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Presentation of the book "Campioni di vita"

ZENIT

Campioni di vita: storie di sport, storie di umanità

Presentato all’Università Europea di Roma, il libro-testimonianza di sedici celebri atleti

Lo sport degli esempi positivi, del rispetto, del sano agonismo, della solidarietà e del riscatto. Lo sport in cui le vere vittorie sanno anche andare oltre titoli, medaglie e piazzamenti. Questo il tema centrale dell’incontro Campioni di vita. Testimonianze di sport e umanità, organizzato dai Circoli culturali Giovanni Paolo II, che si è svolto il 3 giugno presso l’Università Europea di Roma.

All’evento hanno preso parte il professor Alberto Gambino, direttore della rivista di diritto sportivo del Coni e coordinatore accademico dell’Università Europea, l’ex pugile Vincenzo Cantatore, il campione olimpico di marcia a Tokyo 1964, Abdon Pamich, Felice Pulici, portiere della Lazio scudettata nel 1974 e vicepresidente del Coni Lazio, e Santo Rullo, psichiatra direttore sanitario della clinica di Villa Letizia, a Roma, dove i malati di mente sono curati utilizzando lo sport come terapia riabilitativa. Moderatore del dibattito il direttore di ZENIT, Antonio Gaspari.

Durante l’incontro è stato presentato il libro Campioni di vita, raccolta di ritratti di 16 personaggi legati al mondo dello sport, fra cui gli stessi Pamich, Cantatore e Rullo. Storie di umanità in cui agonismo e attività fisica sono palestre di vita anche al di fuori delle gare. Il volume, edito da Ares e Zenitbooks, ha come autori Antonio Gaspari, Maria Gabriella Filippi, Federico Cenci e Alessandro De Vecchi, ed è corredato dalla prefazione del presidente del Coni Giovanni Malagò e dalla postfazione di Felice Pulici.

Partendo dallo spirito del libro, i protagonisti presenti hanno ribadito l’importanza dei concetti e delle proposte concrete raccontate nel volume. Cantatore ha ricordato la sua esperienza di volontariato, dopo la fine della carriera da pugile, proprio nella clinica di Santo Rullo e di come, ispirandosi a studi medici di ricercatori statunitensi, abbia creato una specie di pugilato senza contatto fisico, in grado di portare notevoli benefici a persone che soffrono di depressione, tossicodipendenza e malattie come il morbo di Parkinson. Un’iniziativa nata negli ultimi mesi con l’obiettivo di arrivare gratuitamente nelle palestre di tutta Italia.

“Il primo grande appoggio ufficiale a questo progetto – ha sottolineato con emozione l’ex pugile – è arrivato da papa Francesco. Quando l’ho incontrato e ne ho parlato con lui, si è dimostrato da subito entusiasta”. Sulla stessa lunghezza d’onda, il dottor Rullo ha evidenziato l’importanza dello sport nel “riattivare la voglia di fare e l’equilibrio fra mente e corpo” in coloro che soffrono di depressione o malattie mentali. “Chi è mentalmente disabile – ha sottolineato il direttore di Villa Letizia – è portato a chiudersi in sé stesso, escludendosi sempre di più dalle relazioni con gli altri. Ecco quindi che uno sport di squadra come il calcio può aiutare a ricostruire e recuperare quella socialità perduta”.

Quando si ha a che fare con un olimpionico come Abdon Pamich è doveroso ricordare la sua medaglia d’oro a Tokyo 1964 e il bronzo a Roma 1960. “Ho vinto la gara più difficile e ho perso quella più facile”, ha commentato sorridendo l’ex marciatore che, a quasi 82 anni, ancora si diletta in competizioni amatoriali. Pamich, che fra gare e allenamenti ha dichiarato di aver “compiuto 3 volte il giro del mondo”, si è avvicinato alla marcia quasi per caso: “Da bambino volevo fare il pugile, ma poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale e dopo la fine del conflitto io e la mia famiglia abbiamo dovuto abbandonare Fiume, nostra città natale. Ci siamo stabiliti a Genova e lì avevo così tanta voglia di riprendere a fare sport che ho accettato la marcia, la prima occasione che mi è capitata. Da lì poi è diventata la mia passione e la mia vita”.

Pamich ha ricordato con orgoglio la propria origine fiumana e ha sottolineato come in quelle terre “non ci fosse una famiglia senza almeno una persona che praticasse sport”. Per questo motivo sta lavorando alla stesura di un libro che racconti le storie dei più grandi campioni originari di Fiume.

Infine Pulici, dopo aver parlato dello sport come gioia e appartenenza, e del rispetto delle regole e degli avversari come scuola di vita, ha raccontato dei suoi anni da volontario presso alcuni centri di assistenza ai non udenti. Non poteva mancare un ricordo della Lazio degli anni Settanta e un pensiero di affetto verso il suo allenatore Tommaso Maestrelli: “Era un vero educatore. Trattava ogni giocatore in modo diverso per aiutare tutti a dare il massimo. Con me parlava poco: bastava uno sguardo per capirsi. Invece a uno come Giorgio Chinaglia, per esempio, stava molto più dietro: entrava in camera sua per farlo alzare dal letto e andare ad allenarsi”.

Un grande tecnico morto a soli 54 anni, il 2 dicembre 1976, a causa di un tumore al fegato. Pochi giorni prima la Lazio aveva battuto 1-0 la Roma, con gol di Bruno Giordano, in un derby capitolino dominato dai giallorossi, ma deciso dalle prodezze di un Pulici insuperabile. “Fu la partita migliore della mia carriera – ha sottolineato l’ex portiere – quel giorno era come se fossimo in 12 in campo. Volevamo dedicare la vittoria al nostro allenatore e gli abbiamo fatto questo ultimo regalo”.

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