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Bob Dylan, “un genio menestrello dell’età spaziale”

Spiritualità, innovazione e anticonformismo nell’itinerario artistico del grande cantautore Premio Nobel per la letteratura

Il Premio Nobel per la letteratura conferito a Bob Dylan ha avuto una vasta eco sugli organi d’informazione, raccogliendo un’ondata di consensi e suscitando, al tempo stesso, un dibattito tra favorevoli e contrari. Tra chi inneggia, cioè, al talento creativo del grande menestrello folk americano e chi, pur non disconoscendo il valore artistico di Dylan, ritiene che il genere “canzone” sia difficilmente inquadrabile nell’ambito letterario propriamente detto.

Tra i più convinti fautori di Dylan possiamo senz’altro annoverare Giulio Rapetti, in arte Mogol. Candidato lui stesso al Nobel per la qualità poetica dei testi che hanno caratterizzato il suo sodalizio artistico con Lucio Battisti, Mogol ha accolto con favore il conferimento del Premio al suo collega d’oltreoceano: “Questo Nobel costituisce una grande apertura – ha spiegato – perché conferma una cosa ormai ovvia per tutti: che la poesia è sempre poesia indipendentemente dal fatto che sia scritta nelle canzoni oppure nei libri…”. Oltre a ciò – ha commentato Mogol – questo Premio rappresenta un importante riconoscimento alla cultura popolare.

Per Bob Dylan non si tratta certo del primo riconoscimento di prestigio. Basti pensare che, nel lontano 1965, il New York Times pubblicò una pagina dedicata ai giovani intellettuali d’America ponendo un interrogativo emblematico: “Bob Dylan è l’erede di Faulkner e di Hemingway?”

Nel 1969 gli venne conferita una laurea ad honorem in scienza musicale all’Università di Princeton e nel 2008 vinse il Premio Pulitzer per “l’importante impatto avuto nella musica e nella cultura americana grazie a testi e musiche di alto profilo poetico”.

Allen Ginsberg, uno dei protagonisti della Beat Generation, disse di lui: “Scrive una poesia migliore di quella che scrivevo io alla sua età. È un genio menestrello dell’età spaziale piuttosto che un vecchio poeta da biblioteca”.

Oltre al talento musicale e poetico, uno dei tratti caratterizzanti della personalità di Dylan è il rifiuto di ogni omologazione. In ossequio al valore libertario che ha sempre posto al centro della sua esperienza esistenziale ed artistica. Per sua scelta dichiarata, non ha mai accettato d’essere incasellato in un movimento o in un’ideologia, nemmeno quando ne condivideva le idealità o le motivazioni di fondo.

Pochi elementi biografici bastano a confermarlo. Come cantante folk era un idolo della controcultura e dell’attivismo per i diritti civili. Un successo sancito da una canzone memorabile come Mr. Tambourine Man, considerata una pietra miliare della musica degli anni ‘60.

Avrebbe potuto vivere di rendita, restando fedele al suo personaggio. Ma contro ogni previsione, Dylan si presentò al Festival di Newport del 1965 accompagnato da un gruppo rock e imbracciando una chitarra elettrica anziché il suo classico strumento acustico. I suoi fan non accettarono questa improvvisa mutazione e, per la prima volta, lo fischiarono sonoramente.

Ma non era il gradimento del pubblico ad orientare il genio artistico di Dylan. Semmai il contrario. L’artista proseguì per la sua strada e il risultato fu la celebre Like a rolling stone (1965): uno dei suoi capolavori e uno dei brani più eseguiti del suo repertorio, ripreso in numerose “cover” di gruppi e solisti. Tra questi occorre almeno ricordare: i Rolling Stones, che ne diedero un’interpretazione trascinante e visionaria, e Jimi Hendrix, che la cantò nella sua straordinaria performance d’esordio al festival di Monterey del 1967, creando un emozionante dialogo tra voce e chitarra.

Poi Dylan ebbe un incidente con la moto e fu costretto a fermarsi per oltre un anno, durante il quale scrisse il suo romanzo/poema Tarantula: un testo d’ispirazione autobiografica che impiega lo stile letterario del “flusso di coscienza”, portato alla ribalta da Ginsberg e Kerouac.

Quell’incidente lasciò in lui tracce profonde, al punto che, dopo il suo ritorno sulle scene, ebbe a dichiarare: “Ai tempi di Blonde on Blonde (il suo album discografico del 1966) andavo ad una velocità spaventevole… Quando si va in fretta non si è così consapevoli come si dovrebbe. In che cosa mi ha cambiato l’incidente? È difficile parlare di questo cambiamento. Non mi resi conto dell’importanza di questo incidente per almeno un anno. Poi ho capito che era un vero incidente. Credevo che mi sarei alzato e avrei ricominciato a fare quello che facevo prima e invece mi sono accorto che non era più possibile…”.

Forse fu questa esperienza ad accentuare la sensibilità introspettiva di Dylan e ad orientarla verso una più consapevole ricerca di natura spirituale. Una ricerca che si avverte chiaramente in John Wesley Harding (1968), il suo primo album pubblicato dopo l’incidente motociclistico, che segna il ritorno ad un sound di tipo acustico e che contiene numerose citazioni bibliche. A tale proposito, Beatty Zimmerman, madre di Bob Dylan, raccontava che il figlio era solito tenere sulla scrivania una grande Bibbia, dalla quale traeva ispirazione per i suoi testi.

Ho visto in sogno Sant’Agostino

vivo proprio come me o te

predicava per queste terre

in grandissima povertà

cercava quelle stesse anime

che già erano state vendute

ho visto in sogno Sant’Agostino

vivo e con fiato di fuoco

e ho sognato che io ero fra quelli

che lo misero a morte

mi sono svegliato adirato così solo

e spaventato

ho appoggiato la mano contro i vetri

ho chinato la testa e ho pianto

Questi versi, tratti dal brano I dreamed I saw Saint Augustine, (https://www.youtube.com/watch?v=UWc2e5KRq-4) rispecchiano efficacemente la visione del mondo che Dylan era andato elaborando attraverso il complesso percorso della sua vicenda artistica. Visione che espliciterà con queste illuminanti parole: “Sono convinto che tutte le anime devono rendere conto a qualcosa di superiore. Di fronte a questo, sicurezza, successo, non significano assolutamente niente… I grandi libri sono stati scritti, i grandi detti sono stati pronunciati, voglio solo mostrarvi un’immagine di quello che succede qui qualche volta, anche se io stesso non capisco bene che cosa stia succedendo…”.

Un momento indimenticabile della carriera artistica di Bob Dylan è il concerto tenuto davanti a Papa Giovanni Paolo II nel 1997, nell’ambito del Congresso Eucaristico di Bologna. Quando il Papa citò i versi di Blowin’ in the wind (la canzone di Dylan forse più celebre) rivolgendosi ai fedeli con queste parole: “…la risposta è nel vento, amico mio. È vero: ma non è un vento che spazza via le cose. Questo vento è il respiro e la vita dello Spirito Santo, la voce che ti chiama e ti dice: vieni!”.

“In realtà sono stati il suo atteggiamento libertario e la sua creatività di innovatore – scrisse la saggista e traduttrice Fernanda Pivano, grande promotrice della Beat Generation in Italia – a guidare i vari passaggi di Dylan dalla canzone folk rurale a quella folk cittadina alla canzone folk-rock, che toccarono tutte le fasi del dissenso di quegli anni, dalla campagna per il disarmo nucleare alla campagna per la liberazione dei negri. Con coerenza, perché la biografia di Bob Dylan è nelle sue canzoni”.

 

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