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Neuroestetica e Psicoterapia

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La Chiesa e le neuroscienze

È necessario distinguere le conoscenze scientifiche dalle ipotesi fantasiose e riconoscere che la scienza non è in grado di dare risposte alle domande fondamentali dell’esistenza

Ecologia della fertilità 

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Staminali: definizione in 3 punti

Per il Glossario di Bioetica, cellule progenitrici con la proprietà di differenziarsi in cellule specializzate, ottenute sia da un embrione che da un soggetto adulto, dal sangue cordonale o dal midollo osseo

Salute: definizione in 3 punti

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La genetica e i suoi rischi

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L’essere umano è un capolavoro!

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Firma per la vita

Riconoscendo la vita fin dal concepimento l’Europa tornerebbe ad essere il centro del diritto e faro di civiltà. Intervista a Carlo Casini

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Le staminali del cordone ombelicale bloccano il cancro al seno

di Paolo De Lillo

La terapia del cancro rappresenta uno dei settori della ricerca in cui le staminali del cordone ombelicale umano già in passato avevano portato ad importanti risultati dalle leucemie ai linfomi, dal glioma al mieloma. Però ultimamente le ricerche coronate da successo si susseguono l’ una all’ altra; sono diventate numerosissime: neoplasie dei polmoni e dei bronchi, pancreas, carcinoma della cervice uterina, melanoma, metastasi, tumori delle ovaie, della prostata e del seno.

Riguardo quest’ultima malattia la prima sperimentazione di grande rilievo è apparsa su numero di Marzo 2009 della rivista scientifica Cancer Research. E’ stata realizzata dal Dottor Chanran Ganta con la sua equipe del Departments of Anatomy and Physiology and Diagnostic Medicine/Pathobiology, nel College of Veterinary Medicine, presso la Kansas State University, a Manhattan (USA), un ateneo che si sta rapidamente specializzando nelle terapie cellulari contro il cancro con l’ uso dellestaminali del cordone ombelicale. Questi scienziati sono riusciti a bloccare completamente la crescita del carcinoma mammario in animali da esperimento, senza che si presentassero recidive o metastasi a breve termine.

Il cancro del seno rappresenta il tumore più diffuso in assoluto nella donna tra quelli invasivi, raggiungendo la percentuale del 22,9% di tutte le neoplasie femminili, con maggior incidenza in Europa e, soprattutto Nord America. Nonostante i grandi passi in avanti nella diagnosi precoce, nel 2008 ha causato la morte di 458.500 persone: il 13,7% dei decessi dovuti al cancro nelle donne.1 Inoltre si pensa vi siano quasi 20.000 casi all’ anno anche nei maschi.2

Tra i molti fattori di rischio vi sono il non aver avuto figli, alti livelli ormonali, l’ obesità dopo la menopausa, il fumo, il non aver allattato, una storia famigliare in parenti di Io grado, l’ uso anche moderato di alcool, una dieta ricca di grassi e povera di iodio, alterazioni endocrine, il livello economico elevato, la terapia ormonale sostitutiva, il menarca sotto i 12 anni e le radiazioni.3

Già da alcuni anni è stato scoperto che le staminali cordonali hanno la predisposizione a raggiungere in modo preferenziale i siti di neoplasie. I segnali più significativi, che innescano questa facoltà, sono dello stesso tipo di quelli che permettono l’ attivazione delle cellule difensive dell’ organismo affetto da un tumore. Alcuni ricercatori hanno pubblicato studi, i quali dimostrano che staminali geneticamente modificate riescono a trasportare in modo efficace proteine con capacità terapeutiche nelle regioni colpite da infiammazione o dal cancro.4 Ugualmente le cellule mesenchimali della gelatina di Wharton, anch’esse ottenute dal cordone ombelicale, hanno manifestato questa importante caratteristica. Quando queste staminali cordonali sono state modificate geneticamente, in modo da secernere una citochina, l’ interferone INF- beta, e sono state infuse per via endovenosa, hanno potuto inibire il carcinoma metastatico della mammella in un modello murino.5 

In questa sperimentazione gli scienziati americani volevano inizialmente utilizzare le staminali mesenchimali del cordone ombelicale contro il carcinoma del seno, proprio sfruttando tale prerogativa. Tuttavia, per avere un ulteriore gruppo di controllo, in una fase preliminare, hanno adoperato le staminali cordonali non modificate geneticamente su modelli tumorali sia in vitro, che in vivo. Con loro grande sorpresa esse hanno dimostrato un forte effetto anti-neoplastico anche senza miglioramenti artificiali del patrimonio genetico.6

In due gruppi diversi il trapianto è stato effettuato sia per via intra-tumorale, sia per iniezione. Le staminali del cordone ombelicale umano si sono indirizzate selettivamente verso l’adenocarcinoma mammario dal 4° giorno e sono state rilevate, con un’ elevata concentrazione, nelle immediate vicinanze del tessuto tumorale oppure al suo interno.

Questa importante caratteristica era già stata evidenziata in diversi studi precedenti.7 Sembra essere mediata da chemochine e fattori di crescita8, secreti dal carcinoma o dallo stroma, il tessuto di sostegno ad esso associato.9

Hanno attenuato la crescita dell’ adenocarcinoma in modo significativo dal giorno 14 in poi. A seguito di ciò si è determinata una forte riduzione di volume e di peso della massa neoplastica.

Nessuna staminale cordonale è risultata presente in altri organi, come reni, fegato, polmoni o milza fin dal quarto giorno.

Per di più il Dottor Ganta ha riscontrato una maggiore inibizione del carcinoma dose dipendente nei soggetti infusi per via intra-tumorale con 1x106staminali del cordone ombelicale, rispetto a quelli trattati con 0.5×106. Ciò ha riguardato sia le dimensioni, che il peso.

Le neoplasie sono regredite in misura sempre maggiore, fino a non risultare più palpabili dal 34° giorno nei ratti trapiantati attraverso infusione endovenosa e dal 38°, in quelli per cui è stato usato il metodo intra-tumorale.

Da un punto di vista istopatologico gli adenocarcinomi dei soggetti non trasfusi contengonouno strato molto sottile di tessuto di granulazione, un piccolo numero di linfociti, alcuni macrofagi e neutrofili, mamolte cellule tumorali anaplastiche, che hanno perso le loro caratteristiche specifiche di forma, organizzazione e differenziazione funzionale. Invece in ambedue i gruppi, che hanno ricevuto le staminali cordonali, sono state individuate poche isole di cellule neoplastiche con un fitto tessuto di granulazione, infiltrato da un numero di linfociti moderato o elevato, spesso mescolati con le plasmacellule.6

Nella sperimentazione degli scienziati americani le staminali mesenchimali del cordone ombelicale inibiscono sia la crescita dipendente dal contatto cellulare dell’ adenocarcinoma, sia quella indipendente.

I ricercatori della Kansas State University hanno verificato l’ eventuale formazione di recidive a distanza di tempo. Anche in questo caso i risultati sono promettenti: non si è riscontrato alcun segno del possibile ripetersi della malattia nei cento giorni successivi. Certo, sarebbe molto importante continuare la sperimentazione ed iniziarne delle altre per accertasi che la patologia non si ripresenti anche dopo intervalli di tempo molto più lunghi: ciò darebbe un rilievo ancora più eccezionale alle scoperte ottenute.

In vitro, poste nello stesso terreno di coltura tridimensionale con agar soffice, le staminali del cordone ombelicale inibiscono il numero di colonie, che si formano dalle cellule carcinomatose, in modo davvero consistente, a differenza di altri tipi cellulari usati come controllo. Lo stesso avviene in modo significativo per la crescita delle colonie, se il medium è influenzato dalla presenza precedente delle staminali cordonali o se si attua una co-coltura di queste con le cellule tumorali. In esse viene attivata intensamente l’ apoptosi, la morte programmata della cellula, meccanismo naturale di autodistruzione, che mette in atto in risposta a specifici stimoli esterni: funge da barriera alla proliferazione neoplastica.

Secondo il Dottor Ganta la capacità di eliminare completamente l’ adenocarcinoma mammario con staminali cordonali non modificate geneticamente è un ulteriore e specifico vantaggio, perché qualsiasi manipolazione dei cromosomi, che costringa le cellule ad esprimere un carattere esogeno, sarebbe in grado di alterarne in qualche modo il comportamento e le risposte. Ciò, almeno potenzialmente, potrebbe renderle meno sicure per i trapianti, soprattutto se fossero necessari numerosi cambiamenti di geni.6La sua scoperta sarebbe in accordo con una recente ricerca, in cui si osserva che staminali mesenchimali umane non modificate riescono a ridurre il sarcoma di Kaposi del 50% in vivo, anche se in questa sperimentazione le cellule sono state somministrate in elevate quantità e non hanno completamente eradicato i tumori, a differenza delle staminali cordonali.10

Il risultato antitumorale mostrato nello studio della Kansas State University può essere dovuto all’effetto combinato di una potente azione anti-proliferativa e di un’ attività a favore dell’ apoptosi, mediate dalle staminali del cordone ombelicale. Ciò porta alla completa eliminazione di tutte le cellule neoplastiche, tanto che negli animali da esperimento non risultano recidive dell’ adenocarcinoma, almeno a breve termine.

Ictus: le staminali del cordone ombelicale riparano l’ 85% del tessuto cerebrale danneggiato

di Paolo De Lillo

ROMA, domenica, 23 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Anche se non ancora clinicamente disponibile per malattie del cervello, si prevede che la tecnologia delle cellule staminali del cordone ombelicale evolverà in uno dei più potenti strumenti per la gestione biologica di complessi disturbi del sistema nervoso centrale e periferico. Per molti di essi oggi le opzioni terapeutiche tradizionali risultano ancora limitate.

Tra essi l’ ictus è sicuramente la patologia con più avanzati studi sperimentali per l ‘ uso delle staminali cordonali. Nel numero del Maggio 2010 il Journal of Neuroscience Research ha pubblicato l’ importante ricerca del Dottor Christopher C. Leonardo e del suo team del Department of Molecular Pharmacology and Physiology, College of Medicine, presso la University of South Florida, a Tampa (USA), sotto la supervisione della Professoressa Alison E. Willing del Department of Neurosurgery, Center of Excellence for Aging and Brain Repair, uno dei più importanti centri al mondo per lo studio delle staminali del cordone ombelicale umano.

Essi hanno scoperto che la loro significativa efficacia nella terapia dell’ ictus è legata in gran parte alla capacità di inibire il reclutamento delle cellule pro-infiammatorie associate alla isolectina e di modificare la morfologia di quelle positive per il marker Cd11b, da un aspetto ameboide ad uno ramificato, meno attivo.

Ogni anno si verificano in Italia circa 196.000 casi, di cui circa il 20% è costituito da recidive (39.000). L’ictus è la terza causa di morte nel nostro Paese dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, causando il 10%-12% di tutti i decessi per anno, la seconda nel Mondo Occidentale; rappresenta la principale causa d’invalidità e la seconda causa di demenza. Colpisce, sia pure in misura minore, anche individui giovani e si stima che ogni anno il numero di persone in età produttiva (<65 anni) colpite sia intorno a 27.000, tra cui diversi bambini.1

L’ ischemia cerebrale produce un’ onda iniziale di lesioni neurali a causa del crollo dei livelli energetici, risultante dal diminuito afflusso di ossigeno e nutrienti. Tuttavia la neuro-degenerazione è aumentata da una seconda risposta, ritardata, che coinvolge le cellule immunitarie e segnali che attivano la flogosi, ritardando l’ estendersi dei danni al sistema nervoso centrale, anche a distanza di diversi giorni.2

Mentre il cervello, nella situazione fisiologica, è generalmente impermeabile alle cellule immunitarie del sangue, dopo l’ ischemia avviene una loro infiltrazione per un’ alterazione della barriera emato-encefalica.

Innescano l’ infiammazione in sinergia con la microglia, macrofagi del cervello con caratteristiche simili a quelli periferici. In risposta ad un insulto vascolare modificano la propria morfologia da una forma ramificata, non attiva, ad una ameboide, associata ad uno stato dinamico, producendo citochine, che favoriscono l ‘ infiammazione. Inoltre uno studio ha dimostrato che la microglia costituisce la maggior parte dei monociti all’ interno del tessuto ischemico, suggerendo che i macrofagi periferici possano influenzare il suo comportamento.

Per tutti questi motivi nuove terapie indirizzate verso monociti periferici e le loro interazioni con la microglia possono rivelarsi utili nel trattamento della morte cellulare differita dopo un ictus.

Sperimentazioni recenti del Dipartiment of Molecular Pharmacology and Physiology del Dottor Leonardo hanno portato alla scoperta che la somministrazione sistemica ritardata delle staminali del cordone ombelicale riduce in modo consistente i danni della sostanza bianca del sistema nervoso centrale; risultato ottenuto dall’ equipe del Dottor Craig T. Ajmo, Jr.e apparso su Experimental Neurology nel Luglio 2009.3 Inoltre esse riducono il volume dell’ infarto e migliorano il recupero comportamentale nei ratti dopo occlusione dell’ arteria cerebrale media.4 5

L’ efficacia del trattamento ritardato dell’ ictus con le staminali cordonali è attribuito alle azioni combinate antinfiammatorie e protettive, nonché alla riduzione dei linfociti B e dei monociti e macrofagi caratterizzati dal marker CD11b. Queste ultime aumentano il legame con la isolectina IB4 nel cervello danneggiato, suggerendo che ciò avviene nelle cellule pro-infiammatorie.6

Con la sua nuova sperimentazione Leonardo giunge alla conclusione che le staminali del cordone ombelicale, trapiantate dopo alcuni giorni dall’ infarto cerebrale, si dirigono preferenzialmente verso le cellule che attivano la flogosi e quindi riducono il loro reclutamento.

