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“Chiamatemi Francesco”. Un ritratto, non un santino, del Papa venuto dalla fine del mondo

Proiettato ieri in anteprima in Aula Paolo VI, davanti a 7mila poveri, il biopic su Bergoglio prodotto da Taodue in uscita domani nelle sale italiane

“Cosa ci faccio a Roma?”, fa dire il regista Daniele Lucchetti ad un anziano (troppo anziano!) Jorge Mario Bergoglio all’incipit del film Chiamatemi Francesco, che uscirà domani 3 dicembre nelle sale italiane. L’arcivescovo di Buenos Aires, da un terrazzo che guarda la basilica di San Pietro, in un suggestivo crepuscolo, si prepara a vivere il Conclave che lo avrebbe poi eletto al Soglio petrino. E riflette: “Alla mia età la gente va in pensione…”.

A pesare sulle spalle del futuro Papa non è però l’età avanzata, bensì gli affanni, i rischi, le battaglie affrontate nel corso della vita, in un’Argentina ferita dalla ‘Guerra sporca’ durante la dittatura di Videla e, anche dieci anni dopo, da una ostinata operazione di ‘scarto’ delle fasce sociali deboli e povere. Scene che il film, prodotto da Taodue con Mediaset – dopo ovviamente il placet della Santa Sede e del più stretto collaboratore del Papa, mons. Guillermo Karcher – mostra fotogramma dopo fotogramma con forte intensità, a volte, anche crudo realismo (ad esempio, la scena dei cosiddetti ‘voli della morte’), dividendo la trama in grandi blocchi che, sì, provocano parecchi buchi temporali, ma offrono comunque una pennellata coerente di quanto accaduto negli ultimi 50 anni di vita del Papa argentino.

Merito di una regia lenta ma fluida, che sa dove vuole andare a parare. Far emergere, cioè, una figura di Bergoglio “Santo subito”, una sorta di Schindler argentino che negli anni bui della dittatura militare (1976-1983), mentre la gente viene fatta sparire, arrestare, torturare, uccidere – a volte, nel silenzio complice della stessa Chiesa -, nasconde seminaristi nel suo collegio, difende un giudice fino a nasconderla nel portabagagli del suo maggiolino, fa liberare sacerdoti o procura loro documenti falsi per fuggire in Brasile e Uruguay.

Da giovane perito chimico che frequenta una ragazza (la bacia pure!) e balla nelle milongas, ad aspirante missionario gesuita in Giappone e, poi, provinciale dell’Argentina e rettore della Facoltà di teologia e filosofia a San Miguel, fino a riconosciuto eroe nazionale, il passo è breve. Anche troppo a volte.

Il ruolo svolto dal futuro Francesco appare tuttavia chiaro ed è quello già ritratto dal brillante libro di Nello Scavo, La lista di Bergoglio (Emi). “Mi hanno detto che qui voi aiutate”, gli dice un rifugiato. “Chi glielo ha detto?”, risponde lui. “Ma, scusi, lei non è Bergoglio?”. Mai, però, l’allora provinciale si scontra frontalmente contro il regime, anzi va a celebrare la Messa dal dittatore Videla,  giusto per chiedere la liberazione di due sacerdoti a cui tra l’altro aveva raccomandato di adottare un basso profilo, pena la revoca della protezione dell’ordine.

Sfumature che hanno fatto gridare di collaborazionismo i detrattori nel corso degli anni. Ma il film chiarisce bene da che parte sta Bergoglio: né destra né sinistra, come spiega più volte lui stesso nel film, bensì “dalla parte di Gesù”. La sua non è dunque una lotta politica, ma un’applicazione concreta del Vangelo, in virtù della quale, Bergoglio non batte ciglio quando da provinciale viene mandato a fare il prete a Cordoba, a “confessare tra maiali e galline”. Proprio lì, nel 1992, viene a raccoglierlo il cardinale Quarracino che gli comunica la decisione di Giovanni Paolo II di nominarlo vescovo ausiliare di Buenos Aires, “delegato” per i preti di periferia.

Quindi il film, in chiave apologetica, racconta il suo impegno, da pastore, a favore dei poveri e dei diseredati, le sue lotte contro il comune porteño che per interessi economici vuole lasciare centinaia di famiglie senza un tetto. Bergoglio è sempre lì in prima fila, a ‘lottare’ con i cura villeros e i loro poveri, a tirare dalla tonaca il cardinale restio a mettere la faccia davanti alle telecamere e fargli celebrare una Messa nelle baracche, tutti insieme, poveri e poliziotti.

E anche quando, con la valigia in mano, è pronto a partire a Roma per il Conclave (è già anziano e cardinale, ma quando è successo?) dopo la rinuncia di Ratzinger, trova il tempo per andare a celebrare un matrimonio in ‘periferia’. “Roma può aspettare”, dice. “Ma lei da Roma potrebbe anche non tornare più”, replica la segretaria.

Commovente infatti vedere nelle ultime battute del film la tifoseria pronta davanti alla tv che esulta all’annuncio del protodiacono Tauran del nome del nuovo Papa. Loro lo sapevano, lo sentivano nel cuore. “Ce l’ha fatta!”, esclama il suo vecchio collaboratore del San Miguel tra le lacrime. Di qui le scene del CTV con lo storico primo discorso dalla Loggia delle Benedizioni: “Fratelli e sorelle, buonasera!”.

Insomma Chiamatemi Francesco è un film coinvolgente, dove le emozioni compensano alcune lacune narrative che, tuttavia, non ne intaccano la buona riuscita. “È un ritratto, non un santino”, spiega il regista Luchetti a ZENIT. “Il ritratto di una persona che mi ha appassionato, incuriosito, per cui ho voluto cercare di spiegare a me stesso come fosse saltato fuori dal nulla questo signore con questo tipo di capacità comunicativa, di stile, di profondità”.

“È un film per chi si domanda chi era prima di essere quello che oggi. Un film di formazione, quindi”, aggiunge il regista. Che annuncia anche la produzione di una versione più lunga in futuro, dove si troveranno tutte quelle scene tagliate per ragioni di spazio e di tempo.

La gente presente alla proiezione – tanta gente, da riempire dalla prima all’ultima fila dell’Aula Nervi – era del tutto entusiasta. Lo erano anche i pochi vaticanisti presenti, inizialmente un po’ scettici. Gli applausi si sono sprecati durante i titoli di coda. Soprattutto da parte dei 7mila poveri e senzatetto invitati dal Pontefice, accompagnati dai volontari e dalle varie realtà caritative romane, e accolti dall’Elemosiniere pontificio mons. Konrad Krajewski con un laconico: “A nome del Santo Padre, vi dico: Benvenuti! Questa è casa vostra”

A loro è stato distribuito un sacchettino di viveri all’uscita. Anche la Banda Musicale della Guardia Svizzera Pontifica, che di solito offre concerti solo due volte l’anno – per il giuramento e per Natale – ha voluto onorarli eseguendo quattro brani musicali. In cambio, un gruppo di eritrei ha innalzato in Aula un gigantesco cartellone su cui, tra le bandiere di tutto il mondo, si leggeva “Grazie Papa Francesco”.

Indescrivibile e inaspettato poi l’assalto all’attore argentino Rodrigo De La Serna, interprete del giovane Bergoglio (l’altro è Sergio Hernández), che tra le varie richieste di selfie e autografi, riesce a dirci: “È davvero tutto un sogno, una sensazione onirica indescrivibile. Mai avevo immaginato di stare in Vaticano, tantomeno interpretando una persona che ammiro così come Papa Francesco”.

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