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“Buon giorno buona gente: che la misericordia di Dio entri!”

Gli uomini hanno bisogno di misericordia più ancora del pane

Buon giorno, buona gente!”. È il 1209 e Francesco d’Assisi entra nel borgo poverissimo di Poggio Bustone, salutando così i suoi abitanti. Sarà il nome, ma mi ha ricordato la semplicità di Papa Francesco che inizia sempre i suoi discorsi con il suo “Buongiorno” o il “Buonasera”.

San Francesco ha circa 28 anni e la memoria del suo passato giovanile, fatto di tanti errori e di molta voglia di potere, è ancora lì sulle sue spalle. Il senso di colpa ancora lo afferra e lo fa star male. Sarà che ho fatto la mia tesi sul senso di colpa, ma Francesco d’Assisi mi ricorda l’intera umanità e la fatica di ogni essere umano di sentirsi un perdonato.

Ogni persona ha, nel suo profondo, regioni inesplorate e quasi inespugnabili. Elementi antagonisti in una contraddittoria fusione, si fanno guerra tra loro all’interno di ogni uomo. Francesco conosceva bene il mistero dell’Eterna Misericordia di Dio; le consolazioni e le grazie erano cadute come un diluvio nella sua anima. Aveva sperimentato la pietà enorme dell’Altissimo.

Eppure, nonostante tante consolazioni, in quel momento Francesco dubita. Pensa che il cumulo dei suoi peccati sia maggiore della misericordia di Dio. Nell’anima di Francesco affiorano, dalle regioni ignote al piano di coscienza, frange sconosciute che gli fanno credere che il perdono, per lui, non potrà esserci. Ciò che sapeva prima, ora non lo sente. Per questo, arrivato a Poggio Bustone, passa il paesetto e continua a salire fino a mille metri di altezza, dove trova uno speco, una grande grotta. Tutto intorno c’è desolazione assoluta e aspra. Luogo ideale per il combattimento che Francesco dovrà fare.

Anche io mi sono inerpicata sulla strada che conduce fino a quell’eremo; luogo solitario, immerso in una natura che somiglia ancora a quella che Francesco vide e amò. E’ circondato dai boschi verdeggiati e apre lo sguardo su un panorama che ha del mistico!

Qui Francesco, alla fine della sua lotta spirituale, ebbe la visione che gli confermò il perdono per i peccati giovanili. Povero Francesco; anche lui, benché santo, era un uomo ferito dal suo passato; proprio come capita a tanti di noi! E’ dovuto intervenire Dio stesso.

Bonaventura racconta: “Un giorno mentre, ritirato in un angolo solitario, Francesco piangeva ripensando con amarezza al suo passato, si sentì pervaso dalla gioia dello Spirito Santo, da cui ebbe l’assicurazione che gli erano rimessi tutti i peccati. Rapito fuori di sé e sommerso totalmente in una luce meravigliosa che dilatava gli orizzonti del suo spirito, vide con perfetta lucidità l’avvenire suo e dei suoi figli. Dopo l’estasi ritornò dai fratelli e disse loro: “siate forti, carissimi, e rallegratevi nel Signore”.

 Il Celano, dopo la narrazione di questo episodio, scrive: “Quando finalmente si dileguò quella soavità e quella luce, spiritualmente rinnovato, sembrava essersi trasformato in un altro uomo”. Dio stesso era entrato nelle ferite della sua anima, guarendole con il balsamo delle sue parole: “Povero Francesco, perché ti preoccupi? Io Sono. Io sono l’aurora senza tramonto, sono il presente e il passato. Io sono l’eternità. Sono l’immensità. Sono senza contorni e senza frontiere. Io Sono. Io posso tutto: dalla fredda pietra tiro fuori figli palpitanti; in un istante rimetto in piedi generazioni sepolte. Francesco, figlio di Assisi, credi in me; spera in me. Fa il salto, Francesco, vieni verso di me. Ti manca solamente di metterti nelle mie mani. Il resto lo farò io. Io sarò il tuo riposo e la tua fortezza, sarò la tua sicurezza e la tua gioia, la tua tenerezza, sarò tuo padre e tua madre. Io sono la Misericordia!”

Quando ho studiato l’etimologia del termine “misericordia”, la cosa che più mi ha affascinato è che in ebraico, questa parola significa “utero materno”. Dio ci fa nascere e rinascere in continuazione perché, fondamentalmente, siamo un’umanità di feriti. 

E così, su quell’eremo (bellissimo da visitare!) ho ripensato di nuovo a Papa Francesco. Come il nostro santo, ha scelto semplici omelie quotidiane fatte con tono dimesso e familiare, per abbracciare e consolare. Ai vescovi che ha incontrato in Brasile a un certo punto ha detto: “dovete ricordarvi che quella che avete davanti è un’umanità di feriti”. Dentro queste semplici parole c’è tutta un’analisi profondissima del mondo contemporaneo e un’intuizione immensa del cristianesimo.

Innanzitutto Francesco non punta il dito, non incrimina, non recrimina, non accusa. Innanzitutto abbraccia.
È pieno di compassione; sa che tutti coloro che stanno lì ad ascoltarlo sono pieni di silenziose ferite, inflitte dalla vita, pieni di pesi, ansie, angosce. E lui vuol portare loro l’abbraccio di Gesù e la sua misericordia.
Il balsamo dell’abbraccio di Dio.

Quante volte il Vangelo dice: Gesù guardò la folla e pieno di compassione…”. La nostra incapacità di fare anche un solo passo da soli, era lì; davanti ai suoi occhi. “Ma che poss’io,Signor / s’a me non vieni/ coll’usata ineffabil cortesia?”, si chiede in una poesia Michelangelo Buonarroti. Gli uomini hanno bisogno di misericordia più ancora del pane.

San Francesco, in quell’eremo, ha ricevuto l’abbraccio misericordioso di Dio. Poi, per il resto della vita, non ha fatto altro che abbracciare tutti, perché si sentiva lui stesso perennemente abbracciato da Dio. Accogliamo con gioia questo Giubileo indetto da Papa Francesco e prepariamoci a farci abbracciare da Dio!

[Tratto da www.intemirifugio.it]

 

 

 

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