I topi da esperimento sono stati sottoposti a legatura dell’ arteria cerebrale media a livello del Circolo di Willis ed all’ infusione di 1 milione di staminali cordonali.

Nei controlli, non trattati, dopo 96 ore ore le cellule della microglia ed i macrofagi CD11b migrano in gran numero nel corpo striato, vicino al corpo calloso e al ventricolo laterale, le aree maggiormente colpite dall’ ischemia, spostandosi attraverso arterie collaterali e la sostanza bianca vicina; mentre nei primi due giorni erano rimaste in gran parte all’ interno dei vasi sanguigni. Inoltre si ingrandiscono e modificano la loro forma in ameboide, con ampie protuberanze in movimento; cambiamento associato ad un aumento d’ attività.

Contemporaneamente nei topi, che non hanno ricevuto le staminali cordonali, è stato rilevato un significativo aumento della presenza di cellule associate alla lectina, con le stesse caratteristiche delle precedenti. L’ unica differenza risiede in una loro maggiore concentrazione nella sostanza bianca del corpo calloso e lungo tutta la regione peri-ventricolare nello stesso emisfero, dove è stata realizzata l’ occlusione dell’ arteria, formando un fascio continuo, che può essere tracciato dai vasi fino alla base del cervello. I legami con la lectina aumentano del 66% sulla superficie di queste cellule tra la cinquantunesima e la settantaduesima ora.

Inoltre esse esprimono in misura elevata la MMP-3, la metallo-peptidasi 3 della matrice, ben nota per contribuire alla patologia ischemica. Questa proteasi degrada i costituenti della membrana basale, causando perdite di sangue attraverso la barriera emato-encefalica del cervello e aumentando l’ invasione dei globuli bianchi provenienti dal sistema vascolare. Un meccanismo simile si verifica nei confronti dell’ ossido nitrico (NO), importante marker della flogosi, per mezzo di una sovra-regolazione.

Questi risultati confermano che le cellule CD11b e quelle positive all’ isolectina, partecipano alla risposta immunitaria ritardata dell’ ictus, oltre ad esprimere markers per la neuro-infiammazione in vivo ed in vitro.7

Ben diversa la situazione negli animali da esperimento trapiantati con staminali del cordone ombelicale: dopo 51 ore, nelle aree vicine al ventricolo laterale, si realizza un blocco della trasformazione morfologica delle cellule CD11b, che sono inattivate o presentano uno stadio intermedio. In aggiunta risultano qui meno numerose, mentre nel nucleo striato non presentano differenze rispetto ai controlli. Le cellule positive alla isolectina rimangono in gran parte all’ interno dei vasi sanguigni, mentre sono molto poche quelle presenti nella sostanza bianca peri-ventricolare e nella zona che circonda l’ ictus. Esse si riducono ulteriormente nelle 24 ore successive e diminuisce il volume di cervello infiltrato, limitandosi allo striato con pochi elementi.

L’ infusione endovenosa di staminali cordonali abolisce quasi del tutto la risposta delle cellule immunitarie alla settantaduesima ora dalla legatura dell’ arteria cerebrale media. Contemporaneamente, in contrasto con quanto osservato il giorno precedente, le cellule CD11b diminuiscono fortemente nell’ area dell’ infarto dello striato, che risulta quasi priva delle cellule positive alla lectina.

La somministrazione posticipata di staminali del cordone ombelicale permette loro di agire con la massima forza nel momento in cui si stanno per manifestare le disfunzioni neurali ed infiammatorie più gravi.7

In passato si riteneva che, già dalle prime ore dopo l’ ictus, i neuroni disfunzionali fossero irrecuperabili, avendo espresso markers per l’ apoptosi, come la scissione della caspasi-3 e la colorazione TUNEL. Invece ricerche proprio della University of South Florida hanno dimostrato che questi danni sono reversibili con trattamenti somministrati anche fino a 48 ore dopo l’ occlusione dell’ arteria cerebrale mediana.8

La scoperta più rilevante di questa sperimentazione: la terapia con staminali cordonali permette una significativa riduzione del volume di questo tipo d’ infarto cerebrale fino al 85%, singolarmente lo stesso ottimo risultato che si è ottenuto con altri trattamenti, che agiscono anch’essi sulla risposta immunitaria, ma comportando un’ invasività ed effetti collaterali enormemente più gravi, come la splenectomia.4Questa eccezionale scoperta comporta anche che il nucleo necrotico dell’ ictus, che si forma nelle prime ore successive all’ evento, risulta più piccolo di quanto pensassero gli scienziati, interessando solo il 15% del volume complessivo del tessuto danneggiato.

Fin dalle prime ore dopo il trapianto le staminali cordonali iniziano a modificare le capacità di migrazione e di legare la lectina nelle cellule immuni infiltranti, che favoriscono la flogosi. Tuttavia, rispetto ai soggetti non trattati, in questa prima fase la loro concentrazione non si modifica nelle aree ischemiche, con la presenza di grappoli di cellule lungo le vie di migrazione, che partono dai vasi sanguigni collaterali alla base del cervello e dalla sostanza bianca del corpo calloso, in direzione dello striato. In questa struttura vi sono ancora molte cellule associate alla lectina, ma esse sono diventate già molto rare nelle regioni che circondano l’ ictus, per ridursi praticamente a zero a 72 ore dall’ inizio della terapia.

L’ infusione delle staminali del cordone ombelicale attenua l’ entità della risposta immunitaria e determina il cambiamento morfologico delle cellule che esprimono il CD11b dopo 51 ore.7

In precedenza nel 2006 sperimentazioni su questo stesso tema scientifico sono stati effettuate dalla Dottoressa Jennifer D. Newcomb e dagli scienziati del Center of Excellence for Aging and Brain Repair, anch’essi nel College of Medicine presso la University of South Florida. La loro ricerca, apparsa sulla rivista scientifica Cell Transpantation, già dimostrava che le staminali del cordone ombelicale umano potessero proteggere il sistema nervoso centrale da un’ ischemia focale, se somministrate a 48 ore dall’ occlusione dell’ arteria cerebrale media, ma non ancora dagli effetti patologici tardivi dopo 72 ore.

Anche in questo caso gli animali da esperimento evidenziavano un buon recupero comportamentale e fisiologico. Molti dei neuroni del nucleo ischemico erano stati riparati e salvati grazie alle staminali cordonali, dimostrando che la morte cellulare per apoptosi aveva un ruolo preminente nell’ ictus, rispetto ad un meccanismo necrotico, pur presente.

Come i suoi colleghi del Department of Molecular Pharmacology and Physiology, la Dotteressa Newcomb osservava una diminuzione od un’ assenza dell’ infiltrazione di neutrofili e monociti, nonché dell’ attivazione di astrociti e microglia nel parenchima dei soggetti trattati con staminali cordonali.4

Futuri studi dovranno stabilire i meccanismi con cui esse si interpongono tra i si segnali di attivazione infiammatoria e le cellule associate alla lectina e che esprimono il CD11b, come anche l’ intervallo di tempo ottimale dall’ evento vascolare, dopo il quale effettuare il trapianto.

Queste sperimentazioni della University of South Florida, coronate da successi, come molte altre in questo settore della terapia cellulare per l’ ictus, potrebbe offrire ai medici un forte incoraggiamento a iniziare trials clinici sull’ uomo, grazie anche ad una finestra temporale efficace più ampia per il trapianto delle staminali del cordone ombelicale umano.

*

1) Donnan GA, Fisher M, Macleod M, Davis SM (May 2008). “Stroke”.Lancet 371 (9624): 1612–23.

2) Offner H, Subramanian S, Parker SM, Afentoulis ME, Vandenbark AA, Hurn PD. Experimental stroke induces massive, rapid activation of the peripheral immune system. J Cereb Blood Flow Metab. 2006;26(5):654–665.

3) Ajmo CT, Jr, Vernon DO, Collier L, Hall AA, Garbuzova-Davis S, Willing A, Pennypacker KR. The spleen contributes to stroke-induced neurodegeneration. J Neurosci Res.2008;86(10):2227–2234.

4) Newcomb JD, Ajmo CT, Sanberg CD, Sanberg PR, Pennypacker KR, Willing AE. Timing of cord blood treatment after experimental stroke determine therapeutic efficacy. . Cell Transplant.2006;15(3):213–223.

5) Vendrame M, Cassady CJ, Newcomb J, Butler T, Pennypacker KR, Zigova T, Davis Sanberg C, Sanberg PR, AEW Infusion of human umbilical cord blood cells in a rat model of stroke dose-dependently rescues behavioral deficits and reduces infarct volume. Stroke.2004;35:2390–2395.

6) Matsumoto H, Kumon Y, Watanabe H, Ohnishi T, Shudou M, Ii C, Takahashi H, Imai Y, Tanaka J. Antibodies to CD11b, CD68, and lectin label neutrophils rather than microglia in traumatic and ischemic brain lesions. J Neurosci Res. 2007.

7) Leonardo CCHall AACollier LAAjmo CT JrWilling AEPennypacker KR. – Human umbilical cord blood cell therapy blocks themorphological change and recruitment of CD11b-expressing,isolectin-binding proinflammatory cells after middle cerebral artery occlusion J Neurosci Res. 2010 May 1;88(6):1213-22.

8) Ajmo C, Jr, Vernon D, Collier L, Pennypacker K, Cuevas J. Sigma receptor activation reduces infarct size at 24 hours after permanent middle cerebral artery occlusion in rats. Cur Neurovascular Res. 2006;3(2):89–98.

Il dolore e la sofferenza nella relazione medico-paziente

di Maria Grazia Marciani*

 
ROMA, domenica, 11 settembre 2011 (ZENIT.org).- La persona umana è un essere fragile. Isidoro di Siviglia, dottore della Chiesa del IV sec.[1] , definisce la fragilità in questi termini: «Fragile, così chiamato in quanto può essere facilmente infranto». Parlare di fragilità umana significa concentrare l’attenzione su qualcosa che può essere frantumato, danneggiato e che richiede pertanto particolare protezione e cura. Tale attributo per l’uomo non assume un significato negativo, di minus, ma qualifica la preziosità, la ricchezza, e la delicatezza della natura umana che reclama un’attenzione tutta particolare. La fragilità dell’uomo è iscritta nella sua costituzione. Una delle manifestazioni della fragilità è quella del dolore e della sofferenza e proprio su questa desidero soffermarmi per alcune riflessioni. Anche se da neurologo dovrei soffermarmi a parlare della distinzione tra il concetto di dolore e sofferenza sul piano scientifico ovvero da un punto di vista neurobiologico, psicologico e clinico, utilizzerò in questo contesto tali concetti come sinonimi.

Il mercato e i rischi di un mondo denatalizzato

di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 4 settembre 2011 (ZENIT.org).- Uno studio del National Center for Health Statistics (NCHS, Data BriefNumber 68, August 2011 Childbearing Differences Among Three Generations of U.S. Women) riporta allarmato i dati del calo demografico USA rispetto agli anni ’60 e le conseguenze sociali negative: dato inaspettato, in un mondo che viene terrorizzato dai media sul rischio della sovrappopolazione. Anche recenti indagini ISTAT mostrano che il 26% delle donne italiane vorrebbe 3 figli o più e finisce con averne meno della metà. Non è la prima volta nella storia che diminuisce il tasso di fertilità: già all’inizio del secolo scorso negli USA, in concomitanza con la crisi economica si era vissuto un fatto simile; ma è la prima volta che non aver figli è vissuto senza apparente rimpianto, ma come un “must” sociale. Lo dimostra il fatto che la denatalità è iniziata negli USA ben prima dell’attuale crisi, secondo il rapporto suddetto, e che l’età media per fare il primo figlio che è ormai fissata dai 30 in su per ricchi e per poveri; e lo dimostra lo sguardo di sospetto che segue sia le famiglie numerose, sia chi fa figli a 20 anni. Il Wall Street Journal del 4 agosto sottolinea che anche le stime di una parziale frenata al calo demografico fatte dall’ONU possono non essere veritiere e il mondo essere a rischio di denatalità, proprio il fenomeno opposto a quello di un’impossibile sovrappopolazione verso cui viene surrettiziamente creato il panico.

L’educazione sessuale favorisce o limita aborti e malattie?

di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 16 gennaio 2011 (ZENIT.org).- “Proseguendo la mia riflessione, non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”.

Pillola abortiva (RU 486): un delitto in solitudine

del prof. Giuseppe Noia*

ROMA, domenica, 4 luglio 2010 (ZENIT.org).- Uno dei teoremi più diffusi e radicati nel mondo medico e nella cultura popolare è quello di pensare che l’aborto volontario sia meno traumatico se effettuato nelle epoche precoci della gravidanza, consegnando così la pratica abortiva (e tra queste la RU486, detta anche la “pillola di Erode”) al criterio della “proporzionalità traumatica”: più piccolo è l’embrione, più sicuro e più accettabile è l’aborto, con minori conseguenze per la donna.

