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Christian women in Kurdistan - Acs Italia

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Chi ha paura di Dio? L’Occidente tra cristianofobia e ritorno dei fondamentalismi religiosi

Dati, analisi e riflessioni nel Settimo Rapporto sulla Dottrina Sociale nel mondo a cura dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, in uscita in questi giorni in libreria

Gli attentati di Parigi e Bruxelles, per quanto spaventosi, sono solo l’ultimo episodio di una guerra internazionale asimmetrica e non convenzionale che riporta sulla scena l’elemento religioso, pur deformato e manipolato, in modo dirompente.

E tuttavia: chi c’è dietro? Qual’è il fine ultimo? Come mai l’Europa appare indifesa come non mai davanti a tutto questo? Sono soltanto alcune delle domande da cui prende spunto il nuovo Rapporto annuale dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo in distribuzione in questi giorni nelle librerie per la casa editrice Cantagalli, interamente dedicato al revival sociopolitico dei fondamentalismi religiosi degli ultimi anni (cfr. G. Crepaldi – S. Fontana, Settimo Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel Mondo. Guerre di religione, guerre alla religione, Cantagalli, Siena 2016).

I fenomeni riscontrati dagli studiosi dell’Osservatorio sono di due tipi: da una parte si rileva una situazione di vera e propria ‘cristianofobia’ (per richiamare un’espressione introdotta nel magistero pontificio già da Benedetto XVI), tendenzialmente sistematica, su scala globale: vi è, cioè, una caccia al cristiano diffusa e praticata a livello planetario, per i motivi più disparati, che – se non verrà arrestata – con questa media di vittime rischia seriamente di passare alla storia come la più cruenta di sempre. D’altra parte non passa quasi giorno che papa Francesco non cessi di ricordare come si registrino più martiri oggi che sotto l’Impero Romano.

Su tutto questo, però, la comunità internazionale – tanto a livello istituzionale, quanto di mass-media – non ha ancora prodotto una riflessione culturalmente adeguata. Ci si scandalizza magari per l’ultimo massacro eclatante (come il caso delle quattro povere suore di Madre Teresa trucidate in Yemen appena qualche giorno fa) ma, passata l’eco del momento, torna poi tutto come prima senza che l’enormità dei fatti in gioco (si pensi anche al caso incredibile di Asia Bibi ancora in carcere e alla condizione quotidiana di milioni e milioni di cristiani in Paesi come il Pakistan, la Nigeria, il Sudan, l’Eritrea, l’Iraq, l’Afghanistan e tutta la Penisola arabica) dia luogo a una seria presa di coscienza della gravità della “catastrofe umanitaria” in corso, per usare le parole persino delle ONG più laiche presenti da tempo nelle aree di crisi citate.

Dall’altra parte gli autori – coordinati dal presidente e fondatore del centro-studi, l’arcivescovo di Trieste monsignor Giampaolo Crepaldi, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e dal direttore, il professor Stefano Fontana, da anni impegnato nello studio gius-filosofico dei processi di secolarizzazione – fanno notare come, a questa guerra globale non dichiarata alla presenza cristiana, corrisponda in Occidente, e in Europa in particolare, quindi nella culla stessa del Cristianesimo, una speculare e non meno violenta, nelle radici ideologiche, ‘guerra alla religione’ tout-court. Una guerra che contesta ugualmente la missione della Chiesa in vario modo, espellendo con decisione i simboli della fede dai luoghi pubblici, ridicolizzando i suoi rappresentanti nella cultura della comunicazione e nell’agone politico, mettendo mano infine alle leggi dello Stato per impedirne le ultime resistenze (ostacolando, ad esempio, l’esercizio dell’obiezione di coscienza nei casi con implicazioni bioetiche o avviando un’opera di laicizzazione di massa a tappeto nelle scuole).

Si tratta in questo caso di un altro tipo di guerra, che si combatte su un livello culturale-propagandistico e su un livello giuridico-politico, di natura ‘silenziosa’ se si vuole, che quindi emerge di meno perché non fa morti in senso fisico ma a lungo-termine produce un effetto non meno devastante sulle comunità religiose che vedono la loro presenza sulla pubblica piazza sempre meno tollerata e accettata, come se il credente – per il fatto di essere credente – non fosse una parte pienamente rappresentativa della comunità civile.

Per uscirne, gli studiosi auspicano un ritorno della cultura forte della ragione, libera finalmente da ogni pregiudizio o stereotipo antireligioso, e una ri-scoperta di quel diritto naturale che da sempre, al di là delle singole differenze etniche, linguistiche e geografiche resta il metro di giudizio più affidabile per valutare la bontà e l’idoneità della religione nella vita pubblica dei popoli. Immaginare una civiltà senza religione è pura utopia – mai nella storia sono esistite civiltà del genere, d’altronde – ma è anche vero che solo la religio vera, Rivelazione di un Dio che ama e si prende cura di tutti gli aspetti della vita dell’uomo, produce una reale civiltà, ovvero uno sviluppo che sia armonicamente materiale, umano e spirituale.

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