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Alla ‘scuola della povertà’ con San Massimiliano Kolbe, Santa Teresa d’Avila e papa Francesco

Se n’è discusso al convegno annuale promosso dalla Cattedra Kolbiana del Seraphicum

La povertà come rinuncia e distacco dalle cose e dagli affetti; la povertà come “capitale” e la povertà come categoria teologica sono state le principali direttrici attraverso le quali si è sviluppato il convegno organizzato, sabato, dalla Cattedra Kolbiana della Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum.

Da Kolbe a papa Francesco: una povertà per l’uomo è stato l’argomento scelto per questo appuntamento giunto alla sesta edizione e che, ogni anno, analizza una tematica della spiritualità kolbiana, concentrandosi quest’anno sulla povertà, elemento peraltro caratterizzante il pontificato di papa Francesco.

Un viaggio attraverso la povertà, partendo da santa Teresa d’Avila, passando per san Massimiliano Kolbe e giungendo a papa Francesco.

Ad accompagnare su questo percorso di fede e di coerenza sono stati invitati da fra Raffaele Di Muro, direttore della Cattedra Kolbiana, p. Jesus Manuel Garcia, direttore dell’Istituto di Spiritualità della Pontificia Università Salesiana, p. Massimo Vedova, docente di spiritualità al Seraphicum e all’Antonianum, monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno.

Santa Teresa d’Avila, ricordata nel quinto centenario della nascita, ha rappresentato il punto di partenza per comprendere “Il ruolo della povertà nella santità cristiana”.

“Una povertà di vita evangelica, una rinuncia non come imposizione ascetica ma come vera liberazione”, ha sottolineato p. Jesus Manuel Garcia, rimarcando il distacco di santa Teresa da cose e affetti, al fine di nutrire solo i beni interiori e di poter amare in piena libertà.

Quella povertà alla quale richiama san Massimiliano Kolbe nei suoi scritti e nella sua testimonianza di vita. “Le Niepokalanów kolbiane: ‘L’Immacolata come fine, la povertà come capitale’ (SK 299)’” è stato il tema trattato da fra Massimo Vedova che ha evidenziato come la visione dentro cui va compresa la povertà è l’Immacolata e come la povertà vada coniugata con l’obbedienza.

“La povertà risplende con l’obbedienza soprannaturale – ha sottolineato fra Vedova -, apre a nuove dimensioni di vita, apre alla pace e alla felicità, è l’aprirsi al mondo dell’Immacolata e di Dio”.

Eccoci, dunque, all’oggi con l’attenzione ai poveri di papa Francesco. Una attenzione evangelica che monsignor D’Ercole ha ricostruito tra pronunciamenti e documenti apostolici, sin dal periodo conciliare e che trova oggi, nelle parole di papa Bergoglio, una forte incisività.  “Papa Francesco: poveri e povertà – Dalla cultura dello scarto… al primato dell’essere umano” ha permesso a mons. D’Ercole di entrare al cuore dell’amore per i poveri che non deve essere un atteggiamento assistenziale. “Un amore – ha sottolineato il vescovo di Ascoli Piceno – che deve abbracciare non solo chi non ha casa o cibo ma tutti coloro che soffrono, che vivono una situazione di disagio, chi è derubato dalla dignità di essere umano”. Una attenzione alla povertà letta come categoria teologale, con la capacità e volontà di vedere in ogni uomo il volto di Gesù.

Una giornata di riflessioni che intendono guardare oltre perché – come ha detto il Preside fra Domenico Paoletti nelle conclusioni – un convegno non si chiude, se si chiude significa che è una semplice parentesi senza incidere sulla realtà. Per questo il nostro convegno non si chiude ma resta aperto a ulteriori approfondimenti provocandoci a riflettere per imparare”.

Scaturiscono da qui le prime due riflessioni lanciate dal prof. Paoletti e che evidenziano innanzitutto la povertà come il termometro più adatto per misurare la sincerità e la profondità della riforma nella Chiesa.

“Sulla povertà – ha sottolineato fra Paoletti – vige nei nostri ambienti una certa ambiguità. Chiediamoci: noi francescani come stiamo a povertà? Come stiamo con il privilegium paupertatis? Se vogliamo essere segni profetici, secondo la nostra vocazione, e come ci ricorda papa Francesco, noi francescani non possiamo continuare in una povertà di professione e dopo, più o meno, contraddetta da abitudini e stile di vita contrari. La testimonianza di Teresa d’Avila, l’utopia realizzata di S. Massimiliano Kolbe, lo stile e il magistero di papa Francesco, come abbiamo ascoltato in questo convegno, ci dicono che è urgente costruire progetti e ambienti di vita conventuale che esprimono la coerenza della nostra professione di povertà. Occorre una forte formazione a uno stile di vita che dica la bellezza, la bontà e la verità della sobrietà, della ricerca dell’essenziale che si traduce nella condivisione. La fuga mundi del vecchio linguaggio religioso va ripensata e vissuta come l’andare verso i poveri, gli ultimi e i sofferenti; mescolarsi con questo mondo della sofferenza che vive nelle periferie, per dirla con papa Francesco.

Un secondo spunto di riflessione – ha aggiunto – è il fatto che cristianamente la povertà significa comunione. Non basta vedere i poveri, occorre accorgersi dei poveri e dei vari tipi di povertà: materiale, relazionale, spirituale; ma soprattutto occorre, come cristiani, sentirsi coinvolti attraverso una chiara e decisa scelta preferenziale dei poveri. L’opzione preferenziale per i poveri non è, e non deve essere, una scelta ideologica, ma è, e deve essere, una scelta teologica in quanto l’opzione preferenziale per i poveri e dei poveri è intrinseca alla nostra fede cristiana. L’opzione preferenziale per i poveri è stata la scelta di Gesù nella sua vita terrena non tanto per un fatto morale, ma fondamentalmente per un fatto teologico. L’opzione preferenziale per i poveri è la rivelazione del vero Dio che è amore e soltanto amore per tutti, specie per i più poveri. Il lieto annuncio ai poveri dice che i poveri, coloro che non contano per la società, coloro che sono emarginati e scartati, contano davanti a Dio. Ma perché Gesù-Dio predilige i poveri, i bisognosi? Perché l’amore predilige chi più ha bisogno. In una famiglia in cui un membro soffre di una malattia grave, di un handicap, egli sarà l’oggetto dell’amore preferenziale di tutti i membri della famiglia. L’amore predilige e preferisce i più poveri tra i poveri, come ci insegnano Francesco d’Assisi o Teresa di Calcutta”.

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