Una politica regionale per la tutela della maternità e dei concepiti

ROMA, domenica, 23 maggio 2010 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica, pubblichiamo l’intervento della dottoressa Lodovica Carli all’incontro che si è tenuto venerdì 21 maggio al Palazzo della Regione Lazio a Roma sul tema: “Regioni: quali politiche per la vita?”.

La relazione è stata curata dalla dottoressa Carli per conto e in rappresentanza del Forum delle Associazioni Familiari.

La dottoressa Lodovica Carli è ginecologa, dirigente Medico Primo livello, docente scuola di formazione insegnanti, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari della Puglia, referente scientifico dell’associazione La Quercia Millenaria.

Ecologia e bioetica

ROMA, domenica, 21 marzo 2010 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica pubblichiamo l’articolo di prof.ssa Mariella Lombardi Ricci, docente di Bioetica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (sezione di Torino).

 

Ecologia e bioetica

ROMA, domenica, 21 marzo 2010 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica pubblichiamo l’articolo di prof.ssa Mariella Lombardi Ricci, docente di Bioetica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (sezione di Torino).

 

Cambiando la legge si possono ridurre gli aborti?

ROMA, domenica, 21 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di bioetica la risposta di Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano, alla domanda di un lettore.

* * *

Vigente la legge 194, che cosa si può fare per ridurre gli aborti? E’cambiato qualcosa nel modo di pensare delle Italiane e degli Italiani dal 1978 ad oggi? F.C. di Ancona

Cambiando la legge si possono ridurre gli aborti?

ROMA, domenica, 21 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di bioetica la risposta di Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita italiano, alla domanda di un lettore.

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Vigente la legge 194, che cosa si può fare per ridurre gli aborti? E’cambiato qualcosa nel modo di pensare delle Italiane e degli Italiani dal 1978 ad oggi? F.C. di Ancona

RU 486: c’è ancora molto da fare

di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 29 novembre 2009 (ZENIT.org).- La commissione sanità del Senato della Repubblica ha concluso la propria indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU 486, approvando a maggioranza un documento estremamente stimolante per la ricchezza di spunti che offre alla riflessione bioetica.[1]

In via preliminare si può affrontare il tema dell’opportunità di una discussione politica riguardo alla questione di un farmaco abortivo (etimologicamente il termine farmaco riconosce la duplice accezione di lenimento e di veleno; dal momento che la gravidanza, desiderata o meno, non costituisce di per sé un elemento patologico, per qualsiasi prodotto abortivo è difficile individuarne la valenza curativa).

Vi sono quanti sostengono che la decisione sull’aborto chimico sia di mera spettanza medico-scientifica. Nel caso italiano questa prospettiva individua nell’approvazione del prodotto da parte del CdA dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), e prima ancora da parte del suo comitato tecnico-scientifico, il punto di svolta oltre il quale ogni ulteriore discussione rappresenta un’indebita intromissione nella relazione sanitaria tra donna e medico.

In termini generali possiamo facilmente comprendere come tale impostazione sia estremamente debole. La bioetica ha tra le sue radici principali la evidenza che la conoscenza tecnologica è divenuta così potente nella sua capacità manipolatoria della vita umana, da rendersi necessario sottrarre l’esclusiva gestione delle decisioni all’ambito tecnico-scientifico.

A tal proposito si possono citare le parole della commissione che interruppe il Tuskegee Syphilis Study: «La società non può più permettere che l’equilibrio tra i diritti individuali e il progresso scientifico venga determinato unicamente dalla comunità scientifica».

L’aborto costituisce un intervento che, laddove legalizzato o depenalizzato, per la particolarità e rilevanza pubblica dei beni in gioco, viene comunque sempre normato in modo specifico attraverso leggi e regolamenti. Nel nostro paese la legge 194 definisce i criteri di non punibilità dell’aborto, ma non vi sono leggi che regolano in maniera distinta il taglio cesario, l’estrazione dentaria, o la polipectomia endoscopica.

L’indagine del parlamento italiano non può essere indicata come una bizzarra intromissione politica rinvenibile solo nel nostro paese, se non dimostrando scarsa conoscenza della questione. Le “relazioni pericolose” tra politica ed RU 486 costellano la storia del prodotto sin dagli esordi.

Come dimenticare le pressioni esercitate dal ministro della sanità francese Claude Evin sull’azienda Roussel Uclaf che aveva deciso di ritirare dal mercato la RU 486? Come tralasciare l’attivo coinvolgimento del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton nell’esortare l’azienda francese produttrice della pillola abortiva ad estenderne il commercio sul territorio americano?

Come omettere la commissione d’indagine parlamentare presieduta dal deputato Mark Sauder che negli USA ha prodotto un rapporto assai critico nei confronti dell’operato dell’ente americano per la sorveglianza dei farmaci? Ed il serrato dibattito nel parlamento australiano? E il concomitante impegno politico di alcuni medici coinvolti nella promozione della RU 486 nel nostro paese?

Alla luce di queste considerazioni l’interessamento dell’organo di rappresentanza del popolo italiano nell’affare RU 486 è da ritenersi non solo lecito, ma addirittura doveroso. È pertanto ridicolo accusare d’incompetenza una commissione parlamentare che al suo interno racchiude numerose e qualificate competenze, per di più presieduta dal senatore Tomassini, medico, già primario di ginecologia ed ostetricia, difficilmente accusabile di non possedere i requisiti per comprendere certi elementi di matrice tecnico-sanitaria.

Come peraltro già evidenziato attraverso un’ampia revisione scientifica dal Gruppo di Studio per l’Aborto Medico (GISAM), la commissione non ha potuto che prendere atto della presenza di elementi di criticità all’interno della procedura abortiva farmacologica con diversi articoli della legge 194.

L’indicazione che l’intera procedura abortiva si svolga all’interno delle strutture sanitarie individuate nella legge espressa nel documento approvato dalla commissione parlamentare deriva dalla preoccupazione che anche nel nostro paese si possano verificare casi tragici come quello di Rebecca Tell Berg, morta a 16 anni per emorragia secondaria ad aborto chimico gestito a domicilio, evitando inoltre che gli aborti avvengano in autobus, come è stato descritto nella letteratura scientifica.

La proposta della commissione senatoriale di un’analisi più approfondita della letteratura medica riguardo al profilo di sicurezza ed efficacia della procedura abortiva farmacologica nasce dalla consapevolezza che la legge italiana prevede il ricorso alle “tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”; si tratta di qualità spesso attribuite alla pillola abortiva senza il necessario, metodologicamente rigoroso, supporto scientifico.

La supposta minore dolorabilità associata alla metodica di aborto chimico trova disconferma dall’intero corpo delle sperimentazioni cliniche, compresa quella appena pubblicata di Health Technology Assessment.

Non deve inoltre sfuggire la preoccupazione espressa dal prof. Casavola, presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, delle “ricadute nell’immaginario collettivo di ogni prodotto del progresso scientifico, potrebbe apparire più invogliante l’assunzione di una pillola rispetto alla complessità derivante dalla metodica dell’aborto chirurgico”.

Si tratta di una valutazione già empiricamente in parte esplorata dallo studio GISAM già ricordato. Adesso la palla è nelle mani dell’esecutivo. Qui preme identificare almeno altri due punti che sono da puntualizzare in maniera ulteriore.

Il primo riguarda una prassi tutt’altro che astratta, essendo stata adottata in Toscana dove, seppure il protocollo regionale preveda il ricovero ordinario di tre giorni per le donne che abortiscono con la RU 486, di fatto la quasi totalità abortisce anche fuori dalla struttura ospedaliera attraverso il ricorso alle dimissioni volontarie.

Si tratta di un comportamento che, per la sua vastità, per la coincidenza con le risultanze di un’estesa indagine giornalistica e per la dissonanza rispetto agli studi che indicano una preferenza delle donne a completare l’aborto in ospedale, non può non suscitare viva preoccupazione.

È da ritenere che una prospettiva tecnica di soluzione sia individuabile nel documento GISAM che la società Medico Scientifica Interdisciplinare Promed Galileo ha provveduto ad inviare anche agli organi competenti dell’esecutivo.

Sarebbe infatti paradossale che in nome della salute della donna si dovesse assistere a comportamenti su larga scala difficilmente inquadrabili come espressione di tutela della salute delle stesse donne che per giunta, proprio a causa dell’assunzione di responsabilità derivante dalla dimissione volontaria, non potrebbero neppure adire ai percorsi di tutela risarcitoria per eventuali danni alla salute derivanti da un accudimento sanitario insufficiente.

Il secondo aspetto che merita una riflessione ulteriore è quello dell’obiezione di coscienza. Rispetto a quello chirurgico il processo di aborto chimico è enormemente dilatato nel tempo. La inevitabile turnazione del personale sanitario non può andare a ledere il diritto del personale obiettore ad essere esonerato “dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”.

Dal momento che col metodo farmacologico non esistono criteri standardizzati per definire l’avvenuta interruzione della gravidanza, devono essere date adeguate garanzie al medico obiettore il cui intervento non fosse “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” attraverso una codifica dei compiti e delle responsabilità nell’assistenza sanitaria delle donne che abortiscono col metodo chimico di cui il ministero deve farsi promotore e garante.

Data la complessità e la delicatezza di tali questioni è da temere che le modalità che il ministero del welfare ha adottato per dare seguito alle raccomandazioni della commissione d’indagine parlamentare[2] siano così vaghe da risultare insufficienti ad assicurare gli obiettivi annunciati.

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“La dignità umana nelle Carte sui diritti dell’uomo”

ROMA, domenica, 22 novembre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo per la rubrica di Bioetica la relazione pronunciata da Marina Casini al Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita a Montecatini venerdì 20 novembre. Marina Casini, ricercatrice di Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, si occupa in particolare della dimensione giuridico-legislativa della bioetica.

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La bioetica non è solo un’etica dell’emergenza

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di bioetica riportiamo la risposta alla domanda di un lettore a cura del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

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Si parla tanto di riciclare i rifiuti, e talora ci si sente inadeguati perché sembra di combattere una lotta impari. Tuttavia, riciclare i rifiuti è uno dei pochi messaggi morali condivisi universalmente, mentre il principio di non uccidere, ad esempio, è sempre più messo in discussione come valore universale. Non pensa allora che ci sia uno sbilanciamento tra i messaggi politicamente corretti e quelli moralmente corretti? E se c’è questo sbilanciamento, come si può testimoniare un equilibrio, pur non volendo far la guerra a misure come per l’appunto il riciclaggio dei rifiuti che in sé sono buone?

La pillola di Erode (I)

di Cesare Cavoni*

ROMA, domenica, 30 agosto 2009 (ZENIT.org).- La pillola abortiva RU486 resta sotto i riflettori dei media e nel dibattito politico dopo la sua recente approvazione da parte dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco.

Da settembre, salvo sorprese, le donne che decideranno di sottoporsi ad aborto potranno quindi scegliere attraverso quale metodo farlo; se attraverso la via chirurgica o per mezzo dell’RU486.

Di fatto questa pillola, a cui se ne associa un’altra, antiulcera, che provoca l’espulsione del feto-figlio, sembra contrastare nettamente con la legge 194 sull’aborto che prevede il ricovero della donna. Nel caso dell’RU486, infatti, non si sa con certezza quando si verificherà l’aborto, se in tre o più giorni. Se la donna decide di lasciare l’ospedale prima dell’aborto nessuno può obbligarla a restare. Ecco quindi aggirata la legge 194 ed ecco riportato l’aborto in una dimensione, privata, di estrema solitudine e di rischio sia fisico che psicologico.

Ma va detto anche che nel nome della terapia, l’RU 486 porta davanti agli occhi di tutti un elemento, peraltro poco o nulla rilevato, come una specie di lettera rubata, a nostro avviso terrificante: per la prima volta constatiamo la messa a punto di un farmaco il cui obiettivo non è di curare una malattia, bensì di porre fine ad una vita umana. O, meglio, sembrerebbe che la gravidanza venga annoverata, più o meno esplicitamente nel sentire comune, come una patologia, nella misura in cui una donna, non scegliendola, è costretta a subirla. L’aborto, allora, potrebbe configurarsi, secondo questa visione, come la liberazione da una malattia o, più propriamente, da un male di vivere.

Un farmaco è, tuttavia, per definizione un mezzo che viene utilizzato per lenire, se non per debellare, una malattia.

L’altra parola magica che si lega a questo concetto è sperimentazione.  E, nel caso specifico dell’RU 486, da decenni si sperimentano sulle donne farmaci tossici di cui non si conoscono o non si percepiscono fino in fondo i rischi a breve, medio e lungo termine. Di norma, si può agire così quando non vi siano ragionevoli alternative, quando cioè non usare una terapia sperimentale avrebbe come unica alternativa la morte della persona. Ma in questo caso – non trattandosi di malattia – il termine “sperimentale” cade per definizione. 

Un altro motivo che ci porta a raccontarvi qualcosa sull’RU 486 consiste in un secondo elemento, anch’esso storico e inedito: a consentire ricerche e sperimentazioni, a decretare la necessità che occorresse investire su questa molecola, è stata l’azione tempestiva e anticipatrice dei mezzi di comunicazione. Senza la stampa, l’RU 486 sarebbe rimasta nei cassetti dei ricercatori. Senza i media non avremmo assistito ad alcuna sperimentazione. Senza la stampa i Governi (specie quello americano e quello francese) non sarebbero mai intervenuti nella vicenda. Senza i titoli a nove colonne, che andavano annunciando una rivoluzione farmacologica senza pari in seguito all’invenzione degli anticoncezionali, i ricercatori che posero mano all’RU 486 non avrebbero probabilmente avuto credito per proseguire nelle proprie ricerche.

