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Card. Dolan: “La Chiesa non è un club di perfetti, ma un ospedale per i malati”

In un’intervista ad ampio raggio, l’arcivescovo di New York ed ex presidente dei vescovi Usa, condivide i suoi pensieri su Sinodo, crisi e bellezza della famiglia, ruolo della Chiesa e pontificato di Francesco

Anche se nessuno è “all’altezza” degli ideali della Chiesa, essa accoglie sempre tutti a braccia aperte. In sintesi è questo il fulcro dell’intervista del cardinale Timothy Dolan,arcivescovo di New York, a ZENIT. Nel colloquio da ampio raggio con la nostra testata, il porporato, già presidente della Conferenza Episcopale degli USA, ha espresso il proprio pensiero non solo in merito al Sinodo ma anche sul vero ruolo della Chiesa, su come tale ruolo si stia svolgendo nel pontificato di Francesco e su come si sia svolto con i suoi predecessori. Ha poi parlato con la franchezza che lo contraddistingue delle sfide pastorali nell’arcidiocesi statunitense, della copertura mediatica, così come dell’opportunità che Francesco si possa recare in visita pastorale negli Stati Uniti, ed in particolare a New York, nel 2015.

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Eminenza, quali sono le sue speranze e le sue aspettative dopo la fine del Sinodo straordinario e in vista dell’assemblea 2015?  

La mia aspettativa è che ci sia un incoraggiamento alle coppie meravigliosamente sposate e alle nostre belle famiglie che si trovano a vivere una vita che sia gradita da Dio, coerente con tutta la bellezza del Vangelo e vissuta sulla Terra per avvicinarsi il più possibile all’amore e all’unità della Santissima Trinità. Spero che mariti e mogli vivano il tipo di vita che è per noi una ‘icona’, ovvero una riflesso della passione, della pietà e dell’amore che Dio nutre per l’uomo. Questa è la maestà, è la poesia, è la storia d’amore, la bellezza del matrimonio che fa parte della nostra tradizione cattolica. Quindi la mia speranza è che, in un mondo in cui ci si chiede se si può rimanere uniti per sempre, se si possa rimanere fedeli e innamorati della stessa persona e si possano accogliere i bambini come un dono, come una benedizione, e non come un peso, il Sinodo sia riuscito a ribadire che “sì, puoi scommetterci la vita che le persone possono farcela!”. Ce la possono fare con la grazia e la misericordia di Dio, che ci dona una vita di straordinaria gioia. Quindi, se siamo stati in grado di dare quel sostegno e incoraggiamento al nostro popolo, “Alleluia”!

Quale è stato, secondo lei, il tema più importante riguardo al Sinodo?
Sarà contradditorio ma il messaggio più importante è che non ci saranno cambiamenti. La nostra sensibilità sta nel ribadire la fedeltà alla nobiltà, alla sacralità e alla grandezza degli insegnamenti della Chiesa su famiglia e matrimonio. Nel Sinodo non si è trattato di dover cambiare qualcosa, ma di ribadire meglio l’immutabile insegnamento della Chiesa in un mondo straordinariamente cinico e scettico riguardo alla possibilità di una vita eterna, fedele e fatta di amore.

Quali timori, invece?

Un po’ ci sono… Soprattutto vogliamo essere il più possibile chiari e convincenti nel riaffermare l’eterno insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia, senza spaventare nessuno, senza dare l’impressione di voler marginalizzare nulla. Come nelle famiglie, anche nella Chiesa ci sono i ‘più grandi’ che devono occuparsi di insegnare con chiarezza e di essere all’altezza delle aspettative, mostrando virtù, responsabilità, determinazione pur mantenendo un amore straordinario e una dolcezza verso i bambini.Dio è il nostro Padre che ci insegna ciò che è stato rivelato a noi sul matrimonio. La Chiesa è la nostra madre. Sia Dio sia la Chiesa hanno la suprema responsabilità di essere dei buoni maestri, proprio come farebbero i nostri genitori. Quindi, come possiamo riconciliare i nostri nobili insegnamenti con chi non è capace di vivere con essi? Mi riferisco ovviamente ai divorzi, a chi si sposa più volte e alle unioni dello stesso sesso. Come possiamo continuare ad affermare ciò che Dio ci ha insegnato senza escluderli? Come possiamo farlo in modo che essi riconsiderino gli insegnamenti di Dio? Come possiamo far loro ricordare che, anche se non sono capaci di vivere con questi insegnamenti, possono comunque considerare ancora la Chiesa come una famiglia, come una casa spirituale? Ecco la sfida: come essere maestri di fermezza e di amore allo stesso tempo.

