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Che cosa si aspetta l’Albania dopo la visita del Papa ?

Francesco nel Paese delle aquile ha riproposto l’impegno della Chiesa a favore della comunione dei popoli contro ogni forma di violenza e conflitto che oggi strumentalizza la religione

Il viaggio apostolico in Albania di Papa Francesco ha rinnovato il ricordo del paradigma del dopo-comunismo. Nei paesi a Est dei Balcani il capitalismo instaurato negli anni ’90 si rivelò selvaggio, essendo privo tanto degli strumenti introdotti in Occidente a tutela dei soggetti più deboli ad opera dello Stato sociale, sia di una regolazione legislativa delle attività finanziarie.

Di questa situazione finivano per approfittare gli stessi ex dirigenti comunisti, facilitati per via dei loro vecchi privilegi nell’acquisire i mezzi di produzione man mano che venivano privatizzati. La collettivizzazione forzata non aveva creato per niente il senso del pubblico, della proprietà comune; e nemmeno il senso della comunità come costruzione volontaria per proteggersi e rafforzarsi l’uno con l’altro. Poiché tutto era concentrato e imploso nello Stato, alla fine c’è stata una esplosione individualistica, in cui ciascuno ha preso quello che ha potuto dal pubblico. In questo processo, risultavano naturalmente avvantaggiati i vecchi dirigenti, abili nel mettere a servizio dei loro piani di appropriazione dell’economia quelle parti dell’apparato pubblico che essi controllavano.

La parabola di Putin, che oggi si trova a capo del più grande e potente dei Paesi ex comunisti risulta – da questo punto di vista – esemplare. Memore di un recente passato, ma proteso verso il futuro, Papa Francesco si è perciò rivolto particolarmente ai giovani per innestare un virtuoso processo di ricostruzione sociale, culturale e religiosa, ricordando in Europa il “primato albanese” che ne classifica il Paese come quello dall’età media della popolazione più giovane.

La gioventù è di per sé una riserva di speranza, ma anche di impegno e di sfida contro l’idolatria del denaro, della falsa libertà individualistica e della dipendenza e violenza che si combatte con la cultura dell’incontro, la ricerca del vero in una vita spesa con animo grande per costruire un’Albania migliore e un mondo migliore.

Quattrodici ore di presenza in Albania ha chiesto Francesco a Dio e alla storia per costruire un ponte di comunione sull’Adriatico in una terra dove molti hanno capito senza bisogno di traduzione e sine glossa il suo discorso omiletico e i suoi inviti all’allocuzione della preghiera mariana accompagnati entrambi da copiosi e sinceri applausi.

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo” è stato infatti l’ultimo canto di comunione alla celebrazione eucaristica presieduta a Tirana dal Pontefice, nella piazza dedicata a Madre Teresa di Calcutta, la celebre religiosa albanese che insegnò e praticò il principio paolino del “farsi tutto a tutti” specie nella lontana India dalla cultura segregazionista e classista.

L’inno può essere la risposta alla persecuzione comunista che, in un passato recente, privò più di un popolo della sua libertà religiosa. Dal 1944 al 1990 l’Albania fu uno Stato nazional-comunista estremamente isolazionista, stalinista e anti-revisionista.

Nel periodo 1967-1990, durante il regime nazional-comunista di Enver Hoxha, tutte le religioni erano proibite per legge in quanto l’ateismo di Stato era stato assunto a principio costituzionale ed imposto con la forza. Nel 1976, poi, nella Costituzione albanese, l’Albania si proclamava atea. Oggigiorno è stata ristabilita la libertà di culto e vi è stato un aumento dei fedeli delle varie religioni.

Eppure l’Albania fu l’unico paese dove tutti gli Ebrei furono salvati dalle persecuzioni durante la presenza dell’occupazione nazista. Le autorità dello Stato albanese rifiutarono di consegnare la lista degli ebrei presenti nel paese. Contrariamente alle norme imposte, nessun ebreo fu consegnato ma furono nascosti nelle abitazioni o a volte momentaneamente negli edifici dei patrioti albanesi.

La comunione e la coesione civica, accompagnata da una radicata tradizione di fede in Dio, chiede oggi il riscatto e la liberazione dalle passate catene del totalitarismo stalinista. Come già ricordava Giovanni Paolo II nel suo testamento spirituale espresso nel saggio “Memoria ed identità”, la Misericordia di Dio rimane il limite e il punto di fine al male degli uomini che nel secolo scorso imperversò attraverso le ideologie applicate alla vita politica e sociale e che, dopo le due Guerre Mondiali,  interessarono grande parte dell’Europa Orientale.

Alla chiusura delle libertà religiose si accompagnò la chiusura delle frontiere fino a quando, negli anni Novanta, dopo il movimento di protesta e di rivolta che portò alla rinascita della democrazia, decine di migliaia gli albanesi decisero di partire alla volta dell’Italia e si riversarono via mare sulle coste della Puglia.

Non è a caso che Papa Francesco, nella sua omelia, servendosi del simbolo nazionale, ha invitato gli albanesi a  fare memoria della loro liberazione, come gli israeliti che “su ali d’aquila” lasciarono la terra della schiavitù egiziana, dicendo però testualmente: “l’aquila vola in alto, ma ritorna sempre al nido…”.

Le fughe in avanti, la ricerca di eldoradi lontani, non aiuta la rinascita di una Nazione. Tante sono in realtà le catene che conservano in cattività questo popolo giovane che dopo anni di torture e umiliazioni cerca di spiccare il volo del riscatto sospinto dal soffio dello Spirito indotto dal successore di Pietro venuto a confermare i fratelli nella fede.

La fede non deve mai essere utilizzata come mezzo di divisione e di scontro, ha ricordato il Papa all’Università cattolica di Tirana, luogo di dialogo, di progetto umano e culturale. Un discorso molto importante perché nulla è più facile ai nuovi padroni, per giustificare il loro potere, che una ideologia.

Se fino agli anni ’90 gli elementi identitari religiosi risultavano inutilizzabili perché incompatibili con l’ideologia stalinista, oggi la religione può essere strumentalizzata per ricostruire arbitrariamente la storia nazionale come un conflitto tra il bene, incarnato dalla Nazione, ed il male, incarnato dalle Nazioni rivali.

Come “pastore del gregge universale”, dall’Albania il Santo Padre ha presente il pullulare di conflitti interetnici nell’Europa Orientale, ultimo in ordine di tempo quello tra Russia ed Ucraina. Davanti alla tentazione di chiudersi con intolleranza nella difesa della propria identità ci vuole “l’eroismo della ragione”.

Ed è precisamente la testimonianza di questo eroismo ciò che Bergoglio porta agli Albanesi: la testimonianza di una religione non vissuta come pretesto per l’esclusione del diverso, dell’infedele, ma come motivazione per collaborare al bene comune.

Non a caso il Papa ha detto di avere scelto Tirana come meta di questo viaggio perché la persecuzione cui il comunismo aveva assoggettato tutte indistintamente le religioni le ha motivate a promuovere una cooperazione essenziale. La ragione, per essere motivo di eroismo, ha bisogno della fede.

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