Sono stati i media in generale, infatti – prima ancora che vi fossero evidenze scientifiche ragguardevoli, che si sapesse a cosa mirasse la nuova pillola, e che gli stessi ricercatori si entusiasmassero per le proprie scoperte -, a proporre qualcosa che non conoscevano, e che nessuno conosceva, come una rivoluzione positiva della quale la società avrebbe avuto bisogno e presto avrebbe fruito.

Una ragione ulteriore a fondamento della riflessione risiede nel panorama in certo modo “sconsolante” dei media, soprattutto italiani, che sui rischi legati agli effetti collaterali di questa sostanza hanno quasi sempre taciuto o tirato via. Ecco perché l’analisi parte dai media italiani, i quali avrebbero dovuto ricostruire la storia di questo farmaco, metterne in evidenza pregi e difetti e non sposare tesi precostituite senza, peraltro, degnarsi di vagliare appropriatamente una materia così complessa e delicata, riguardante non solo la salute delle donne ma anche i cambiamenti a cui la nostra società viene sottoposta attraverso il controllo della generazione umana. In Italia, con l’eccezione dei quotidiani Il Foglio e Avvenire, era ed è impossibile far arrivare all’opinione pubblica un’informazione corretta e articolata sull’RU 486.

Infine, un ultimo motivo. Il destino dell’RU 486 non è affatto compiuto. E questo sia nel caso essa sparisca dalla faccia della terra sia che venga adottata da tutte le donne del mondo. La ragione è semplice, anche se non immediatamente percepibile: il suo obiettivo primario non era, forse non è mai stato, quello di favorire un aborto farmacologico, considerato meno invasivo; al contrario, fin dalle prime ricerche sugli ormoni, era addirittura, ed è tuttora, quello di giungere alla messa a punto di una pillola che agisca prima della contraccezione e prima di un aborto, in sostanza permettendo alle donne di inibire il ciclo mestruale e di riprenderlo solo nel momento in cui scelgano di avere un figlio.

Sarebbe interessante e auspicabile, oltre che necessario, che qualcuno, prima o poi, decidesse di scrivere una storia della contraccezione.  Una storia “non guidata”, nella sua compilazione, da interessi se non esclusivamente scientifici. Ne uscirebbe un quadro inedito, e rattristante, in cui le donne si accorgerebbero, forse, di quale tipo di sperimentazione è stata condotta sulla loro pelle.

Allo stesso modo sarebbe interessante rendersi conto di come e quanto i media hanno fatto da grancassa ad una divulgazione di notizie riguardo alla contraccezione. Notizie che hanno avuto il

“merito” non di informare correttamente le donne, bensì di propagandare ciò che un certo sistema industriale farmaceutico, in un dato momento, voleva che venisse propagandato. Tuttavia, in attesa che qualcuno trovi inchiostro “non sponsorizzato” per mettersi all’opera, ci sembra altrettanto interessante delineare fatti, pareri e notizie sull’RU 486, che fino ad oggi sono stati esenti da polemiche e dibattiti sulla pillola abortiva. C’è un convitato di pietra nella storia di questa pillola, un protagonista senza memoria del quale non si capisce per quale motivo conduca ogni sforzo nel favorire la commercializzazione e l’uso della stessa. Il convitato di pietra è la stampa.

L’RU 486, mentre negli Stati Uniti e in Europa, dove è in uso, continua a far parlare di sé quasi unica mente per le potenti controindicazioni e le morti che ha provocato, in Italia è invece al centro di un dibattito scientifico e politico, dal momento che non è ancora in vendita e che dal 2002, dopo varie traversie, è stata oggetto di una sperimentazione. Per chi conosce, seppur per grandi linee, la storia di questo farmaco, la cui denominazione tecnica è mifepristone, tutta la disputa italiana può apparire come un deja-vu dai contorni anacronistici. Per chi, invece, ignora le diatribe del passato a livello internazionale che lo hanno visto protagonista, la discussione su di esso può apparire come un’innovazione, se non una rivoluzione, a cui tendere per modificare lo sguardo della società italiana in relazione all’aborto. L’obiettivo dei sostenitori dell’RU 486 è, ed è sempre stato, quello di introdurre un’alternativa all’aborto chirurgico. O almeno: questo è ciò che essi, per anni, hanno ripetuto in una monocorde litania “scientifica” e in un’ampia e articolata opera di convincimento socio-politico-culturale. Questo è ciò che i media hanno sempre messo in evidenza: bisognava, cioè, sostituire l’aborto chirurgico svincolando la donna dalla costrizione di un potere medico di tipo paternali stico, nonché dalla crudezza e dalla pericolosità – così veniva detto – dell’aborto chirurgico stesso.  Quantomeno, l’auspicio di un’ampia rappresentanza di media, scienza e politica era di mettere le donne in condizione di poter scegliere.

Ecco, il criterio della scelta aiuta a capire meglio la piega che la storia dell’RU 486 ha preso nel corso del tempo. Scegliere cioè se, come e quando avere una gravidanza. Mai come in questo caso la parola planning (“pianificazione”) diventa calzante: pianificare la propria vita e decidere il momento in cui mettere al mondo un figlio.  In realtà l’obiettivo dei soste nitori dell’RU 486 era ed è quello di demedicalizzare, togliere il più possibile dalla competenza e dall’influenza del medico l’aborto volontario, per trasformarlo in un fatto del tutto privato e personale; magari senza più essere costretti a chiamarlo “aborto”, appunto, cioè senza più esprimere il concetto utilizzando la parola corrispondente, foriera solo di dolore e di tristezza, perché quell’esperienza veniva considerata sì un diritto, sì una scelta, ma talmente dura che il solo nominarla generava sgomento. Si capisce in questo senso la locuzione the early option pill (“la pillola dell’opzione precoce”), usata per propagandare la nuova metodica. Questo da un parte.

Chi volesse approfondire l’argomento può leggere il volume di Cesare Davide Cavoni e Dario Sacchini “La vera storia della pillola abortiva RU486”, edito da Cantagalli.

* Cesare Cavoni, giornalista professionista per l’emittente televisiva della Conferenza Episcopale Italiana SAT2000, dove conduce da anni trasmissioni di scienza e bioetica, è Laureato in Letterature Comparate alla Sapienza di Roma, master in Bioetica presso l’Istituto Giovanni Paolo II dell’Università Lateranense, Perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, dottorando di ricerca in Bioetica sempre presso la Cattolica, docente di Bioetica e Mass media per i corsi di perfezionamento in Bioetica dell’università di Roma e Campobasso.

L’aborto nel pensiero femminista e femminile

ROMA, domenica, 26 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’articolo “L’aborto nel pensiero femminista e femminile” di Laura Palazzani, apparso sulla rivista della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum “Studia Bioethica”, Vol. 1, No. 2 (2008).

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La spirale. Aspetti scientifici, etici e normativi

ROMA, domenica, 19 luglio 2009 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di bioetica la risposta alla domanda di una lettrice da parte del dott. Renzo Puccetti, specialista in Medicina Interna e Segretario dell’associazione “Scienza & Vita” di Pisa e Livorno.

 

La Chiesa ostacola l’uso di terapie contro il dolore?

ROMA, domenica, 21 giugno 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica pubblichiamo le risposte alle domande di un lettore da parte del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Dal caso Englaro alle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (III)

ROMA, domenica, 7 giugno 2009 (ZENIT.org).- La vicenda di Eluana Englaro e la discussione in Parlamento per una legge di fine vita suscitano ogni giorno nuove domande. Per la rubrica di Bioetica ne abbiamo raccolte un certo numero, chiedendo al professor Lucio Romano di rispondere.

Il prof. Romano è dirigente ginecologo nel Dipartimento di Scienze Ostetrico Ginecologiche, Urologiche e Medicina della Riproduzione dell’Università di Napoli “Federico II” e docente di Ostetricia al Corso di Laurea Specialistica in Scienze Ostetriche. E’ inoltre docente di Bioetica ai corsi di laurea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presso l’A.O. S. Carlo di Potenza e alla Facoltà di Bioetica e al Master in Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. E’ vicepresidente del Movimento per la Vita Italiano e componente del Consiglio Esecutivo nazionale dell’Associazione “Scienza & Vita”. Fa parte del Comitato Scientifico della rivista “I Quaderni di Scienza & Vita” ed è autore, insieme a Maria Luisa Di Pietro, Maurizio P. Faggioni e Marina Casini, del volume “Dall’aborto chimico alla contraccezione d’emergenza” (Edizioni ART, Roma 2008).

Le prime due parti dell’articolo sono state pubblicate il 24 maggio e il 31 maggio.

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Dal caso Englaro alle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (III)

ROMA, domenica, 7 giugno 2009 (ZENIT.org).- La vicenda di Eluana Englaro e la discussione in Parlamento per una legge di fine vita suscitano ogni giorno nuove domande. Per la rubrica di Bioetica ne abbiamo raccolte un certo numero, chiedendo al professor Lucio Romano di rispondere.

Il prof. Romano è dirigente ginecologo nel Dipartimento di Scienze Ostetrico Ginecologiche, Urologiche e Medicina della Riproduzione dell’Università di Napoli “Federico II” e docente di Ostetricia al Corso di Laurea Specialistica in Scienze Ostetriche. E’ inoltre docente di Bioetica ai corsi di laurea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presso l’A.O. S. Carlo di Potenza e alla Facoltà di Bioetica e al Master in Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. E’ vicepresidente del Movimento per la Vita Italiano e componente del Consiglio Esecutivo nazionale dell’Associazione “Scienza & Vita”. Fa parte del Comitato Scientifico della rivista “I Quaderni di Scienza & Vita” ed è autore, insieme a Maria Luisa Di Pietro, Maurizio P. Faggioni e Marina Casini, del volume “Dall’aborto chimico alla contraccezione d’emergenza” (Edizioni ART, Roma 2008).

Le prime due parti dell’articolo sono state pubblicate il 24 maggio e il 31 maggio.

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Dal caso Englaro alle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (I)

ROMA, domenica, 24 maggio 2009 (ZENIT.org).- La vicenda di Eluana Englaro e la discussione in Parlamento per una legge di fine vita suscitano ogni giorno nuove domande. Per la rubrica di Bioetica ne abbiamo raccolte un certo numero ed abbiamo chiesto al prof. Lucio Romano di rispondere.

Il prof. Romano è dirigente ginecologo nel Dipartimento di Scienze Ostetrico Ginecologiche, Urologiche e Medicina della Riproduzione dell’Università di Napoli “Federico II”, e docente di Ostetricia al Corso di Laurea Specialistica in Scienze Ostetriche. E’ inoltre docente di Bioetica ai corsi di laurea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presso l’A.O. S. Carlo di Potenza; e alla Facoltà di Bioetica e al Master in Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. E’ Vicepresidente del Movimento per la Vita Italiano e componente del Consiglio Esecutivo nazionale dell’Associazione “Scienza & Vita”. Fa inoltre parte del Comitato Scientifico della rivista “I Quaderni di Scienza & Vita” ed è autore insieme a Maria Luisa Di Pietro, Maurizio P. Faggioni e Marina Casini del volume Dall’aborto chimico alla contraccezione d’emergenza” (Edizioni ART, Roma 2008).

 

Dal caso Englaro alle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (I)

ROMA, domenica, 24 maggio 2009 (ZENIT.org).- La vicenda di Eluana Englaro e la discussione in Parlamento per una legge di fine vita suscitano ogni giorno nuove domande. Per la rubrica di Bioetica ne abbiamo raccolte un certo numero ed abbiamo chiesto al prof. Lucio Romano di rispondere.

Il prof. Romano è dirigente ginecologo nel Dipartimento di Scienze Ostetrico Ginecologiche, Urologiche e Medicina della Riproduzione dell’Università di Napoli “Federico II”, e docente di Ostetricia al Corso di Laurea Specialistica in Scienze Ostetriche. E’ inoltre docente di Bioetica ai corsi di laurea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presso l’A.O. S. Carlo di Potenza; e alla Facoltà di Bioetica e al Master in Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. E’ Vicepresidente del Movimento per la Vita Italiano e componente del Consiglio Esecutivo nazionale dell’Associazione “Scienza & Vita”. Fa inoltre parte del Comitato Scientifico della rivista “I Quaderni di Scienza & Vita” ed è autore insieme a Maria Luisa Di Pietro, Maurizio P. Faggioni e Marina Casini del volume Dall’aborto chimico alla contraccezione d’emergenza” (Edizioni ART, Roma 2008).

 

L’etica dell’igiene e la cura del corpo

ROMA, domenica, 19 aprile 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica riportiamo la risposta alla domanda di un lettore da parte del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Un accesso consapevole alla diagnosi prenatale

ROMA, domenica, 22 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo per la rubrica di Bioetica la risposta del dottor Carlo Valerio Bellieni alla domanda di una lettrice.

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Ho letto recentemente un articolo di ZENIT pubblicato un anno fa a firma del dott. Bellieni, riguardante le implicazioni etiche della diagnosi genetica prenatale. Volevo porre le seguenti domande: sono obbligatorie la translucenza nucale e l’ecografia morfologica in Italia? Ci si può esimere dal fare questi esami, se si decide di accogliere comunque un bambino che alla nascita risultasse malato? Grazie per l’attenzione.

