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Attentati di Parigi: dal razzismo al negazionismo

Le reazioni estreme dei fatti parigini sono le due facce di una stessa medaglia che mette in pericolo la pacifica convivenza civile, assecondando i disegni del terrorismo

Un avvenimento non conta per come realmente avviene, ma per come lo si racconta. Il mito è naturalmente cosa diversa dalla storia: mentre lo storiografo cerca di ricostruire quanto è realmente accaduto, vi è chi – a volte per fini di creazione artistica, a volte per fare propagando e a volte per entrambi gli scopi – rielabora la realtà e la trasforma.

E’ chiaro che i creatori dei miti fissano a volte nella memoria collettiva delle esagerazioni, se non delle bugie, dato che abbelliscono i fatti, oppure li rendono di proposito più brutti, affinché la loro assimilazione risulti più agevole, così come il loro ricordo.

In fondo, i creatori dei miti sono dei propagandisti, perché non si preoccupano di riferire come le cose sono andate realmente, bensì mirano ad accreditare la versione più appropriata per dimostrare una certa tesi.

Di esempi ce ne sono infiniti: l’immagine che gli Italiani hanno del Seicento è quella fissata dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”, mentre  soltanto alcuni specialisti hanno conosciuto quell’epoca attraverso la consultazione degli archivi e delle fonti storiografiche.

Certamente questo fu precisamente quanto fece anche il Manzoni con lo scopo di rendere la più esatta possibile l’ambientazione della storia, ma tutto quanto è frutto della sua fantasia di scrittore è volto ad avvalorare la tesi – riferita all’attualità politica del suo tempo – secondo cui ogni dominio straniero era dannoso per l’Italia.

Tutti noi abbiamo ascoltato infinite volte dai nonni e dai genitori le loro testimonianze sulle due guerre mondiali. Gli storiografi seri diffidano, con ragione, della memorialistica: tuttavia la nostra percezione di quel tempo e di quegli eventi rimane sempre condizionata dalla narrazione orale, è fatta di ricordi riflessi, cioè di ricordi di ricordi.

Esistono popolazioni in cui questa trasmissione, questa tradizione (nel senso etimologico della parola) è ancora preponderante: tra gli Afroamericani vi sono ancora degli anziani i quali “ricordano” l’Africa – che naturalmente non hanno mai visto – ai loro nipoti.

Va da sé che costoro hanno ormai altri mezzi, compresi i documentari cinematografici, per informarsi con ben maggiore esattezza su come è la loro terra di origine, ma l’una narrazione, pur contraddicendola, non cancella l’altra: c’è infatti l’Africa reale e c’è l’Africa della memoria, ed è quest’ultima che contribuisce a forgiare l’identità collettiva.

Tutto questo discorso ci aiuta a spiegare il modo diverso, anzi opposto, in cui sono stati percepiti i fatti di Parigi. Nessuno, salvo chi vive di preconcetti, considera l’efferatezza degli assassini come qualche cosa di congenito con la loro origine o con la loro fede religiosa: questo è l’atteggiamento proprio dei razzisti.

Si tratta però di un atteggiamento che, per quanto aberrante e condannabile, non nega la realtà dei fatti, che sono d’altronde già di per sé abbastanza raccapriccianti: qui di sbagliato c’è soltanto l’interpretazione delle loro cause.

C’è viceversa, sull’altro versante, la schiera dei negazionisti.

Costoro seguono un ragionamento altrettanto sbagliato quanto quello proprio dei razzisti, che si può riassumere così: poiché gli attentati di Parigi rafforzano le tesi dei fautori dello Stato laico e quelle degli Ebrei (o addirittura dei sionisti), ciò significa che i delitti compiuti sono delle stragi di Stato, oppure addirittura delle montature realizzate dagli stessi Ebrei (o dai sionisti).

Le persone razionali tenterebbero di convincere gli Ebrei del fatto che non devono necessariamente diffidare dei loro concittadini musulmani, oppure che non si deve trarre dagli attentati la conclusione per cui, se non vogliono essere sterminati dai terroristi, resta loro soltanto l’emigrazione in Israele.

Questo, però, è il modo di ragionare di chi ancora non ha trasfigurato gli eventi in una serie di miti negativi. Quanti si alimentano invece del pregiudizio antisemita vanno alla ricerca di particolari (per giunta inventati) che darebbero supporto alle loro tesi: il povero agente di polizia non sarebbe stato ucciso perché dal suo corpo non si vede uscire il sangue, e l’assassino del supermercato vi era entrato già ammanettato (ma allora come avrebbe potuto sparare , uccidendo quattro persone?), e via farneticando.

Questi miti negativi vengono naturalmente propalati a delle persone in cui già esiste un “humus” disposto ad accoglierli. La valutazione razionale dei fatti, da cui dipende l’attribuzione delle responsabilità, ma anche la possibilità di circoscriverle, senza colpevolizzare intere categorie di persone, e dunque senza rischiare la guerra civile, parte dalla condivisione della realtà storica.

Se i Tedeschi negassero l’Olocausto, non sarebbe verosimilmente possibile convivere con loro nell’Europa unita. Per contro, la Turchia nega lo sterminio degli Armeni, e questo spiega perché il confine tra i due Paesi è ancora chiuso. Il sonno della ragione, si sa, genera i mostri, ma in questo caso ne genera di due tipi: i terroristi e i negazionisti: i secondi possono essere addirittura più pericolosi dei primi.

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