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Alla Casa Famiglia di Castellace si spera in “un Cielo azzurro”

Festeggiati i 20 anni dalla fondazione di una Casa famiglia per malati di AIDS . Una storia di speranza

Un convegno molto partecipato e carico di emozioni quello che si è tenuto venerdì 29 aprile, presso l’Auditorium della Casa del Laicato in Gioia Tauro, dal titolo Un cielo azzurro anche per noi. Con questo titolo la casa famiglia per malati di AIDS di Castellace, piccola frazione di Oppido Mamertina ha festeggiato i vent’ anni della sua fondazione, vent’anni di attività e di speranza, la celebrazione di una storia, di una Casa in cui inizialmente forse nessuno ha creduto e che, tra tante difficoltà, è oggi l’unica presente in tutto il Meridione con 18 posti letto  in cui ci si prende cura della persona in termini complessivi oltre che sanitari. Un video, che attraverso delle splendide immagini ha raccontato la storia di questi vent’anni della Casa Famiglia, ha dato inizio al convegno.

Al tavolo dei relatori erano presenti, don Bruno Cocolo, Presidente dell’Ente Morale Famiglia Germanò Onlus che gestisce la Casa, Giuseppe Foti e Carmelo Mangano, rispettivamente primario e responsabile Day Hospital del Reparto malattie infettive dell’Ospedale “Riuniti” di Reggio Calabria, che ha in cura i malati; Rocco Managò, medico responsabile della Casa e Antonino Casella, Direttore amministrativo. Moderatore dell’incontro, il sociologo della fondazione Exodus Pasquale Ambrosino. Presente anche Mons. Francesco Milito, Vescovo della Diocesi.

Tutti i relatori hanno sottolineato come certamente non sia facile gestire una struttura simile senza scontrarsi oltre che con gli inevitabili pregiudizi anche con una burocrazia molto lenta.

Ognuno di loro ha inoltre riportato la propria esperienza con gli ospiti della casa che è esperienza umana prima ancora che professionale, volendo far emergere come, nonostante le diverse difficoltà incontrate durante gli anni, si sia riusciti insieme, nella collaborazione e nella condivisione di uno stesso ed unico obiettivo, a ridare, in qualche modo, dignità alla vita di quegli esseri umani che aspettavano forse da troppo tempo qualcuno disposto ad amarli,  a stargli vicino, a sollevarli dalle loro paure, dal loro sentirsi emarginati, offrendo loro fiducia  e la possibilità di una “vita normale”.

Ciò non sarebbe stato possibile se non grazie al lavoro degli operatori, di don Bruno, punto di riferimento per tutti, che piuttosto che sprecar parole preferisce realizzare fatti, e di Suor Alessandra che è stata definita “la casa famiglia in persona”, un po’ la madre di tutti gli ospiti che negli anni hanno abitato la casa. Una piccola grande donna capace di trasmettere l’amore per gli ultimi e l’amore per Gesù alla quale davvero tutti nella casa sono legati da un profondo affetto.

L’idea della Casa Famiglia nasce agli inizi degli anni novanta quando l’AIDS era all’apice della sua diffusione. Proprio per la paura che il virus HIV faceva in quegli anni, la Diocesi di Oppido-Palmi nella persona del Vescovo Domenico Crusco, del vicario generale don Bruno Cocolo, del responsabile Caritas diocesana don Pino De Masi e di don Serafino Violi, parroco del piccolo centro di Castellace, si decise di fare un’opera di carità che riguardasse proprio i malati di AIDS, allora emarginati ed allontanati da tutti; così don Violi donò un vecchio asilo e  nel 1994 si posò la prima pietra di quella che oggi è la Casa Famiglia di Castellace, che da allora accoglie malati di AIDS.

Nella casa tutti gli ospiti, a seconda delle proprie capacità e attitudini, partecipano alle diverse attività organizzate dagli educatori. Dentro la casa ognuno di loro si dà da fare come può: qualcuno si occupa del giardino, qualcun altro di tinteggiare le pareti quando serve, qualcun altro ancora si occupa della lavanderia. Insieme agli operatori della casa organizzano delle uscite, partecipano ad alcune iniziative presenti sul territorio e portano agli altri la propria testimonianza di vita ed ancora, in diverse occasioni, hanno fatto anche dei viaggi come ad esempio quello a Roma in visita al Santo Padre.

Ma chi sono gli ospiti di questa casa? Sono uomini e donne provenienti da diverse regioni di Italia, con vissuti difficili, storie di tossicodipendenza, prostituzione, carcere. Sono proprio loro quegli “ultimi” che troppo spesso vengono rifiutati dalla società e spesso anche dalle loro stesse famiglie, ultimi a cui nessuno sembra voler concedere una seconda possibilità per riscattare ciò che di buono può ancora esserci nelle loro vite.

E sono stati proprio loro i protagonisti assoluti dell’incontro. Ospiti della casa, chi dall’inizio chi da tempi più recenti, hanno raccontato le loro esperienze, le storie della loro vita prima e dopo l’ingresso nella casa famiglia. Le storie di queste persone hanno toccato il cuore di tutti i presenti che si sono lasciati attraversare dalle loro vite. In alcuni volti un accenno di sorriso e qualche lacrima di chi forse riascoltando quei racconti, quelle poesie, riviveva quel tratto di strada più o meno lungo percorso insieme.

Giovanni C. legge “[…]Ho imparato a vivere , a sperare, a credere nell’amore, quello vero [..]Non conosco il perché della vita ma so che ogni sua manifestazione ha un suo significato, oggi posso dire che la vita è un bene prezioso e che vale la pena viverla fino in fondo”. Sì, perchè è l’amore che queste persone sentono di aver incontrato e questo amore che loro vivono è fatto di scambio e di reciprocità con tutti quelli che vivono la casa famiglia, tutti nessuno escluso.

E se di amore si parla la storia di Bruna ne è viva testimonianza.

Bruna nasce da Patrizia e Carmelo che si erano conosciuti nella casa, innamorati e  sposati. Quando Patrizia rimase incinta le fu consigliato di interrompere la gravidanza ma don Bruno si oppose fermamente…oggi Patrizia e Carmelo non ci sono più ma Bruna è una splendida ragazza diciassettenne, completamente sana e nel suo organismo non vi è traccia alcuna della malattia né dei suoi anticorpi. Vive a Roma con la zia e conduce una vita assolutamente normale. A lei, commossa e felice di essere lì insieme a tutti, don Bruno ha consegnato il diario della madre.

Una storia questa che insieme a tante altre sono state raccolte nel volume “Un cielo azzurro: un sogno lungo vent’anni” che è stato donato a tutti i partecipanti al convegno. A conclusione dell’incontro Mons. Milito ha voluto augurare che questi siano stati vent’anni che hanno segnato solo l’inizio di un sogno che andrà avanti per molto tempo ancora.

Un sogno d’amore, un amore che va oltre, che dà senso alla vita, che la rende degna di essere vissuta anche attraverso la malattia, anche attraverso la morte!

 

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