Risponde il dottor Carlo Valerio Bellieni*:

E’ doveroso ribadire che nulla in medicina è obbligatorio. Tantomeno in epoca prenatale. La domanda della lettrice è corretta e sorge in un clima dove invece sembra che molti pensino che certi esami siano davvero obbligatori. Anche in un recente studio americano, l’82% delle pazienti ritiene che le ecografie genetiche siano obbligatorie [1].

Su questo punto dobbiamo fare chiarezza: gli esami prenatali fatti nell’interesse della donna e del bambino sono utili e giusti. Le ecografie sono utilissime per scoprire malattie curabili come l’ernia diaframmatica o la spina bifida. Ma la misurazione della plica nucale, anch’essa fatta con l’ecografia, serve invece ad identificare il rischio che il bambino abbia la sindrome di Down, e questo – non essendoci al momento terapia per questa malattia – può avere al massimo la funzione di tranquillizzare in casi di ansia materna, ma certo non ha una funzione terapeutica sul bambino. Considerato poi che il 96% delle donne che scoprono di avere un bambino Down in gestazione abortisce – secondo quanto riportato recentemente in Francia dall’Associazione Jerome Lejeune -, si può supporre che raramente la diagnosi genetica prenatale serva ad accettare meglio il bambino. Anche la scoperta di altre malattie genetiche porta spessissimo ad aborto, come mostra uno studio in cui le percentuali di aborto sono 100, 73.9, 70% per la sindrome di Turner, la sindrome di Klinefelter, sindrome del triplo X [2]. Oltretutto, secondo un altro recente studio [3], l’informazione data alle donne sull’esame di translucenza nucale è carente.

D’altronde la Società di Ostetricia e Ginecologia Canadese ha stabilito delle linee-guida per l’esecuzione delle ecografie prenatali, in cui si spiega che non dovrebbero essere usate per scopi non medici, come la determinazione del sesso del feto (visto il tasso di aborto di femmine in certe culture) [4]: sarebbe opportuno che altrettanta cautela venisse impiegata per altri scopi “non curativi”, come l’identificazione di malattie genetiche non curabili come la sindrome di Down. Oltretutto vari studiosi sostengono che informazioni non volute dai genitori (come potrebbe essere il sesso del bambino) non devono essere date [5], quando non hanno un’utilità terapeutica.

Bisogna allora pretendere, a qualunque latitudine ciò avvenga, una corretta informazione prima della diagnosi prenatale, per poter accedere informati a richiedere o a dare il consenso ad un esame. La tendenza a rendere quasi automatico lo screening genetico non aiuta a fare una scelta consapevole. E questo è davvero il punto centrale: un accesso consapevole alla diagnosi prenatale. Anche il presidente del Comitato Francese di Bioetica ha messo in allarme per il rischio di eugenismo che l’esecuzione a tappeto di indagini prenatali genetiche può comportare [6]. Insomma, dobbiamo riportare l’informazione al centro della diagnostica prenatale, mentre studi mostrano come, a fronte di uno sbandieramento del rispetto dei diritti delle donne e della loro autodeterminazione, questo obiettivo sia ancora lontano [7]. E una corretta informazione diminuisce il numero delle interruzioni di gravidanza, perché combatte i pregiudizi e la paura talora immotivata.

L’esecuzione di diagnosi prenatale genetica, ovvero misurare quanto il nascituro sia geneticamente “perfetto”, non è un atto eticamente neutro: richiede un’informazione accurata e una scelta, dunque un’etica: ad esempio molti centri di bioetica inglesi sostengono che lo screening – la ricerca a tappeto – per la sindrome di Down prima della nascita non è etica [8]. Tuttavia degli studi mostrano come sia difficile per le donne rifiutare l’offerta sociale di esami genetici prenatali e addirittura come esse possano sentirsi particolarmente biasimate se, non avendo eseguito l’esame, hanno avuto un bimbo con malattia genetica [9]. Ma, come scrive mons. Elio Sgreccia parlando di diagnostica prenatale, “…il problema etico non si pone soltanto nei confronti della famiglia, ma anche in ordine agli specialisti che collaborano alla diagnosi: si tratta di sapere , infatti, se questa forma di diagnosi diventi o non, una collaborazione all’aborto” [10].

Per questo, concludendo, dobbiamo dare un’indicazione chiara:

1- le indagini prenatali devono essere fatte nella misura in cui hanno una prospettiva curativa; all’interno di questo quadro possono eccezionalmente inserirsi anche quelle indagini che possono far superare un’ansia dovuta alla paura di una grave malattia del figlio, per quanto incurabile, sempre soppesando gli eventuali rischi che l’indagine stessa comporta per il figlio o per la madre: il primo passo nel rapporto madre-figlio non dovrebbe essere mai l’accertamento della “normalità” di quest’ultimo; per questo abbiamo perplessità nell’accettare di fare dell’indagine genetica una routine.

2- Le indagini che non hanno una prospettiva curativa (come quelle fatte per accertare malattie attualmente non curabili come la sindrome di Down) devono essere decise dopo un’accurata discussione tra medico e paziente.

3- Fare un’indagine allo scopo di accedere all’aborto una volta che la risposta dell’esame non sia quella voluta è moralmente inaccettabile per chi considera la vita umana inviolabile.

4- Si deve dunque pretendere un’informazione completa prima di qualsiasi esame prenatale (dato che questo principio vale anche per le analisi che si fanno quando si ha l’influenza o un mal di pancia) e considerare attentamente se l’esame stesso rientri nell’interesse della salute dei soggetti coinvolti, cioè donna e bambino, ma in particolare in quella del soggetto che in realtà fa l’accertamento, ovvero il bambino, perché in questo caso la mamma è unicamente colei che tutela i diritti di quest’ultimo e non si dovrebbe fare un esame a un soggetto nell’interesse di un secondo individuo.

[1] Romain Favrea, Grégoire Moutelb, Nathalie Duchange. What about Informed Consent in First-Trimester Ultrasound Screening for Down Syndrome? Fetal Diagn Ther 2008;23:173-184

[2] Hamamy HA, Dahoun S. Parental decisions following the prenatal diagnosis of sex chromosome abnormalities. Eur J Obstet Gynecol Reprod Biol. 2004 Sep 10;116(1):58-62.

[3] Kleanthi Gourountia, Katerina Lykeridoub, Georgios Daskalakisc, Stavros Glentisd, Jane Sandall, Aris Antsaklis. Women’s Perception of Information and Experiences of Nuchal Translucency Screening in Greece. Fetal Diagn Ther 2008;24:86-91

[4] Bly S, Van den Hof MC. Diagnostic Imaging Committee, Society of Obstetricians and Gynaecologists of Canada. Obstetric ultrasound biological effects and safety. J Obstet Gynaecol Can. 2005 Jun;27(6):572-80.

[5] Robert J.Boyle, Lachlan de Crespigny and Julian Savulescu. An ethical approach to giving couples information about their fetus Human Reproduction Vol.18, No.11 pp. 2253±2256, 2003

[6] La France au risque de l’eugénisme LE MONDE | 03.02.07 | Propos recueillis par Michel Alberganti et Jean-Yves Nau

[7] Dahl K, Kesmodel U, Hvidman L, Olesen F. Informed consent: attitudes, knowledge and information concerning prenatal examinations. Acta Obstet Gynecol Scand. 2006;85(12):1414-9.

[8] T M Reynolds. Down’s syndrome screening is unethical: views of today’s research ethics committees. Journal of Clinical Pathology 2003;56:268-270

[9] Diane Beeson. Social and ethical challenges of prenatal diagnosis. Medical ethics, Winter, 2000

[10] E Sgreccia, Paolazzi C. Manuale di Bioetica.

* Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

L’effetto dell’ambiente sull’evoluzione

di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 1° febbraio 2009 (ZENIT.org).- Il numero di febbraio 2009 di National Geographic dedica una monografia a Charles Darwin, nel bicentenario della nascita: mostra i progressi che dopo Lamarck e Darwin il pensiero sulla mutazione della vita sulla terra – che nessuno dei due scienziati aveva ancora battezzato “evoluzione” – ha avuto nei secoli.

L’idea portante del pensiero di Darwin nacque dalla constatazione delle somiglianze e delle differenze tra le specie di animali – tartarughe, struzzi – nei Paesi del sud America da lui visitati con la nave Beagle; ciò lo portò a supporre che le diverse specie fossero scaturite non da creazioni separate, ma da una “trasmutazione” (così la chiamava) dovuta ad un influsso di ambienti diversi. Ma fu leggendo i lavori sulla crisi dovuta alla presunta sovrappopolazione scritti dal contemporaneo Thomas Malthus che Darwin trasse l’idea che questa “trasmutazione” fosse dovuta ad una lotta per la sopravvivenza del più adatto, in cui l’ambiente non aveva un ruolo di indurre la “trasmutazione”, ma di selezionare i soggetti che avevano la “trasmutazione” più adatta per vivere in esso. Erano idee innovative, ma che hanno parzialmente fatto il loro tempo. Intanto perché Darwin ancora sapeva poco di genetica. Matt Ridley sul National Geographic conclude l’articolo suddetto scrivendo che “le idee di Darwin sul meccanismo dell’ereditarietà erano sbagliate e confuse” perché pensava che le caratteristiche individuali fossero il risultato della mistura di quelle dei genitori, non rendendosi conto che invece fossero sì una mistura, ma delle caratteristiche di generazioni e generazioni precedenti, come invece capì “l’umile frate Gregor Mendel, padre della genetica moderna”.

Ma la genetica, spiega la biologa Mary Esteller sulla rivista Lancet del dicembre 2008, oggi ci fa fare un passo avanti. Se gli studi di Mendel aggiungevano ai dati di Darwin l’importanza della trasmissione e della selezione non solo dei caratteri dominanti, ma anche di quelli recessivi, e se Watson e Crick mostravano sessant’anni fa che questi caratteri son pezzetti di un lungo filamento di basi che si chiama DNA che passano di padre in figlio, oggi sappiamo che  possiamo ereditare non solo caratteri congeniti, cioè presenti nel DNA al momento del concepimento, ma anche caratteri acquisiti per via dell’influsso ambientale sul DNA durante la vita. E questo ha un peso rilevante per i motivi che a breve vedremo.

Si tratta di una nuova branca della biologia detta epigenetica, che tratta dell’influsso dell’ambiente sul patrimonio genetico. Mary Esteller scrive: “Noi non siamo i nostri geni. I geni sono solo una parte della vicenda. Non possiamo prendercela solo coi geni per il nostro comportamento o per la nostra suscettibilità alle malattie”. E continua spiegando che questo si vede bene nei gemelli monozigoti che svilupperanno malattie genetiche in epoche diverse pur avendo lo stesso corredo di DNA, e anche dal fatto che “uno dei risultati più sorprendenti della comparazione dei genomi di varie specie animali è quanto simili essi siano. Il genoma del topo non differisce molto da quello dell’uomo. Come possiamo allora spiegare le differenze?”.

Susannah Vermuza sulla rivista Genome del 2003 spiega che “la ricerca mostra con evidenza che in natura avviene l’eredità di caratteristiche acquisite” ed Eva Jablonka insieme a Marion J. Lamb nel volume Evolution in Four Dimentions (MIT Press, 2005) spiegano che questa ereditarietà dei caratteri acquisiti avviene per via di azioni epigenetiche, cioè non per mutazioni del DNA, ma per un silenziamento di alcuni geni indotto dall’ambiente, che agisce tramite l’azione di gruppi metilici e di istoni – rispettivamente molecole semplici e proteine – sul DNA. Questo rende ragione anche del perché le tante cellule dell’organismo, tutte con un DNA uguale, si comportano in modo diverso – e sono realmente diverse -: proprio perché in ognuna, pur avendo gli stessi geni, solo alcuni di questi possono parlare, ogni cellula esprimendo solo alcuni dei tanti geni che possiede. E questo spiega anche perché nonostante i due animali abbiano DNA molto simili, il topo abbia un aspetto molto diverso dallo scimpanzé: gli stessi geni sono presenti in entrambi gli animali, ma le cellule del topo ne usano alcuni, quelle dello scimpanzé altri.

Sul Sunday Times del luglio 2008, Steve Jones, professore di genetica all’University College di Londra spiegava così: “C’è sempre maggiore evidenza che fattori ambientali come la dieta o lo stress possono influenzare l’organismo ed essere trasmessi alla prole senza mutazioni del DNA”, ma mutandone l’espressione dei geni (oltretutto questo mette anche in allarme sulle proprie abitudini di vita e alimentari, che possono portare alterazioni dell’espressione del DNA trasmissibili ai figli). Michael Skinner, direttore del Center for Reproductive  Biology alla Washington State University descrisse su Science del 2005 che esponendo topi ad un particolare insetticida, si provocava una diminuzione degli spermatozoi e contemporaneamente un silenziamento di parti del DNA per l’azione dei suddetti gruppi metilici; ma soprattutto mostrò che l’effetto di questo contatto con la sostanza tossica avvenuta in una generazione, durava per almeno quattro generazioni successive.

Appare allora evidente l’effetto dell’ambiente sull’evoluzione, non più solo come selezionatore di mutazioni avvenute per caso, ma anche come induttore di cambiamenti genetici ereditabili. Eva Jablonka e Marion J. Lamb spiegano che “Ogni singola mutazione è casuale, ma la risposta del genoma – l’aumentata velocità di mutazione – può essere adattativa, cioè influenzata dall’ambiente”. Questo rende ragione della sopravvivenza di individui a cambiamenti ambientali bruschi e violenti ma anche improvvisi. Insomma, spiegano che “alcune mutazioni ereditarie sono dovute a istruzione più che a selezione”.