In che modo la Chiesa può dare il benvenuto a chi non riesce a seguire tutti gli insegnamenti?

Penso che dobbiamo prendere queste indicazioni dal Santo Padre, che ha detto: “Se tu sei consapevole di essere un peccatore e ammetti di essere un peccatore, allora sono felice di incontrarti, perché anch’io lo sono! Unisciti a me e al grande gruppo di peccatori che cerca di migliorare”. Dev’esserci una conversione nel cuore, a seconda della grazia e della pietà di Dio, e lentamente, gradualmente, cercare poi di riallinearsi con gli insegnamenti di Gesù e della Chiesa. Non è un processo facile e qualcuno potrebbe ripetere degli errori ma è per questo che abbiamo il sacramento della Penitenza. Mi piace ricordare alla gente che la Chiesa non è un club privato per i perfetti, ma un ospedale per i malati. Se sei malato spiritualmente o moralmente, sei più che benvenuto nella Chiesa, perché tutti noi lo siamo. Anche se tu hai commesso gli errori più gravi sei comunque ‘a casa’ e noi faremo del nostro meglio per fartelo capire, alla luce della saggezza della Chiesa. Anche quando fallirai la Chiesa ti sarà accanto per farti capire che non sei escluso.

Parlando invece di New York, qual è la più grande sfida che l’arcidiocesi deve affrontare dopo il Sinodo?

La più grande sfida pastorale sarà quella di ricatturare lo straordinario invito alla compassione e alla cura che appartiene alla Chiesa. Infatti la percezione di alcune persone riguardo la Chiesa è che essa sappia solo dire di no. Il pericolo dopo il Sinodo è che molti diranno: ‘ancora una volta la Chiesa ha detto no all’aborto, no alle unioni dello stesso sesso, ecc’. Questa caricatura è sbagliata. La Chiesa dice sempre di sì a ciò che può rendere libero l’uomo e a ciò che rende la sua condizione più vera e genuina. Noi diciamo ‘si’ alla vita eterna, sì alla poesia del rapporto fra uomo e donna, sì all’idea che la famiglia è quanto di più vicino in questa terra alla Trinità, sì all’espressione sessuale dell’amore fra uomo e donna. E diciamo invece ‘no’ a chi nega tutto questo. Quindi, se lei mi chiede quale sia la mia più grande sfida pastorale, credo che sia quella di riconquistare lo straordinario e compassionevole invito che guarisce e la natura della dottrina della Chiesa.

Se qualcuno le chiedesse se Papa Francesco stia mantenendo la stessa linea di Benedetto XVI, lei cosa risponderebbe?

Noi siamo sempre in linea con la tradizione. Se lei legge gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, ci si può accorgere che la Chiesa ha sempre continuato questa sfida fin dalla Domenica di Pentecoste. Come vivere con gli ideali di Dio? Come riconciliare le trasformazioni della società con ciò che Dio ci ha originalmente insegnato? La grande sfida Pastorale è quella di non cambiare, di non compromettersi, ma di resistere senza scegliere un’altra strada.

C’è qualcosa nel modo in cui i media la descrivono che non la convince?
Papa Giovanni Paolo II ci ha insegnato che la Nuova Evangelizzazione sarebbe sempre stata una sfida e che non ci saremmo mai dovuti sfuggire l’opportunità di divulgare il messaggio di Cristo. A sua volta questo ci porta ad essere fraintesi. A volte ci sono dei casi in cui sento che le mie citazioni non sono usate appropriatamente, altre volte rimpiango di aver detto alcune cose. Comunque in generale non ho particolari rimorsi e non penso di essere stato trattato male.

Perché, secondo lei, Papa Francesco dovrebbe visitare gli Stati Uniti, ed in particolare New York?

Lui è il tipo di Papa che ti dice che puoi confidarti con lui e parlare onestamente. Quindi gli ho detto: “Santità, presumo che lei voglia venire negli Stati Uniti. È la terza o quarta comunità cattolica più grande al mondo’. Quando verrà, spero che verrà a New York, perché è un microcosmo di tutte le Chiese dell’America. Già sappiamo, comunque, che il Papa vuole venire perché ha espresso il desidero di recarsi nella sede delle Nazioni Unite.

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