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Avvento: quando la vita è angoscia

IV Domenica di Avvento, 19 dicembre 2010


di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 17 dicembre 2010 (ZENIT.org).- “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele”, che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (Mt 1,18-24).

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: “Chiedi per te un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto”. Ma Acaz rispose: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”. Allora Isaia disse: “Ascoltate casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,10-14).

Matteo racconta una cosa inconcepibile con parole semplici, come quelle di una fiaba: “..gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1,20): è l’“Annunciazione a Giuseppe”, non una favola, non un sogno, ma l’annuncio reale di un fatto divino veramente accaduto nella sua fidanzata. Giuseppe conosceva le Scritture, e forse cominciò a comprendere che da secoli l’occhio penetrante del profeta Isaia aveva intravisto il suo sogno: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).

Benedetto XVI, indirettamente, l’ha commentato così: “Direi che il semplice è il vero, ed il vero è semplice. (…) Vedere ciò che è semplice, tutto dipende da questo. Perché Dio non dovrebbe essere in grado di far scaturire la vita in una Vergine?(…) Dio voleva entrare nel mondo. Si voleva mostrare a noi” (in Luce del mondo, p. 231-232). Nulla di più semplice e vero di un bambino, nulla di più evidente del segno di un bambino in una donna in gravidanza avanzata, un segno che ha lo stesso nome del Vangelo di Gesù Cristo: “lieto evento”.

Ecco: tra una settimana, nella notte, la Vergine Maria partorirà il Figlio concepito da quasi nove mesi per opera dello Spirito Santo, e sono duemila anni che questa nascita fa sussultare l’umanità e l’universo intero di una “grande gioia”, come annunciato dall’Angelo ai pastori (Lc 2,10).

Il Vangelo non lo dice, ma furono anzitutto Maria e Giuseppe a gioire nell’incanto di quella santa Notte, probabilmente non senza ricordare, per contrasto, i lunghi giorni di angoscia che avevano preceduto l’annunzio dell’Angelo a Giuseppe.

Matteo, infatti, ci riporta oggi ai quei giorni drammatici: “Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla nel segreto” (Mt 1,19). Parole semplici e brevi, però sufficienti per farci affacciare sull’abisso dell’angoscia sofferta dai santi Fidanzati, se solo ricordiamo che: “In Israele il fidanzamento era la prima parte dell’istituto matrimoniale e quindi Giuseppe doveva o esporre Maria a un’aspra condanna per adulterio (c’era di mezzo anche la possibilità della lapidazione) oppure ricorrere ad una separazione senza un atto di ripudio ufficiale”.(G. Ravasi, I volti della Bibbia, p. 236).

Quello dei giovani genitori di Gesù fu un tormento angoscioso che andava crescendo nei vasi comunicanti dei loro cuori. Oppressione crudele e intollerabile, se pensiamo che l’unica comunicazione esterna consentita fra loro era quella limpida, muta ed impotente degli sguardi.

Osserva un grande teologo: “L’angoscia dei malvagi è effetto e causa del loro allontanamento da Dio, essa rinchiude ed imprigiona, è il segno innalzato della collera di Dio su di essi, mentre l’angoscia dei buoni ha il senso e lo scopo di dischiudere l’uomo a Dio nell’angosciata invocazione di misericordia, ed è il segno innalzato della grazia di Dio su di loro. (…) L’angoscia dei buoni cresce nel Nuovo Testamento sino a toccare vertici massimi,..ma tutte queste angosce che aleggiano intorno alla figura dell’Incarnato sono assorbite e perdono ogni rilievo nell’angoscia del Redentore stesso.(…) Dio non poteva farsi uomo in altra maniera che conoscendo e prendendo su di sé l’angoscia umana.(…) Sul Monte degli Ulivi è il definitivo, improvviso tuffarsi nell’abisso dell’angoscia, che subito si chiude su di lui: è l’angoscia sofferta vicariamente, in sostituzione, per ogni peccatore e ogni peccato, davanti al Dio dell’assoluta giustizia. Tutte le angosce..sono qui riassunte e superate all’infinito, poiché la persona che in questa natura umana si angoscia è lo stesso Dio infinito. (…) E’ un’angoscia che Egli ha voluto senza conforto e sollievo, poiché a partire da essa doveva venire ogni conforto e sollievo per il mondo(H. U. von Balthasar, Il cristiano e l’angoscia, p. 32-37).

Sì, per il mondo ed ogni suo abitante, poichè il “Dio con noi” che è alle porte, non viene solo per redimere l’umanità intera, ma per farsi prossimo di ogni singolo uomo e di ogni singola donna, nella sua propria umanità.

Perciò chiunque adori il Bambino nella mangiatoia può chiamarlo per nome: “Tu sei l’Emmanuele, il Dio con me, e vieni per stare sempre presso di me, nella mia gioia e nella mia angoscia (sei un Bambino che ride e piange); nella mia fragilità e nella mia debolezza (sei un Bambino inerme, che possiede la sola forza della sua vita); nella mia povertà e nella mia solitudine (sei un Bambino rifiutato, hai dovuto rifugiarti in una stalla, fuggire in Egitto); nella mia vita e nella mia morte (Ti sei fatto uomo per dare la vita per me)”.

Sì, Gesù viene per essere prossimo da accogliere in ogni uomo, e per farsi prossimo che salva la vita di ognuno, dall’alba del concepimento al tramonto della morte. Viene così, per il povero e per il ricco, per l’innocente e per il colpevole, per chi veglia e per chi dorme, per chi lo conosce e per chi lo ignora, per chi è nella pace e per chi è in angoscia.

Così l’Avvento è il tempo che ci ammonisce a interrogarci, ciascuno nell’intimo della sua coscienza: Egli è venuto da me? Io ho notizia di Lui? V’è confidenza tra Lui e me? Egli è per me dottore e maestro? Ma poi subito l’ulteriore domanda: nel mio intimo la porta è aperta per Lui? E la decisione: la voglio spalancare (R. Guardini, Il Signore).

Spalancando le porte a Cristo, ad ognuno potrà accadere qualcosa di simile a ciò sperimentò Giuseppe.

Io credo che nel momento della rivelazione notturna dell’Angelo, lo sposo di Maria sia stato sconvolto da una gioia immensa. L’angelica Parola, efficace più di una spada a doppio taglio, penetrò di colpo nella sua anima, recise il groviglio dei suoi pensieri e liberando il cuore dalla stretta dell’angoscia, lo colmò di una indicibile felicità, simile a quella che fece sobbalzare il Battista nel grembo di sua madre pochissimi mesi prima, alla visita di Maria incinta da pochi giorni. Tutto ciò fu il frutto della fede di Giuseppe e del suo amore purissimo per Maria. Ebbe fede in Colui che gli aveva fatto incontrare la sua sposa, e la amò al punto eroico di un rispetto che non ne osava violare il silenzio al fine di placare la propria angoscia.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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