Perché è importante dal punto di vista intellettuale questa nuova pagina della moderna biologia? Perché è rilevante umanamente riscontrare che l’ambiente non è solo un selezionatore ma anche un induttore di cambiamenti ereditabili? Il famoso chimico Enzo Tiezzi, nel suo “Steps Towards an Evolutionary Physics” (WIT Press 2006), scrive che “l’avventura dell’evoluzione biologica è segnata da eventi-possibilità e eventi-scelta. E’ un’avventura stocastica, dal greco stokazomai, che significa, mirare con la freccia al centro del bersaglio”. Infatti le frecce arrivano in ordine sparso sul bersaglio, ma tutte protese verso il centro da parte dell’arciere. E continua “Il sistema combina la possibilità con la selezione. (…) Gli ecosistemi si evolvono stocasticamente per co-evoluzione e auto-organizzazione”, in cui l’ambiente ha la funzione di catalizzatore e organizzatore. Questo ci aiuta a rispondere alle domande che abbiamo posto prima: perché l’ereditarietà epigenetica è importante culturalmente? Perché mostra che l’evoluzione non è cieca.

La teoria sull’evoluzione è stata partorita da teorie nate a contatto del pensiero malthusiano, secondo cui il mondo è una continua e cieca lotta per la sopravvivenza tra cambiamenti casuali; ed è nata non a caso nell’epoca Vittoriana, in cui l’Impero inglese cercava le basi filosofiche e scientifiche del suo diritto a conquistare e governare il mondo di cui doveva dimostrare di essere il frutto migliore e più adatto; l’evoluzione mostra invece oggi il suo “volto umano”: un’armonica copresenza di tanti fattori, tutti cooperanti fra loro per evitare il disordine. Si mettono finalmente in discussione lotta e violenza come motori del mondo. Ci si domanda infatti se è sopravvissuto più agevolmente il più violento o invece il più capace di generare solidarietà, e dunque di far gruppo, stando attento ai più deboli della specie.

E’ un passo avanti importante; ma molto c’è ancora da scoprire in questo percorso di ricerca e conoscenza, che ha come nemico il fideismo cieco di chi crede ancora che tutta la realtà sia una casuale lotta, in cui “casualità” e “lotta” finiscono per diventare termini assoluti ed essere quasi divinizzati e, di conseguenza, trasformarsi in termini ideologici.

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*Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Obiezione di coscienza e diritti del concepito

di Lucio Romano*

ROMA, domenica, 9 novembre 2008 (ZENIT.org).- E’ opportuno fare un richiamo alla Legge 40/2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, premesse le argomentazioni in capo alla legge 194/78, le correlate riflessioni sulla espressione della obiezione di coscienza come tutela della vita umana e le considerazioni in merito alla Sentenza n.27/1975 della Corte Costituzionale (1) che ha “ricondotto la giustificazione dell’aborto nella scriminante dello stato di necessità (sia pure con confini più ampi di quelli indicati dall’art. 54 Codice penale) e non nell’esercizio di un diritto di scelta della donna”.

La legge 40/2004 riconosce in maniera inequivocabile sia il concepito che i suoi diritti, già nelle fasi precedenti all’annidamento: ” […] è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. In tale ambito richiamiamo solo alcune delle considerazioni riportate da C. Casini et al. (2), ed ai quali si rimanda per ulteriori e più approfondite argomentazioni. Nostra esigenza è infatti quella di definire le linee principali della tutela del concepito, riportando sinteticamente chiarimenti sui principali interrogativi (3).

Primo interrogativo: quale diritto prevalente per il concepito e quale tutela?

“[…] il dovere di scegliere avendo prevalente riguardo al minore, come stabilito nella Convenzione sui diritti del fanciullo […] riguarda anche il non nato. A questa conclusione è giunta la Corte Costituzionale nella sentenza 10 febbraio 1997, n. 35, nella cui motivazione si legge che l’art. 1 della legge n. 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza contiene non solo «la base dell’impegno delle strutture pubbliche a sostegno della valutazione dei presupposti per una lecita interruzione della gravidanza, ma è ribadito il diritto del concepito alla vita», il quale «ha conseguito nel corso degli anni sempre maggiore riconoscimento anche sul piano internazionale e mondiale», «come risulta – continua la sentenza – dalla Dichiarazione sui diritti del fanciullo […] nel cui preambolo è scritto che il fanciullo a causa della sua mancanza di maturità fisica e intellettuale, necessita di una particolare protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata sia prima che dopo la nascita». […] In definitiva dall’art. 1 risulta che la legge 40/2004 (n.d.r.) considera l’embrione a) come un essere umano; b) alla pari dei già nati e perciò c) qualificato come soggetto titolare di diritti; d) fin dal concepimento” (4).

Secondo interrogativo: i diritti del concepito rappresentano una novità nell’ordinamento giuridico italiano?

“L’espressione «diritti del concepito» non è nuova nell’ordinamento giuridico. Essa è usata nell’art. 1 c.c., che peraltro subordina all’evento della nascita i diritti che la legge attribuisce al concepito. […] La qualificazione del concepito come soggetto titolare di diritti contenuta nella legge n. 40/2004 si collega, da un lato, al riconoscimento del concepito come realtà biologica che è centro unitario di interessi già emergenti dal codice civile, ma dall’altro è nuova perché non subordina i suoi diritti alla nascita. Essa, tuttavia, non modifica l’art. 1 c.c., […] perché le due norme si trovano su piani diversi. L’art. 1 c.c. si riferisce, infatti, ai rapporti patrimoniali e alla circolazione dei beni, mentre l’art. 1 della legge n. 40/2004 investe in modo specifico la materia della PMA e più generalmente i diritti personalissimi di rilevanza costituzionale e di interesse pubblico” (5).

Terzo interrogativo: quali i possibili diritti dell’embrione?

Quali siano, poi, i possibili diritti «embrionali» (non nel senso di diritti meno consistenti di altri, ma nel senso di diritti attribuiti al concepito) è ben detto dal Parlamento Europeo nella risoluzione dedicata ai problemi etici e giuridici della fecondazione artificiale umana «in vivo» e «in vitro», adottata il 16 marzo 1989 che li elenca come «diritto alla vita e alla integrità, diritto alla famiglia, diritto alla propria identità genetica». Non appare dunque fuori misura l’espressione «diritti del concepito» nell’art. 1 della legge n. 40/2004. Essa è ripetuta per sei volte anche nella motivazione della già citata sentenza n. 35/1997 della Corte Costituzionale, la quale annota anche che «si è rafforzata la concezione, insita nella Costituzione italiana, in particolare nell’art. 2, secondo la quale il diritto alla vita, inteso nella sua espressione più lata, sia da iscriversi tra i diritti inviolabili e cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per dir così, privilegiata, in quanto appartengono – […] – all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana».

All’art. 2 Cost., che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo» aveva fatto riferimento anche la sentenza 18 febbraio 1975, n. 27 della Corte costituzionale per affermare il fondamento costituzionale della tutela del concepito, sia pure evitando di usare l’espressione «diritto alla vita del concepito» e preferendo parlare, in modo più equivoco, di «situazione giuridica del concepito»”: “[…] ha fondamento costituzionale la tutela del concepito, la cui situazione giuridica si colloca, sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie, tra i diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti e garantiti dall’art. 2 della Costituzione, denominando tale diritto come diritto alla vita, oggetto di specifica salvaguardia costituzionale” (6).

Con una successiva sentenza n. 35 del 1997, la Corte Costituzionale ha stabilito che nell’art. 1 della legge n.194/78 “è contenuta la base dell’impegno delle strutture pubbliche a sostegno della valutazione dei presupposti per una lecita interruzione volontaria della gravidanza, ma è ribadito il diritto del concepito alla vita. La limitazione programmata delle nascite è infatti proprio l’antitesi di tale diritto, che può essere sacrificato solo nel confronto con quella, pure costituzionalmente tutelato e da iscriversi tra i diritti inviolabili, della madre alla salute e alla vita”.

Comunque l’obiezione di coscienza è l’espressione di un diritto fondamentale dell’uomo, come riportato nella Carta costituzionale agli artt. 2, 19, 21 primo comma (diritti inviolabili dell’uomo, libertà di manifestazione del pensiero, libertà di coscienza religiosa).

Dall’art. 2 della Costituzione si evincono alcune considerazioni essenziali: a) l’articolo connota il nostro sistema come «Stato di diritti» che, appunto, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’affermazione sancisce l’originarietà dei diritti inviolabili dell’uomo, che in quanto fondamentali e connaturati alla persona, preesistono allo Stato, il quale oltre a riconoscerli si impegna ad assicurarne un’efficace protezione; b) i diritti inviolabili dell’uomo sono i diritti fondamentali attraverso i quali la persona umana può affermare la propria libertà ed autonomia. Per il loro carattere di appartenenza originaria alla sfera più intima e personale dell’essere umano, i diritti inviolabili dell’uomo sono inalienabili ed intrasmissibili, irrinunciabili ed indisponibili, insopprimibili in quanto il sistema di libertà che essi rappresentano costituisce il fondamento dello Stato di diritto e una loro violazione attuerebbe un sovvertimento dell’assetto costituzionale; c) la norma dopo aver sancito il principio personalista a tutela dei diritti della persona, pone un contrappeso, proclamando il «principio solidarista», ovvero il singolo esce da una posizione di difesa egoistica dei propri interessi, per assumere un ruolo responsabile della collettività.

L’ Humanae vitae: un’Enciclica che sollecita i Pastori

ROMA, domenica, 12 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la relazione pronunciata da monsignor Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta e Presidente della Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita, in occasione del Congresso internazionale “Humanae vitae: attualità e profezia di un’Enciclica”, svoltosi dal 3 al 4 ottobre scorso presso l’Università Cattolica di Roma.

 

L’anencefalo è un cadavere?

ROMA, domenica, 21 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo per la rubrica di Bioetica le risposte ai quesiti posti da due lettori da parte della dottoressa Chiara Mantovani, Presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara, e di Carlo Casini, già magistrato di Cassazione e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, Presidente del Movimento per la Vita italiano, membro della Pontificia Accademia per la Vita e docente presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

* * *

L’anencefalo è un cadavere?

Sì?

Dobbiamo rivedere le posizioni sull’interruzione di gravidanza degli anencefali.

No?

Allora l’espianto viene eseguito su uomini non ancora cadaveri.

In attesa di riscontro porgo distinti saluti.

Risponde Chiara Mantovani

Il bambino anencefalico che nasce, nasce vivo. La sua vita può durare pochi minuti, qualche ora o qualche giorno; talvolta qualche settimana. Ciò dipende dalla gravità della sua anencefalia. Già, perché il termine “anencefalico” non significa “senza cervello”, totalmente privo di tutto il cervello. Il termine è generico e denomina una grave condizione patologica malformativa che consiste in una mancanza di alcune parti dell’encefalo. Di solito è proprio la corteccia cerebrale, quella che allo stato attuale delle conoscenze è individuata come la sede della coscienza e dei movimenti volontari, la parte più gravemente mancante. Ma i centri profondi, che presiedono alla funzioni di respirazione, per esempio, hanno ancora una certa funzionalità. Proprio per questo la diagnosi di morte del bimbo anencafalico va fatta esaminando la presenza di queste funzionalità e dichiarata solo quando questi segni cessano di essere presenti. I protocolli al riguardo sono molti precisi. Il neonato non sarà dichiarato morto, e dunque non saranno eventualmente espiantati gli organi, fino a quando tutto il silenzio elettrico di quel poco di encefalo è documentato.

Il problema in gravidanza non sussiste: la placenta garantisce al piccolo tutto ciò che abbisogna alla sua vitalità intrauterina. Sarà la nascita a “lasciarlo solo” nella gestione della sua respirazione e circolazione e dunque a evidenziare la sua incapacità di vita autonoma, ma non sussiste alcun dubbio della sua vita in utero.

Riassumendo: è lecito espiantare gli organi di un bimbo anecefalico solo quando – come per qualsiasi altra persona – ci sarà sicurezza che tutto l’encefalo sia totalmente non funzionante. E questo solo dopo un tempo ancora più prolungato che nel caso di un adulto.

Anche il neonato anencefalico nasce e muore: in tempi fortemente ravvicinati, ma pur sempre presenti e diversificati.

A disposizione per eventuali approfondimenti (sebbene la materia sia strettamente specialistica) la saluto caramente.

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Diritti umani come percorso etico globale

ROMA, domenica, 14 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di padre Guido Miglietta, O.S.J., docente alla Facoltà di Teologia e al Master di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.

Diritti umani come percorso etico globale

ROMA, domenica, 14 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di padre Guido Miglietta, O.S.J., docente alla Facoltà di Teologia e al Master di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.

Morte: quando?

ROMA, lunedì, 8 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa  Chiara Mantovani, Presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara.

 

Testamento biologico, quali considerazioni?

ROMA, domenica, 27 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Chiara Mantovani, Presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) di Ferrara e Presidente di Scienza & Vita di Ferrara, in risposta alle questioni sollevate da due lettori di ZENIT a commento di articoli che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, rispettivamente Il caso Eluana e la dimensione della dipendenza e Il caso Eluana, quando i giudici vanno contro la Costituzione.

