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Rifugiati, Lesbos / Wikimedia Commons - Mstyslav Chernov, CC BY-SA 4.0

Appello di Francesco per “porre fine alle cause delle migrazioni forzate”

In un’intervista a “Libertàcivili”, bimestrale del Ministero dell’Interno italiano”, il Papa parla del problema dei migranti e dell’impegno della Chiesa

“Non dobbiamo perdere il senso della responsabilità fraterna. La difesa dell’essere umano non conosce barriere; siamo tutti uniti nel voler garantire una vita dignitosa a ogni uomo, donna, bambino costretto ad abbandonare la propria terra. Non c’è differenza di credo che possa contrastare questa volontà, anzi”. Intorno alla questione dei migranti, connesso a quello della cooperazione e dello sviluppo integrale nonché al ruolo svolto dalla Chiesa in questo ambito, ruota l’intervista rilasciata da Papa Francesco a Libertàcivili, bimestrale di studi e documentazione sui temi dell’immigrazione a cura del Ministero dell’Interno italiano.

Nel numero di gennaio febbraio 2017, si sottolinea che Papa Francesco è “il riferimento morale e civile di una visione del mondo fondata sul valore della solidarietà”. Riferimento che si è sviluppato attraverso una serie di significativi gesti, come quello di andare a Lesbo, punto d’approdo europeo dei migranti provenienti dalle sponde meridionali del Mediterraneo.

Il Pontefice parla di quella visita, svolta insieme all’arcivescovo di Atene Ieronymos e al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, “una condivisione fraterna e di vicinanza – afferma – al grido di tanti innocenti che chiedono solo di poter salvare la propria vita”. Secondo il Vescovo di Roma, “la condivisione fraterna con altre confessioni appella le coscienze a non voltare le spalle alla richiesta di aiuto e alla speranza dei fratelli e delle sorelle in difficoltà”.

Quello di Bergoglio diventa quindi un appello alle autorità civili: “Se la stessa unione venisse adottata anche dai governanti dei diversi Paesi, allora forse si potrebbe fare qualche passo più concreto a livello globale per i migranti e i rifugiati. L’isola di Lesbo, come Lampedusa, scopre al mondo il volto di persone innocenti in fuga da guerre, violenze e persecuzioni”. Rilevando il “momento critico nella gestione di politiche migratorie” che attraversa l’Europa e non solo, Francesco invita i governanti ad avere “lungimiranza” e “coesione” per “un vigile rispetto dei diritti fondamentali della persona e per porre fine alle cause della migrazione forzata che obbligano alla fuga civili”.

Del resto, aggiunge, “le migrazioni, se gestite con umanità, offrono un’opportunità”. Il Santo Padre invita dunque i Paesi “che hanno sperimentato sulla propria pelle sia l’immigrazione sia l’emigrazione”, a far tesoro del passato: “Quanto è stato difficile nel dopoguerra per milioni di europei che partivano spesso con tutta la famiglia e attraversavano l’Oceano per approdare in Sud America o negli Stati Uniti! Non è stata un’esperienza facile nemmeno per loro. Hanno sofferto il peso di essere considerati degli estranei, arrivati da lontano e senza alcuna conoscenza della lingua locale. Non è stato un processo di integrazione facile, ma si è sempre concluso con successo! È dunque importante essere consapevoli del contributo apportato dai migranti al Paese di arrivo”.

La Chiesa, dal canto suo, si sta impegnando, come testimonia la nascita – per volere del Papa in persona – della Sezione Migranti e Rifugiati all’interno del nuovo Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Bergoglio racconta che “la missione principale della Sezione è quella di sostenere la Chiesa e i Pastori – a livello locale, regionale e internazionale – nell’accompagnamento delle persone in ogni tappa del processo migratorio con attenzione particolare a coloro che, in diversi modi, sono costretti a spostarsi o fuggire, o che vivono disagi e sofferenze nei Paesi di origine, transito e destinazione”.

Non basta però accogliere, bisogna anche integrare, per evitare “nefaste quanto pericolose ‘ghettizzazioni'”. Ecco allora che chi arriva è tenuto “a non chiudersi alla cultura e alle tradizioni del Paese ospitante, rispettandone anzitutto le leggi”. Per quanto riguarda le popolazioni autoctone, secondo Bergoglio, “esse vanno aiutate, sensibilizzandole adeguatamente e disponendole positivamente ai processi integrativi, non sempre semplici e immediati, ma sempre essenziali e per l’avvenire imprescindibili”. Un appello lo rivolge poi alla comunità cristiana, ricordando che “l’integrazione pacifica di persone di varie culture è, in qualche modo, anche un riflesso della sua cattolicità, giacché l’unità che non annulla le diversità etniche e culturali costituisce una dimensione della vita della Chiesa, che nello Spirito della Pentecoste a tutti è aperta e tutti desidera abbracciare”.

Infine il Pontefice parla anche del ruolo dei media, che hanno il dovere i “diversi aspetti delle migrazioni”: la violazione dei diritti umani, i violenti conflitti nei disordini sociali, la mancanza di beni di prima necessità, le catastrofi naturali e quelle causate dall’uomo. Egli rileva che spesso sono gli stessi organi d’informazione “a utilizzare stereotipi negativi parlando di migranti e rifugiati”. A tal proposito il Papa ritiene scorretto parlare di “clandestino” come sinonimo di “migrante”.

“Senza pensare, poi – aggiunge – al sensazionalismo a cui gran parte dei media di oggi punta. Fa più scalpore un fatto di cronaca nera rispetto al racconto di una buona notizia. E così, è più favorevole parlare di alcuni casi di delinquenza che vedono come protagonista un migrante, piuttosto che raccontare i molti casi di integrazione promossi dagli stessi migranti”. Francesco confida allora nella “buona informazione”, la quale può “abbattere i muri della paura e dell’indifferenza”.

[a cura di Federico Cenci]

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