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Chi sarà e quali sfide attendono il nuovo Preposito generale dei Gesuiti?

Stralci dell’intervista di padre Spadaro all’attuale Preposito dei gesuiti in carica, p. Adolfo Nicolás, in vista della 36° Congregazione generale che eleggerà il successore

Inizierà ad ottobre la 36a Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, volta ad eleggere il nuovo Preposito generale.  Tante le novità che si attendono. Per saperne di più, padre Antonio Spadaro S.I. ha intervistato p. Adolfo Nicolás Pachón, attuale Preposito in carica, per il numero di settembre della rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica (n. 3989). Ne riportiamo alcuni passaggi.

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Come vede la situazione della Chiesa in Europa? Quali sono le sfide e le tensioni principali che si vivono in questo Continente? Quali i rischi che bisogna evitare?

Non sono un esperto di questioni europee, e l’Europa nel mondo occupa una parte piccolissima, sebbene importante; quindi mi è molto difficile rispondere a questa domanda. Chi ne sa di più parla di secolarizzazione, di crisi di senso e di speranza, di mancanza di gioia, oltre agli stessi problemi che purtroppo investono anche altri luoghi, come la povertà, la disoccupazione, la violenza e così via.

Emerge con forza il problema delle migrazioni. Qual è la giusta prospettiva dalla quale guardare al fenomeno?

Quella del Papa. C’è una situazione di sofferenza e di esclusione; ma siamo umani, dunque capaci di solidarietà e compassione, e di conseguenza sentiamo nostra questa situazione, e cerchiamo insieme una soluzione futura che aiuti davvero tutti. Davanti a soluzioni parziali, comunque vogliamo condividere ciò che abbiamo. Finché non troveremo la soluzione completa e definitiva, possiamo condividere, sebbene queste risposte non siano facili.

Dobbiamo sempre ricordare che la comunicazione tra le varie civiltà avviene proprio attraverso i rifugiati e i migranti. Il mondo che conosciamo si è sviluppato così. Non si è trattato soltanto di aggiungere culture a culture: è avvenuto un vero e proprio scambio. Anche le religioni si sono diffuse così. I migranti ci hanno dato il mondo, senza il quale saremmo chiusi dentro la nostra cultura, convivendo con i nostri pregiudizi e con i nostri limiti. Ogni Paese corre il rischio di rinchiudersi in orizzonti molto limitati, molto piccoli, mentre grazie a loro il cuore può aprirsi, e anche il Paese stesso può aprirsi a dinamiche nuove.

Ma questo non implica vedere il mondo in maniera differente?

È giunto il momento in cui si deve pensare l’umanità come un’unità e non come un insieme di tanti Paesi separati tra loro con le loro tradizioni, le loro culture e i loro pregiudizi. È necessario che si pensi a un’umanità che ha bisogno di Dio, e che ha bisogno di un tipo di profondità che può venire soltanto dall’unione di tutti.

Con l’enciclica Laudato Si’ il tema dell’ecologia è diventato parte integrante della dottrina sociale della Chiesa. La Compagnia ha avuto molto a cuore in questi ultimi anni il tema ecologico. Qual è stata la sua personale reazione a questa Enciclica?

Credo che l’intervento del Papa sia stato tempestivo e che il tema non potesse attendere oltre. Era davvero urgente. Tutti abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza per accogliere positivamente le iniziative che stanno sorgendo dovunque a tutela del creato. In particolare mi colpisce il legame che il Papa pone tra la natura e i problemi dei poveri, che sono i primi a subire le conseguenze della nostra incuria.

Che cosa significa per la Compagnia avere un Papa gesuita? Se la Congregazione Generale accetterà le sue dimissioni, non crede che l’elezione di un Generale della Compagnia, essendoci un Papa gesuita, sia una situazione interessante e molto speciale? In che senso lo è?

Anzitutto, noi gesuiti credevamo impossibile che uno di noi fosse eletto Papa soltanto duecento anni dopo la soppressione e trentacinque anni dopo l’intervento papale sul governo della Compagnia. Una volta accaduto l’improbabile, assume un significato speciale l’elezione di un Superiore generale sotto il Papa Francesco, anche lui gesuita e che, pertanto, conosce molti gesuiti. Devo dire che lui, sin dall’inizio, si è mostrato sempre molto rispettoso delle Costituzioni e molto legato al modo di agire della Compagnia di Gesù, che è davvero il suo.

Durante l’intervista che mi rilasciò nel 2013, Papa Francesco mi disse che “il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto”. Che cosa significa questo per Lei?

Significa qualcosa di molto importante e profondo. Sullo sfondo c’è la coscienza — a volte dimenticata o offuscata — che Dio è un mistero, anzi «è il mistero dei misteri». È evidente che, se ci crediamo, non possiamo considerarci in possesso dell’ultima parola su Dio e su tutti i misteri in cui ci dibattiamo: la persona umana, la storia, la donna, la libertà, il male e così via. Il nostro pensiero è sempre «incompleto», aperto a nuovi dati, a nuove comprensioni, a nuovi giudizi sulla verità ecc. Abbiamo molto da imparare dal silenzio dell’umiltà, dalla semplice discrezione. Il gesuita, come dissi una volta in Africa, deve avere tre odori: di pecora, cioè del vissuto della sua gente, della sua comunità; di biblioteca, cioè della sua riflessione profonda; e di futuro, cioè di un’apertura radicale alla sorpresa di Dio. Questo, credo, è ciò che può fare del gesuita un uomo dal pensiero aperto.

Qual è il posto dell’Eucaristia e dei sacramenti nella vita del gesuita?

Circa l’Eucaristia, noi abbiamo insistito così tanto e così a lungo sulla presenza reale che abbiamo dimenticato molti altri aspetti che toccano e riguardano la nostra vita quotidiana. L’Eucaristia è uno scambio di doni: riceviamo pane come nostro nutrimento quotidiano, prendiamo una porzione di questo pane e la offriamo a Dio. Il Signore trasforma questo pane e lo restituisce a noi. Ecco, l’Eucaristia è uno scambio di doni che non smette mai, e che può cambiare la nostra vita. L’Eucaristia ci aiuta a essere generosi, aperti. Sant’Ignazio ha vissuto questa realtà e ha preso le decisioni più importanti durante la celebrazione dell’Eucaristia. Mi colpisce il modo in cui celebra Papa Francesco: con pause, dignità, in un ritmo che invita alla meditazione e all’interiorizzazione. I gesuiti celebrano così.

Nella sua omelia nella chiesa del Gesù, il 3 gennaio 2014, Papa Francesco ha detto: «Solo se si è centrati in Dio, è possibile andare verso le periferie del mondo». Quali sono oggi queste «periferie», a suo avviso?

Sono sempre stato convinto che le sfide della Compagnia di Gesù siano le stesse dell’umanità, ovvero la povertà, la disoccupazione, la mancanza di senso, la violenza, l’assenza di gioia. La nostra domanda è: come ci rivolgiamo a queste sfide? Ed è qui che entra in gioco il fattore totale, cioè quello religioso, che comporta questa preferenza per «l’altro» e quel tipo di distacco che permette di spostarsi verso dove si perde la sicurezza a cui siamo abituati.

 

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