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Baudelaire, il canto della contraddizione

di Paolo Pegoraro*

ROMA, martedì, 8 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Parigi è una città di cimiteri: si erge sopra fosse comuni ordinatamente occultate nel sottosuolo e alla luce del sole vanta tombe illustri ed eccentriche, mete di veri e propri pellegrinaggi. Tutti conoscono il Peré Lachaise, eppure è a Montparnasse che riposano i più grandi cantori della capitale francese. Qui non troverete Jim Morrison, ma Serge Gainsbourg. E neppure Oscar Wilde, ma il padre della poesia moderna, Charles Baudelaire. Colui che scrisse: «le tombe capiranno sempre il poeta»…

All’appuntamento con I fiori del Male si sono presentati traduttori quali Bertolucci, Caproni, Raboni, Bufalino, ai quali si aggiunge questa nuova edizione (Salerno, pp. XLIII+519, € 22) curata dal poeta Davide Rondoni: fedele al testo, sensibilissima al ritmo e pronta – appena l’italiano lo permette – a restituire rime e assonanze dell’originale. Canzoniere d’amore e poema epico apparentemente rovesciati, I fiori del Male sono – nota Rondoni – «l’opera più grande della modernità sulla contraddizione umana». Nell’armatura della metrica classica vibra il contrasto, nell’ineccepibile musicalità delle costruzioni stona il canto di un «libro destinato a rappresentare l’agitazione dello spirito nel male», «la consapevolezza dentro il Male» (L’irrimediabile). A definirlo così è lo stesso Baudelaire, il quale nel 1857 fu condannato a una multa di 300 franchi per oltraggio alla morale pubblica e ai buoni costumi. Fu assolto invece dall’accusa di oltraggio alla religione: tra I fiori ci sono parodie del Veni Creator, d’accordo, e una benedizione a san Pietro per aver tradito Cristo, va bene, e un salmo a Satana, sia pure… ma di cosa parla l’opera nel suo insieme?

«I poeti più illustri – ha scritto il francesista Giovanni Macchia – hanno fatto le loro scelte fra Dio e Satana, il trionfalismo e la bestemmia, il sogno e l’azione. In Baudelaire il dramma essenziale si ripropone di continuo, con caratteri più angosciosi e definitivi, per la coesistenza, la contemporaneità e la pari forza dei due termini». Inferno e Paradiso, Dio e Satana, voluttà animalesca e slancio spirituale… l’importante è non cadere nel mezzo, nella bocca spalancata del vizio «più basso e velenoso e immondo» dal quale il lettore viene redarguito fin dalle prime pagine: la Noia. Perché fintanto che l’insoddisfazione gli fa sanguinare il cuore, c’è speranza per l’uomo. La Noia è invece quello slancio speculare e opposto al desiderio, una fame d’infinito negativa nella quale tutto si schianta, tutto sprofonda, viene assorbito e nullificato. I Padri del deserto la conoscevano come akedìa. Per san Simeone «è il demone peggiore di tutti, la morte dell’anima e dell’intelligenza», per san Teodoro Studita rappresenta «il fondo dell’inferno». Uscire da questo pantano richiederà a Baudelaire l’invocazione di un soccorso potente:

Che tu venga dal cielo o dagli inferi – che importa

o Bellezza! Mostro ingenuo, terribile e grandioso!

Se il tuo occhio, il sorriso, il piede mi aprono la porta

di un infinito che amo, così misterioso?

Baudelaire si rivolge alla Bellezza, ma quale? Quando diciamo “bellezza” ci vengono automaticamente alla mente immagini come la Venere di Botticelli o il Discobolo di Mirone: i modelli dell’ideale ellenistico o umanista, insomma l’immagine di perfezione mondana. A Baudelaire non interessa. Nella lettera inviata alla rivista École paienne (22 gennaio 1852) egli accusa proprio i poeti della scuola neopagana di ricercare una Bellezza fine a se stessa, romantica e ossessivamente distinta dalla Verità. La Bellezza alla quale si rivolge Baudelaire non ha nulla di idealistico: è un tiranno capriccioso («governi tutto e rispondi di nulla») che tortura e può perfino annichilire, eppure è capace di “aprire una porta” verso l’infinito amato. Una Bellezza per nulla “graziosa”, dunque, ma con un compito rivelativo molto simile a quello della “Grazia”. E, davanti ad essa, il dramma. «Libertà e peccato – scrive Rondoni. – Senza il secondo l’una si muove nel nulla. E senza la prima il bene non ha senso». L’antropologia di Baudelaire – l’uomo moderno che egli chiama in causa – non ha nulla a che vedere con le sorti «magnifiche e progressive» annunciate dal suo secolo. L’uomo è un abisso di amarezze e bellezze segrete, dirà nel sonetto L’uomo e il mare, una cavità incolmabile, un rompicapo senza soluzione. I conti non tornano, i pezzi non combaciano. La creatura umana resta misteriosamente, mirabilmente incompiuta: splendida perché mutila, come la Venere di Milo. Neppure l’arte, infatti, può sperare di varcare la soglia di cui pure intuisce l’esistenza. È la conclusione di uno dei componimenti più grandiosi della raccolta, I Fari, una galleria di tele (Rubens, Leonardo, Rembrandt, Michelangelo, Goya, Delacroix) consumate da una furia epigrammatica, come un Louvre incendiato:

Queste maledizioni bestemmie pianti

queste estasi grida lacrime e Te Deum,

sono un’eco ripetuta per mille labirinti,

un oppio celeste per i cuori mortali.

