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Alfano richiami i sindaci ‘ribelli’: “No alle nozze omosessuali”

Il ministro dell’Interno, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha ribadito che “nessuna direttiva dei sindaci, in materia di stato civile, può prescindere dal quadro normativo vigente nel nostro Paese”

C’è un arcobaleno che attraversa alcuni Comuni d’Italia – unisce Firenze a Udine, passando per Bologna – il quale scavalca le normative italiane vigenti in materia di unioni civili e matrimoni. È per questo che il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha usato parole chiare durante un’interrogazione parlamentare sollevata dagli onorevoli Gigli, Sberna e Dellai sulla questione del riconoscimento in Italia dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero.

“​Nessuna azione, nessuna attività, nessuna decisione, nessuna direttiva dei sindaci, in materia di stato civile, può prescindere dal quadro normativo vigente nel nostro Paese”, ha detto Alfano. Il ministro è dunque intervenuto in merito a quanto successo a Bologna, dove il prefetto ha bocciato l’albo per la trascrizione di nozze gay aperto dal sindaco Virginio Merola. Alfano ha osservato che “il prefetto di Bologna ha eseguito correttamente la suo funzione e cioè il compito di garantire che l’operato del sindaco fosse in linea con le norme attuali”.

“Questo – precisa il ministro Alfano – è a garanzia di tutti i cittadini e per una visione omogenea dell’applicazione delle nostre leggi sul territorio”. Rispondendo indirettamente al sindaco di Udine Furio Honsell, che ha giustificato la sua decisione di trascrivere le nozze gay celebrate all’estero dicendo che si tratta di una spinta al Parlamento italiano “ad armonizzare la normativa italiana a quella della maggior parte degli altri Paesi europei”, Alfano ha affermato: “Il sindaco, in questa materia, che rientra nella competenza esclusiva dello Stato, non agisce in via autonoma, ma opera nella veste di ufficiale di governo e, proprio per questo, deve attenersi alle direttive del Ministero dell’Interno”.

Pertanto, ha concluso Alfano, spetta al Parlamento, “nell’esercizio della sua discrezionalità politica, individuare le giuste forme di garanzia e di riconoscimento per tali unioni”.

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