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Torchio, Shivta, Israele / Wikimedia Commons - צילום:ד"ר אבישי טייכר, CC BY 2.5

Chi non dà i frutti sta fallendo, di Antonello Iapicca

Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 8 ottobre 2017

La parabola di questa domenica illumina la nostra vita. Un “padrone”, immagine di Dio, ha “piantato” per noi una “vigna” nella storia come un anticipo del Paradiso che abbiamo perduto, anch’esso “piantato” da Dio per amore dell’uomo. Nell’Antico Testamento, infatti, la “vigna” indicava Israele, il Popolo scelto per annunciare che Dio non si era dimenticato dell’uomo.

Sulla sua radice è cresciuta la Chiesa, la “vigna” nella quale ciascuno di noi è chiamato, generato, custodito e formato per ritornare ad essere l’opera molto buona di Dio; in essa sono riportate alla luce l’immagine e la somiglianza di Dio, per dare i “suoi” frutti nella nostra vita.

Sono le opere del suo amore, non si ottengono con lo sforzo. C’è un cammino da fare, fatto di ascolto e obbedienza. Solo chi, nella “vigna”, è cresciuto nella fede ed è diventato figlio di Dio può riconsegnarGli i “frutti” che la sua Grazia ha generato e fatto maturare in lui.

Per questo nella Chiesa i cristiani crescono alla Luce della Parola di Dio che, come una “siepe” (immagine della Torah) protegge il cammino e indica le orme della volontà di Dio; si nutrono del succo vivificante spremuto nel “torchio”, l’altare della Croce sulla quale il Signore ha pigiato da solo per fare giustizia di ogni nemico dell’anima. E nella “torre”, deposito, luogo di ricovero dei vignaioli e immagine biblica del Tempio, celebrano in comunione e gioia le liturgie nelle quali assaporano le primizie del Cielo.

I “servi” del Padrone non sono sempre nella “vigna”, la visitano solo nei tempi favorevoli alla raccolta dei frutti. La Chiesa non lava il cervello, non ripete slogan come le ideologie mondane. Ci lascia liberi, sempre; è una madre che ci ama sino in fondo, correndo il rischio di vederci usare la libertà come i “vignaioli”, contro Dio e contro noi stessi.

Non siamo teleguidati da un joystick, perché la vigna non è una console di videogiochi. Infatti prima o poi i “servi” arrivano, in carne, ossa, e parola. Forse si vestono con la crisi della moglie, o con i macelli combinati dal figlio, con le debolezze degli altri che implorano da noi un frutto d’amore per scampare alla morte. Di certo arrivano attraverso la liturgia di questa domenica, e ci chiedono i frutti, come facevano i pastori e i catechisti con i catecumeni, per saggiarne i progressi sul cammino per diventare cristiani.

Se li abbiamo, allora “non ci stiamo angustiando”, anche se abbiamo un mucchio di problemi, ma viviamo “con il cuore e i pensieri custoditi nella pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza”. Se invece non siamo sereni, se stiamo mormorando insoddisfatti, significa che non abbiamo frutti.

Soffriamo perché siamo nel peccato, che in ebraico si dice “chet”, e significa “mancare il bersaglio”. Chi non dà i frutti sta fallendo, ovvero sta peccando, qualsiasi cosa pensi, dica o faccia, come i “vignaioli” della Parabola. Il Padrone aveva preparato tutto, dovevano solo custodire e coltivare la vigna per consegnare i frutti a suo tempo. Ma volevano di più.

Non gli bastava essere lì, amministratori dei beni del Padrone. Il veleno dell’orgoglio li aveva accecati, come è accaduto a noi. Non ci basta essere nella Chiesa, noi che dovremmo essere all’inferno per tutto il male che abbiamo pensato e compiuto. Non ci basta essere un riverbero dell’amore di Dio nella famiglia che ci ha donato e salvato mille volte; non ci basta esserlo per la moglie, il marito, i figli, al lavoro, nel ministero.

Come Adamo ed Eva vogliamo quel “frutto” lì, che ci farebbe diventare come Dio. Io “vignaiolo”? Ma per carità… Mica la mia vita sarà sempre obbedire, e consegnare me stesso e i frutti del mio lavoro. Io voglio essere l’erede, cioè il Padrone della Vigna.

Pensi che sia esagerato? Quindi a te non interessa il potere; a casa o in ufficio, non ti curi che ti vengano riconosciuti i tuoi diritti, l’onore, il rispetto, il prestigio, la stima… Illuso. Sì che lo vuoi, come tutti. E per questo ti svegli e fai ogni cosa.