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Aborto e contraccezione: “è dalla verità che sgorga la libertà”

ROMA, domenica, 16 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.

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Nel campo della riflessione bioetica il primo momento è l’analisi del dato scientifico. Non si può effettuare né una corretta analisi, né esprimere un giudizio etico in presenza di dati biologici non corretti, perché un simile errore inficerebbe alla radice l’intero processo valutativo.

Sempre più spesso capita di doversi confrontare con prese di posizione che, magari in maniera inconsapevole, rischiano di influenzare l’opinione pubblica non attraverso un proprio argomentare filosofico-morale, ma attaccando la verità del dato scientifico, in modo che risulti assai più comodo giungere poi alle conclusioni etiche desiderate.

Ovviamente sono richieste competenze specifiche ed uno sforzo di analisi non indifferente, ma grazie all’odierna facilitazione di accesso alle fonti, disponendo di un’abbondante dose di buona volontà non è impossibile costituire un efficiente gruppo di persone dedicato a questo genere di attività.

Oggi ci soffermeremo su un altro esempio di come sia essenziale sottoporre ad attenta verifica le fonti.

Nei giorni scorsi il Ministero della Salute ha divulgato il primo rapporto sui lavori della commissione “Salute delle Donne”, istituita dal ministro Livia Turco compendiato nel primo rapporto sullo stato di salute della donna (2).

Si tratta di un documento di duecento pagine, preparatorio del documento finale, in cui sono esaminati numerosi aspetti della salute femminile. Al di là delle perplessità non marginali che si potrebbero sollevare in relazione all’acritica adesione all’ideologia di gender e all’impostazione di gender health (3), proposto dalle maggiori organizzazioni sovranazionali, su cui l’intero documento è plasmato, ma di cui in questa sede non è possibile né intendiamo occuparci, destano non poche preoccupazioni e sconcerto numerosi punti contenuti nella sezione dedicata alla “Salute sessuale e riproduttiva”.

Cercheremo di evidenziare le maggiori criticità.

1) Nel documento si afferma che il ricorso all’interruzione di gravidanza è diminuito. Nella relazione il confronto è posto tra il dato attuale e quello del picco storico raggiunto nel 1982, ma si dimentica che il confronto andrebbe effettuato con i dati del primo anno di completa legalizzazione dell’aborto, il 1979. Un confronto siffatto mostrerebbe una riduzione assai più contenuta, inoltre risulterebbe assai facile verificare come negli ultimi dieci anni il tasso di abortività, purtroppo, risulti sostanzialmente stabile. È inoltre davvero biasimevole che in un documento ufficiale si citi come più probabile la cifra di 350.000 aborti clandestini (con un range di 200.000-600.000) prima della legge 194, senza citare né fonti bibliografiche, né metodologie di rilevazione. Risulta infatti stupefacente attribuire all’Italia 350.000 aborti clandestini quando in Inghilterra e Galles nel 1977, dopo 10 anni di legalizzazione il numero di aborti tra i residenti fu di 102.677 (4) e nacquero 569.300 bambini, con un rapporto di abortività di 180,3 aborti ogni mille nati vivi. Negli stessi anni in Italia nascevano 800.000 bambini e quindi il rapporto di abortività ipotizzato dagli autori come praticato nella clandestinità sarebbe dovuto essere di 437 ogni mille nati vivi, cioè una cifra pari al 242% rispetto al dato inglese. Gli autori dimenticano altresì di citare alcuni dati, tra questi l’incremento negli anni dell’abortività spontanea (il rapporto di abortività spontanea standardizzato era nel 1985 pari 118,56 ed è cresciuto nel 2004 a 124,76), indicatore che può far pensare ad un certo incremento dell’aborto clandestino.

2) Gli autori del rapporto fanno poco più avanti un vero e proprio atto di fede, quando affermano: “La riduzione, sia dell’abortività legale che di quella clandestina, indica chiaramente che dalla legalizzazione la tendenza al ricorso all’aborto si è ridotta in modo significativo, molto probabilmente come conseguenza dell’aumentata competenza delle donne e delle coppie a regolare efficacemente la fecondità con i metodi della procreazione responsabile. Infatti, come osservato in altri paesi, in Italia la maggiore circolazione dell’informazione e il maggiore impegno dei servizi (in primis i consultori familiari, soprattutto nell’azione preventiva) ha aumentato le conoscenze, le consapevolezze e le competenze delle donne nel campo riproduttivo“. L’affermazione non va oltre una certa verosimiglianza, ma, almeno in un documento governativo, sarebbe stato opportuno offrire qualcosa di più. Come è infatti possibile attribuire la riduzione degli aborti all’incremento delle competenze a regolare la fertilità senza avere verificato la variazione di fertilità e di attività sessuale? Eppure sono disponibili numerosi studi che indicano un netto calo della fertilità, in particolare maschile. Gli ultimi dati giungono proprio da un ampio studio coordinato dal centro di andrologia di Pisa che ha dimostrato una notevole riduzione del numero e della motilità degli spermatozoi (5). Quanto questo fattore possa modificare il ricorso all’aborto è indicato in una recente pubblicazione nord europea (6). In mancanza di dati è norma di correttezza scientifica ammettere di non potere fornire spiegazioni, piuttosto che lanciarsi in rappresentazioni di fiction scientifica. Per accorgersi che l’idea che attribuisce la presunta riduzione degli aborti alla contraccezione sia vera quanto lo possono essere i soldi del monopoli sarebbe bastato che gli autori avessero posto in relazione i dati di contraccezione che loro stessi forniscono con i tassi di abortività ufficiali. Si sarebbero così accorti che né a livello europeo, né a livello regionale italiano, nelle aree dove più è diffuso l’uso della contraccezione ormonale la pratica dell’aborto è a più bassi livelli. Si tratta di dati che trovano conferma in una recentissima pubblicazione del Guttmacher Institute, l’istituto di ricerca americano non certo schierato su posizioni pro-life, che dopo attenta valutazione della letteratura, ha concluso che in nessuno degli 11 studi disponibili le politiche di promozione della contraccezione hanno dato alcun risultato in termini di riduzione delle gravidanza indesiderate (7).

3) Al di là degli aspetti etici delle questioni, non minore sgomento sul piano scientifico suscitano le proposte conclusive. Grande risalto viene dato alla pillola del giorno dopo quale strumento di prevenzione delle gravidanze indesiderate e in prospettiva all’aborto. La prescrizione della pillola del giorno dopo dovrebbe infatti essere inclusa tra i codici verdi nei pronto soccorso italiani, cioè essere considerata una condizione di “urgenza” da evadere entro due ore (8). Non so da dove gli estensori del rapporto derivino la loro fiducia nella capacità della pillola del giorno dopo di determinare a livello di popolazione una riduzione delle gravidanze indesiderate e degli aborti, tanto da consigliare interventi di politica sanitaria come quelli prospettati, dal momento che non viene riportata alcuna voce bibliografica. Allo scrivente non risultano infatti studi che abbiano dimostrato una tale efficacia della cosiddetta contraccezione d’emergenza, anzi è piuttosto il contrario. Suggerisco agli esperti incaricati dal ministro di leggere due studi importanti in proposito pubblicati all’inizio del 2007 (9; 10). Si tratta di una valutazione dell’efficacia reale (effectiveness) della forma di dispensazione della pillola del giorno dopo teoricamente più efficiente, l’advanced provision, cioè la fornitura alle donne di scorte di confezioni di pillola del giorno dopo da tenere in casa in modo da non dovere passare attraverso gli eventuali ostacoli costituiti dalla disponibilità di un medico prescrittore e di un farmacista che dispensi il farmaco. Entrambi gli studi dimostrano con chiarezza che l’advanced provision aumenta l’impiego e riduce i tempi di attesa, ma non ha alcun effetto né sulle gravidanze indesiderate, né sugli aborti. Credo non sia secondario ricordare agli esperti che il levonorgestrel è attualmente sul mercato senza uno studio di efficacia placebo-controllato, cosa che, unita ai dati di letteratura, dovrebbe indurre almeno ad una certa cautela prima di indurre comportamenti che rischiano di non produrre gli effetti clinici ipotizzati, ma costituire una fonte di spesa e di possibili rischi.

4) Infine non si comprendono le motivazioni che spingono gli autori del documento a proporre di “formare” i medici di medicina generale su le varie tecniche abortive, compreso l’aborto farmacologico. Forse che si vuole arruolare i medici di medicina generale tra i personale operatore dell’aborto? Si ha forse in mente d’introdurre come in Francia l’aborto farmacologico dal medico di famiglia? Se queste sono le intenzioni credo sarebbe corretto dichiararlo apertis verbis. In caso contrario si dovrebbe spiegare quante risorse una tale formazione assorbirebbe e sarebbe obbligatorio dimostrare l’appropiatezza di una tale allocazione a fronte di un assoluto silenzio del documento circa la formazione del medico di famiglia nell’opera di counseling delle donne con gravidanza difficile a rischio di aborto volontario. Eppure i medici di medicina generale sono responsabili di un terzo dei documenti necessari per sottoporsi alla procedura di interruzione di gravidanza. È oltremodo indicativo che digitando le parole chiave “interruzione volontaria di gravidanza” nella banca dati del ministero della salute non compaia alcun corso di aggiornamento rivolto ai medici di medicina generale tra gli eventi di formazione continua in medicina (ECM) svolti, come se la compilazione del documento da parte del medico fosse una mera formalità e di formare il medico ad aiutare la donna a rischio di aborto non vi fosse alcuna necessità.

In conclusione emerge chiaramente che è dalla verità che sgorga la libertà; solo conoscendo la verità le nostre azioni assumono una rilevanza morale che ci coinvolge personalmente. Nella menzogna siamo tutti schiavi.

 

Riferimenti:

1. Renzo Puccetti. I neonati fortemente prematuri, portatori di pieni diritti, ZENIT, 24 febbraio 2008.

2. Il documento è scaricabile interamente qui:http://www.ministerosalute.it/dettaglio/phPrimoPianoNew.jsp?id=133

3. vedi per le definizioni:http://www.bag.admin.ch/themen/gesundheitspolitik/00394/00402/01422/01710/index.html?lang=it

4. cfr. Abortion Statistics, England and Wales: 2006. http://www.dh.gov.uk/en/Publicationsandstatistics/Publications/PublicationsStatistics/DH_075697

5. Inquinamento, cala la fertilità maschile, Corriere della Sera – Salute. http://www.corriere.it/salute/08_marzo_07/inquinamento_fertilita_maschile_5218afea-ec12-11dc-a76d-0003ba99c667.shtml

6. Jensen TK, et al. Declining trends in conception rates in recent birth cohorts of native Danish women: a possible role of deteriorating male reproductive health. Int J Androl. 2008 Apr;31(2):81-92. Epub 2007 Nov 1.

7. Kirby D. The impact of programs to increase contraceptive use among adult women: a review of experimental and quasi-experimental studies. Perspect Sex Reprod Health. 2008 Mar;40(1):34-41.

8. Francesco Falli. Il codice colore in pronto soccorso. http://www.infermierionline.net/specialistiche/codice_rosso.htm

9. Raymond EG, Trussell J, Polis CB. Population effect of increased access to emergency contraceptive pills: a systematic review. Obstet Gynecol. 2007 Jan;109(1):181-8. Review.

10. Polis CB, et al. Advance provision of emergency contraception for pregnancy prevention (full review). Cochrane Database Syst Rev. 2007 Apr 18;(2):CD005497.

 

Dopo la moratoria per i Caino serve quella per gli Abele

ROMA, domenica, 13 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.

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L’Occidente è malato, anzi di più, è in preda ad uno shock settico. La cosa ancora più triste è che coloro che si accorgono della malattia, che indicano la necessità di cure urgenti e magari dolorose, sono additati come pazzi visionari da scacciare fuori dall’Italia, dall’Europa, o se possibile fuori dal sistema solare.

Questa piaga si chiama aborto legale, ha colpito l’Inghilterra nel 1967, la Francia nel 1975 e l’Italia nel 1978. Giuliano Ferrara ha il grande merito di avere compreso la situazione e attraverso la sua “dieta speciale” ha spremuto il bubbone richiamando l’attenzione della società civile: dopo la moratoria per i Caino serve quella per gli Abele. 

Come si è visto in occasione del referendum sulla legge 40 e come indicato da alcuni sondaggi (1), nel panorama italiano le posizioni radicali in materia di vita nascente sono assolutamente minoritarie. L’abortismo libertario, il feto come proprietà della donna, è posizione non condivisa nella Nazione e rifiutata anche dalle sentenze che escludono un diritto all’aborto tout court. È però maggioritario quello che Lombardi-Vallauri ha chiamato abortismo umanitario. Secondo questa visione, l’aborto è un male più o meno grande, ma una legislazione che renda l’aborto legale e facilmente accessibile è una necessità dettata dall’intento di ridurre i danni arrecati dall’illegalità.

L’orizzonte morale in cui tale concezione si inserisce è chiaramente quello proporzionalista, una concezione costantemente rifiutata dall’insegnamento magisteriale che ha invece sempre ribadito l’esistenza di azioni intrinsecamente malvagie, che mai, in nessuna circostanza possono diventare buone, includendo tra queste l’aborto volontario (2). 

