente, ha ridimensionato molto il mio ego, visto che in certe situazioni ti rendi davvero conto di essere qualcosa di minuscolo e insignificante nell’economia di un universo vastissimo.

Quale rapporto esiste tra la fede e il viaggio, tra la spiritualità e la bellezza del creato?

Domanda difficile, perché la spiritualità è veramente una condizione molto intima. Di sicuro attraversando esperienze sorprendenti, in balia delle forze naturali e di fronte a certi scenari che sembrano extra-terrestri, cambia il nostro punto di vista. Le nostre certezze svaniscono e si aprono prospettive nuove che ci permettono di riconsiderare quello che davamo per scontato nella nostra vita. Così, passando molto rapidamente da prospettive quotidiane e cittadine a prospettive molto più ampie, è inevitabile che cambi l’ordine di grandezza delle nostre domande, e questo vale di solito per tutti i membri di una spedizione. Poi, però, le risposte che troviamo sono sempre individuali.

Quali sono le possibili vie da percorrere sul risparmio energetico? Quali ostacoli intravedi all’orizzonte per lo sviluppo massivo di energia pulita?

Mi sono avvicinata alla sostenibilità e, in particolare, alla tematica del risparmio energetico grazie ad un mio professore che nelle lezioni all’Università ci ripeteva: “L’energia più pulita è quella che non si consuma”. Ormai la nostra tecnologia ha fatto passi da giganti, ci sono veramente moltissimi modi e moltissime soluzioni che ci permettono un uso migliore dell’energia, dalle innovazioni sulle fonti rinnovabili ai sistemi intelligenti come le smart grid, che mettono gli impianti in rete e fanno in modo che, integrandosi con gli altri, ciascun elemento dia il massimo con il minimo costo energetico. Quindi tecnicamente più che ostacoli vedo grandi potenzialità.

Eppure c’è ancora molto da fare…

Eppure, continuiamo ad immettere enormi quantità di CO2 nell’aria che respiriamo, acidifichiamo le acque che beviamo e che sostengono la vita, surriscaldiamo il pianeta come se la cosa non ci riguardasse affatto. Di fatto abitiamo questo pianeta come se fossimo dei barbari: lo deprediamo delle risorse fino all’esaurimento e lo utilizziamo come una grossa pattumiera pronta ad assorbire all’infinito ogni genere di rifiuto.

Credo che la sfida per il nostro futuro sul pianeta sia un cambio culturale. Siamo pronti a cambiare l’abitudine (per altro molto recente) di agire come consumatori disinteressati alle conseguenze delle loro azioni? Siamo pronti a riappropriarci del nostro ruolo di attori consapevoli nell’ecosistema che abitiamo? Certo, la via della consapevolezza implica un maggior senso di responsabilità individuale, però siamo quasi al limite, e se non cambiamo prospettiva probabilmente primo o poi le conseguenze delle nostre azioni diventeranno irreversibili, come del resto è già accaduto (in modo puntuale) per molte civiltà del passato. È anche per questo che mi sto dedicando ad un progetto che ha come obiettivi: la divulgazione delle attività in Antartide e la crescita della consapevolezza individuale.

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