È un grido ridato da mille sentinelle,

un ordine rilanciato da mille messaggeri,

è un faro acceso su mille cittadelle,

in grandi boschi il richiamo di perduti cacciatori!

Perché Signore la testimonianza più vera

che noi possiamo dare della nostra dignità

è questo ardente singhiozzo che va di èra in èra

e viene a morire al confine della vostra eternità!

L’arte è un’eco. L’arte è un ordine. L’arte è un faro. L’arte è un richiamo. Un rimando, un segnale, un’indicazione: nulla di più. L’arte è un singhiozzo che muore sulle sponde di ciò che non muore. È l’invocazione di chi avverte in sé l’incompiutezza. Proprio qui è la sorgente della poesia di Baudelaire, in una contraddizione che non riesce a risolversi, in uno slancio che ricade su se stesso eppure non può fare a meno di tentare ancora una volta di rialzarsi in volo. Vivere la dismisura, patire la propria incongruenza, è il compito del poeta:

«Io so che il dolore è la sola nobiltà

che dalla terra e dall’inferno è mai annullata,

e perché un’alta corona mi sia intrecciata

si deve spogliare ogni epoca e universo.

Ma dell’antica Palmira il tesoro che fu perso,

metalli ignoti, perle dei mari

pendenti alla vostra mano, sarà in difetto

per un diadema così splendido, perfetto;

sarà di sola, di pura e sola luce

tratta dal fuoco sacro dei raggi primari,

di cui gli occhi mortali, nel loro splendore,

non son che specchi tristi, e così oscuri!»

Un’assaggio dell’opera

Elevazione

Al di sopra degli stagni, delle valli,

dei monti, dei boschi, delle nubi, dei mari,

al di là del sole, e dei cieli più puri,

e delle sfere vorticose di stelle

spirito mio, ti muovi con agilità

e, come nuotatore che si diverte sull’onda,

tu solchi felice la immensità profonda

con maschile e indicibile voluttà.

Vattene lontano da questi miasmi ammorbati;

va’ a purificarti in un’aria superiore.

E bevi, come puro e divino liquore,

il fuoco chiaro che riempie gli spazi incontaminati.

Alle spalle le noie e i vasti affanni

che gravano col loro peso l’esistenza brumosa,

felice chi può sul colpo d’ala vigorosa

slanciarsi verso i campi luminosi

e chi ha pensieri come allodole

al mattino al cielo libere sgorgate

– e plana sulla vita, intende senza fatica

la lingua dei fiori e delle cose mute!

L’uomo e il mare

Uomo libero, sempre ti affascinerà il mare!

È il tuo specchio, la tua anima è là

nell’infinito moto delle onde,

e il tuo spirito non è un abisso meno amaro.

Nella tua immagine ami tuffarti,

la trattieni con gli occhi e le braccia, e il cuore

a volte il battito sospende

al fragore indomabile e selvaggio di quel pianto.

Voi due, tenebrosi e discreti. Nessuno

sonda il fondo dei tuoi abissi, uomo.

Nessuno, mare, conosce le tue bellezze segrete,

voi, gelosi, i vostri misteri tenete.

Eppure da mille secoli, ecco, là!

amando carneficina e morte

vi combattete senza rimpianto o pietà,

guerrieri eterni, implacabili fratelli in sorte.

Armonia della sera

Ecco venire l’ora in cui tremando sullo stelo

ogni fiore svapora come un incensiere;

i suoni e i profumi vanno per l’aria della sera;

valzer melanconico e dolce vertigine!

Ogni fiore svapora come un incensiere;

trema il violino che s’affligge come un cuore;

valzer melanconico e dolce vertigine!

Il cielo è triste e bello come un grande altare.

Trema il violino che s’affligge come un cuore,

cuore tenero che odia il nulla immenso e nero!

Il cielo è triste e bello come un grande altare;

il sole è annegato nel sangue che rapprende.

Un cuore tenero che odia il nulla immenso e nero

trattiene ogni traccia del passato luminoso!

Il sole è annegato nel suo sangue che rapprende…

In me il tuo ricordo è un ostensorio che risplende!

———–

*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L’Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana.

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