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Card. Stella: “Sacerdoti secondo Cristo. Non legalisti, né mondani o ispettori”

Il prefetto della Congregazione per il Clero ha aperto le celebrazioni per il 50° anniversario del Pontificio Collegio messicano

Il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero, ha aperto le celebrazioni del 50° anniversario del Pontificio Collegio messicano a Roma. Un cammino iniziato negli anni ’60, dopo l’assemblea plenaria dell’episcopato messicano, e proseguito nel tempo da preti e formatori, che “hanno offerto il loro generoso servizio per fare della permanenza romana un’occasione di fraternità e di formazione permanente”, ha ricordato il porporato.

Nel suo discorso – riportato da L’Osservatore Romano – ha poi esortato i presenti a considerare il compito più importante che “deve precedere tutte le attività” sacerdotali, cioè quello della formazione alla sequela del Maestro. “Senza questo fondamento – ha spiegato – non possiamo essere sacerdoti secondo il cuore di Cristo”.

Essere preti non dipende infatti “tanto dalle abilità o dalle conoscenze pastorali e dottrinali”, ma, più profondamente, da “una relazione con il Signore”. Occorre, pertanto, lasciarsi guidare dallo Spirito e vincere le opere della carne, attraverso un cammino che “dura tutta la vita, nel quale imparare ogni giorno a ‘essere di Cristo Gesù’ e crocifiggere la carne con i suoi desideri e le sue passioni”.

Infatti — ha ricordato il cardinale — rinunciando “ai sottili richiami del male, impariamo a lasciarci illuminare dalla misericordia di Dio e diventiamo più liberi di vivere nella sequela del Signore”. E in questo modo si può goderne i frutti: “l’amore, la gioia, la pace, la magnanimità, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé”.

Stella ha quindi invitato a riflettere sulla verità del sacerdozio, attraverso “le dure parole che Gesù rivolge ai farisei” ai quali dice: “Guai a voi!”. Parole da cui dobbiamo lasciarci provocare, ha affermato il porporato, affinché si possono individuare tre modi di essere preti e di vivere il ministero. Il primo “guai” è per chi paga la decima ma trascura la giustizia e l’amore.

“Possiamo pensare al prete legalista — ha detto il cardinale — che osserva scrupolosamente i piccoli rituali o le norme, senza vivere però la carità verso i fratelli e uno stile di vita veramente evangelico”. In effetti, egli conosce la legge, ma “la usa per salvaguardare la propria apparenza o per proteggersi dal mondo e dalle complessità della vita”.

Il secondo “guai!” è per chi ama i primi posti e i saluti nelle piazze; ovvero “al prete mondano, toccato dalla ‘mondanità spirituale’, che dietro un’apparenza religiosa perfetta cerca soltanto la propria gloria, i propri interessi e il successo personale”. Una tentazione, questa, “molto sottile, perché dietro agli slanci più generosi può nascondersi l’ansia per la realizzazione dei propri progetti o l’aspettativa di ricevere onori e riconoscimenti”.

Infine, c’è il terzo “guai!” rivolto al “prete ispettore del gregge”, perché “da compassionevoli fratelli del popolo, possiamo trasformarci in funzionari rigidi e cinici” invece che essere “buoni samaritani misericordiosi”.

 

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