Per diventare come Dio vai perfino a messa, anche questa domenica; probabilmente ci sei andato da sempre con il cuore doppio dei “vignaioli”. Lo stesso dei “sacerdoti e degli anziani del popolo”.

Sapevano a memoria la Scrittura, celebravano le liturgie alla perfezione, ma non conoscevano il Dio che si illudevano di servire.

Il demonio aveva rubato dal loro cuore il suo amore, la storia e i miracoli, la gratuità dell’elezione. Il compimento era lì, offerto gratuitamente, ma non potevano credere; il “frutto” che il Padrone attendeva era proprio Gesù, da accogliere come il Messia, e invece lo volevano uccidere.

Ma il Padrone conosceva quel cuore indurito, era quello del suo Popolo, che aveva amato senza misura, inviando tante volte i profeti a cercare invano di ammorbidirlo. Così era giunta la pienezza dei tempi, il “kairos” nel quale Israele, senza merito, avrebbe potuto offrire il “frutto” preparato da tutta la sua storia.

Lo avrebbe dato alla luce una Vergine, senza conoscere uomo. Era, infatti, un frutto della Grazia e non dello sforzo, del moralismo e del legalismo; un dono di Dio nel seno della Figlia di Sion, la “vigna” illibata e feconda che Dio aveva preparato da sempre per salvare ogni uomo.

Ma i sacerdoti e gli anziani erano così pieni di se stessi e della loro pretesa giustizia, da sostituirsi al Messia; certo a parole erano lì ad attenderlo, ma lo avevano “scartato” come un usurpatore, e nel cuore lo avevano già ucciso, nell’illusione di appropriarsi con le proprie forze dell’eredità, del Regno dei Cieli. Per questo la parabola era dolorosamente profetica. Sarebbe avvenuto proprio così: avrebbero “cacciato e ucciso fuori dalla Vigna” il Messia.

Ma il Padre, come nella Parabola, sarebbe rimasto vivo, e loro non sarebbero diventati gli eredi, anzi. Avrebbero perduto anche la “vigna”, data invece a un Popolo Nuovo, il resto di Israele che avrebbe accolto umilmente Gesù e il Vangelo. I piccoli, i poveri, i maledetti che non conoscevano la Legge come i capi.

In loro, “scartati” dal Popolo come i “costruttori scartavano le pietre” fallate e inadatte alla costruzione del Tempio, il Signore diviene la “Pietra angolare” del Nuovo Tempio, il suo corpo risorto e vivo nella storia. In loro si rivela la vittoria della pazienza infinita di Dio su ogni criterio religioso o mondano di giustizia.

Chi poteva pensare che quell’Uomo ucciso sulla Croce fuori da Gerusalemme, come nel giorno di Yom Kippur si gettava da un dirupo nel deserto il capro espiatorio, era il Messia che avrebbe salvato ogni peccatore?

La tradizione ebraica vede in Yom Kippur il giorno in cui Dio ha accettato il pentimento del Popolo dopo aver rigettato Dio fabbricandosi un vitello d’oro. E per questo consegna di nuovo a Mosè le tavole della Legge. “La pietra” sulla quale Dio aveva scritto per Israele il cammino della vita, “scartata” dal peccato, era ora riconsegnata come fondamento di Israele.

Ma anche questo era profezia di un nuovo e definitivo compimento. Di quando cioè, la Legge scritta sulla “pietra” e scartata di nuovo da un Popolo che non ha potuto compierla, sarebbe stata impressa nel cuore di un resto che le sarebbe stato fedele.

Oggi ci è offerta ancora la possibilità di far parte di questo “resto”. Basta accettare d’essere senza frutti, come Pietro sulle sponde del Lago di Galilea; riconoscere che non abbiamo obbedito alla Parola e all’annuncio della Chiesa e dei suoi ministri. Anzi, li abbiamo “bastonati” con i giudizi, “lapidati” con le parole usate per giustificarci, “uccisi” nel nostro cuore per non ascoltarli.

Ma nella Chiesa può avvenire l’impossibile. Che cioè “il regno di Dio sia strappato” al nostro uomo vecchio per “essere consegnato” all’uomo nuovo, povero per accogliere con stupore e gratitudine il perdono, umile per obbedire alla Chiesa. Santo perché unito a Cristo, il frutto che siamo chiamati ad offrire al mondo.

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