Dibattere quindi sulla legislazione dell’aborto in termini di utilità, conseguenze e aggiustamenti normativi non può essere indicato come un percorso rigorosamente cattolico; chi lo fa è consapevole di muoversi in un orizzonte laico. Si tratta di un elemento che ingenerosamente viene disconosciuto dal fronte laicista, che in maniera fideistica e talora settaria si sottrae a tale confronto, dogmatizzando la legge e rifugiandosi nel comodo, un tempo efficace, ma ormai logoro schema della mistificazione e dell’invettiva (3) (4).

C’è un’inquietudine crescente di un mondo che aveva creduto di scindere ragione e fede, confinando quest’ultima in un recinto muto, privato e insignificante, ma che ora si trova a fare i conti con i frutti seminati; frutti imbarazzanti e amari, anzi amarissimi, nei cui confronti la società comincia, seppure in maniera ancora indistinta, a scoprire le bugie con cui le piante che li hanno generati erano state seminate e coltivate. 

In questi giorni sono stati attribuiti alla legge 194 una serie di meriti di cui il Ministro della Salute si è fatta garante (5), primo fra tutti quello di aver determinato la riduzione del numero di aborti. Il Ministro è persona colta, è per giunta laureata in Filosofia, e dovrebbe quindi essere attenta a non cadere nella fallacia logica del post hoc, ergo propter hoc. Se uno accende una sigaretta e dopo un minuto una tegola gli cade in testa, non vuol dire che le sigarette facciano cadere le tegole. Dal 1979 al 1982 il numero assoluto di aborti ufficialmente registrati è aumentato, per poi ridursi negli anni successivi, il tutto a legislazione invariata: effetto ad intermittenza? Il Ministro ha stuoli di esperti che potranno spiegarle che difficilmente la riduzione degli aborti è attribuibile alla contraccezione, stabile ormai da anni nel nostro Paese, basata in larga misura su metodi teoricamente poco efficaci, impiegata in percentuali che vedono l’Italia agli ultimi posti in Europa. Basta controllare le statistiche ufficiali per accorgersi che in Francia, Inghilterra, Scozia, Svezia, il ricorso all’aborto è nettamente maggiore nonostante pratiche contraccettive più sofisticate e diffuse.

No, deve esserci qualcosa di diverso, tra questi, forse, la riduzione della fertilità maschile, come è stato recentemente segnalato in uno studio danese (6), assieme allo sforzo di migliaia di volontari che con la Chiesa si sono adoperati per sostenere materialmente le donne in difficoltà e impedire, anche culturalmente, che la luce dell’aiuto alla vita fosse ancor più messa sotto il moggio. Ne è una prova il crescente ricorso all’aborto in Paesi come la Francia e l’Inghilterra, che del laicismo etico hanno fatto una bandiera, annullando il contributo sociale della religione. 

Negare, come sostenuto dal Ministro, che l’aborto legale sia strumento che di fatto realizza pratiche eugenetiche è operazione intellettualmente disperata.

Mentre nella popolazione generale italiana il rapporto di abortività è di 241,8 aborti ogni 1000 nati vivi, per i bambini down è di 600 in Campania, sale a 800 nel Triveneto e raggiunge 1600 in Toscana ed Emilia Romagna (7). I bambini down hanno cioè probabilità di essere soppressi prima della nascita 3-6 volte maggiori che i sani. I casi del bambino sopravvissuto all’aborto di Careggi e delle gemelline soppresse al San Paolo di Milano sono solamente la drammatizzazione mediatica di una realtà agghiacciante nella sua routinaria applicazione. 

Si ribatte che la legalizzazione ha sconfitto l’aborto clandestino e ha concorso a salvare la vita di migliaia di donne. Ricordo che nella relazione dello scorso anno si continuava a citare la cifra di ventimila aborti clandestini, segno di una pratica ancora lungi dall’essere esaurita, ma ancor più rilevante è che la mortalità materna non beneficia praticamente per niente della legalizzazione dell’aborto. Chi vorrà consultare le cifre fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità si accorgerà che la mortalità materna (entro 42 giorni dal termine della gravidanza, portata a termine o interrotta) in Irlanda, dove l’aborto è legalmente limitato ai casi di pericolo per la vita della donna, è minore che in Inghilterra, dove invece è completamente libero. Parimenti il solo fatto di doversi recare all’estero per abortire, un problema non insormontabile visto l’ampia mobilità a cui siamo giunti, è comunque sufficiente a ridurre gli aborti del 70%.

Viene allora da chiedersi se la riduzione degli aborti sia negli anni avvenuta grazie alla legge 194, o nonostante la legge. A coloro che chiedono l’applicazione della legge quantomeno anche nella parte preventiva, il Ministro risponde che essa è “applicatissima”. Difficile dare torto al Ministro. Il fatto che l’attività certificativa per le interruzioni di gravidanza impegni solamente il 10% dell’attività dei consultori, che grazie alla pratica delle dimissioni volontarie dopo le pillole abortive si possa abortire sul tram, che a 30 anni dalla legge non si abbia un quadro delle motivazioni alla base della richiesta di aborto che aiuti a fornire risposte specifiche e adeguate, che non si conservi alcuna documentazione utilizzabile sui contenuti del colloquio con la donna (come avviene ad esempio in Germania), che si persista nell’ostinato ostracismo nei confronti delle strutture di volontariato che si adoperano per la vita nascente, la dice lunga sull’applicatissima reale natura di questa legge. 

Certo, deve esserci consapevolezza che i cambiamenti possono andare non soltanto in senso restrittivo, ma anche ulteriormente allargare l’accesso all’aborto, sia in senso concettuale che pratico; tale consapevolezza deve essere alla base della prudenza nei comportamenti di coloro che ricoprono incarichi di responsabilità, tuttavia tale consapevolezza non deve fare dimenticare l’essenza profondamente iniqua della legislazione attuale. Questa legge è frutto degli umori del tempo che l’ha prodotta; è comprensibile essere affezionati ai miti giovanili, ma tutto scorre e bisogna dare prova di sapere cambiare idea.

Riferimenti:

(1) SONDAGGIO ISPO “Le questioni eticamente sensibili. Le opinioni degli italiani” http://www.lucacoscioni.it/node/6148

(2) cfr. enc. Veritatis Splendor (tra cui n. 56, 67, 79 e 80)

(3) Barbara Spinelli “Fede e mala fede“, «La Stampa», 30 dicembre 2007

(4) Filippo Facci “Contro la legge 194 una truppa di farisei“, «Il Giornale», venerdì 4 gennaio pag.1

(5) Aborto: Turco, nessuna legge è così attentamente monitorata, http://www.agi.it/politica/notizie/200801031113-pol-rt11026-art.html

(6) Jansen TK et al, Int J Androl. 2007 Nov 1

(7) cfr. Disabilità in cifre, http://www.disabilitaincifre.it/indicatori/nascita/sindrome_down.asp

Depressione e cancro

ROMA, domenica, 18 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dott. Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Interpersonale di Roma.

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L’umore è sotto i tacchi, alzarsi la mattina ed iniziare la giornata è faticoso, viene voglia di piangere, il cervello è percorso da pensieri foschi ed inquietanti, il sonno non è riposo ed una vago dolore interiore si tramuta in tremiti non visibili: è la depressione, la patologia psichica che sembra voler segnare l’inizio di questo terzo millennio se, come previsto dall’OMS, sarà già nei prossimi anni la prima causa di invalidità civile nei Paesi cosiddetti civilizzati.

E’ come se l’incredibile accelerazione dei nostri tempi evidenziasse in maniera impietosa la fragilità dell’uomo di oggi: il disagio psichico in generale appare in crescita e l’OMS calcola che almeno un adulto su cinque nel corso della vita presenterà un qualche disturbo psichico necessitante cura. La depressione sembra essere nel complesso una delle patologie psichiche più frequenti. Ovviamente alcune condizioni appaiono più rischiose di altre: per esempio la separazione, le perdite ed il lutto sono situazioni particolarmente significative per il manifestarsi della depressione.

La malattia in generale e la patologia neoplastica in particolare costituiscono un evidente fattore di rischio. Infatti alla depressione sembrano particolarmente esposti i pazienti affetti da patologie oncologiche: secondo molti studi un paziente ogni 5 presenta una patologia depressiva. Ancora più strisciante, in ambito oncologico, è la cosiddetta depressione sottosoglia, cioè un quadro depressivo non pienamente espresso sul piano sintomatico, ma già in grado di interferire con la vita del paziente.

Ad alcuni può sembrare scontato che una patologia di così forte impatto emotivo come quella neoplastica si associ alla depressione. Eppure questo riconoscimento non è affatto scontato. Infatti numerosi studi hanno dimostrato che la depressione è sottovalutata nel paziente affetto da patologia neoplastica. I motivi sono molteplici, ma il dato conclusivo è che la depressione è spesso non riconosciuta e quindi non trattata. In parte ciò è anche collegato allo stigma che si associa alla sofferenza mentale, alla vergogna ad esprimere la propria sofferenza emotiva, le proprie paure e le angosce, quasi come se ciò fosse segno di una debolezza da nascondere. In parte lo scarso riconoscimento della depressione è legato alla necessità di concentrare energie e terapie sulle problematiche neoplastiche e alla tendenza a spiegare le sofferenze emotive come un inevitabile prezzo da pagare. Infine alcuni sintomi della depressione vengono attribuiti alla patologia neoplastica ed alle terapie mediche in atto. Nel complesso comunque, in percentuali anche pari al 50%, la depressione non viene diagnosticata correttamente.

I criteri per la diagnosi di depressione, in generale, sono costituiti dalla presenza di umore depresso, anedonia (mancanza di piacere per le attività che comunemente davano piacere al paziente), perdita dell’energia vitale, della motivazione e apatia, irrequietezza o al contrario inibizione, alterazioni sessuali, alterazioni dell’appetito e del sonno (insonnia o al contrario eccesso di sonno), idee di morte, disturbi cognitivi (difficoltà nella concentrazione, perdita delle capacità attentive, disturbi della memoria), chiusura in se stesso, irritabilità, pessimismo, sensi di colpa e perdita della stima in se stessi. Ovviamente i quadri clinici hanno una variabilità fenomenologia individuale, una espressività sintomatica di intensità diversa e una percezione soggettiva della sofferenza che fanno sì che ogni paziente depresso sia diverso dagli altri. In ogni caso però la depressione sottrae al paziente la capacità di lottare e di sperare, deteriora i rapporti interpersonali e peggiora in modo significativo la capacità di reagire alle avversità .

Molti definiscono la depressione come la patologia della speranza: un depresso si percepisce infatti proprio come una persona inaiutabile. E quali sono le conseguenze della depressione quando non viene riconosciuta e trattata? Sono molte e gravi: non trattare la depressione significa per esempio incrementare la sofferenza soggettiva, peggiorare la qualità della vita, aumentare la disabilità e persino peggiorare la risposta alle terapie. Alcuni studi evidenziano come la depressione sia associata ad una maggiore percezione ed intensità del dolore neoplastico, poiché amplifica la sintomatologia algica attraverso meccanismi neurotrasmettitoriali. Molte e complesse sono le interazioni tra sistema immunitario e depressione e queste rendono ancora più forte il legame fra depressione e patologia oncologica. In generale molti studi evidenziano che la depressione provoca un deterioramento della risposta immunologica antitumorale. In alcuni casi è stato evidenziato come la depressione possa precedere l’esordio di una sintomatologia neoplastica, lasciando inferire complicate interconnessioni tra la patologia depressiva e quella oncologica.

Non c’è dubbio: l’esame di tutte le ricerche condotte sinora sul rapporto fra depressione e cancro porta a poter affermare che trattare la depressione è doveroso e che sottovalutarla ha conseguenze dannose per il paziente. Ci sono molte risorse per la terapia della depressione, piuttosto efficaci e sicure. Gli antidepressivi oggi disponibili sono connotati da un ottimo profilo di sicurezza e tollerabilità, anche in condizioni di comorbidità con patologie organiche significative. Permangono molti pregiudizi sull’uso degli antidepressivi (fanno dormire, danno dipendenza, cambiano il carattere, ecc…), ma si tratta per l’appunto di pregiudizi, facilmente superabili con una corretta informazione. Peraltro sono molteplici le prove di efficacia a favore della psicoterapia ad orientamento cognitivo: molti studi controllati evidenziano l’efficacia della psicoterapia cognitiva nei disturbi depressivi, a volte con risultati sovrapponibili ai trattamenti farmacologici. In altri termini la depressione non è invincibile e tutti possono riconquistare la voglia di combattere.

 

Esiste un rapporto tra televisione e bioetica?

ROMA, 9 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento, in risposta alla domanda di un lettore, di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Cos’è la giovinezza oggi?

ROMA, domenica, 3 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

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A che serve la bioetica?

ROMA, domenica, 10 settembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta alla domanda di una lettrice da parte della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

Etica della terra

ROMA, domenica, 2 luglio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito, per la rubrica di Bioetica, l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

74,1% gli astenuti ai referendum: Davide ha battuto Golia

ROMA, martedì, 14 giugno 2005 (ZENIT.org).- Seppure le forze in campo risultassero impari, con la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa schierati a favore dei referendum per l’abrogazione parziale della legge 40/2004, la popolazione italiana ha creduto alle argomentazioni di chi poneva l’astensione, con il risultato clamoroso che ha visto i votanti raggiungere il 25,9 per cento e gli astenuti il 74,1 per cento.