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Alcune precisazioni su processioni e feste nella Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi

Dopo due anni di “astinenza e digiuno” da feste e processioni, mons. Francesco Milito spiega come rinnovare la tradizione

Dopo la pubblicazione del documento Dalla liberazione alla comunione. Principi e norme sulle feste e processioni nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, ZENIT ha voluto intervistare il vescovo mons. Francesco Milito per approfondire l’argomento.

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Eccellenza, Lei che è uno storico, ci può dire cosa significa “processione” e quando i cristiani hanno cominciato a sentire l’esigenza di manifestare la fede attraverso questa pratica?

“Processione” deriva da “pro-cedere”, cioè camminare, avanzare in modo sostenuto, andare avanti in modo piuttosto ordinato. L’esigenza della processione, prima che in campo cristiano, fa parte dello spirito umano e religioso. In tutti i popoli ed in tutte le culture, fuori e dentro il cristianesimo, prima e dopo, questa forma è sempre esistita ed è, perciò, un’esperienza piuttosto diffusa. Se rimaniamo in ambiente ebraico, si può notare come già nell’Antico Testamento troviamo questa particolare forma di espressione religiosa, con norme precise e rigide, non osservando le quali v’è rischio per la stessa vita. In contesto cristiano si riprende, ci si rifà a questa esperienza anche se con contenuti diversi. Di per sé, dunque, il fenomeno “processioni” appartiene alla storia delle religioni, come accentuazione ora al “sacro” e al “santo”, con forme pubbliche e con modi legati sempre a luoghi e ricorrenze particolari. La fede è, infatti, certamente una realtà intimistica, ma non isolata. C’è la necessità che la fede personale sia condivisa con gli altri, divenga pubblica e si manifesti anche all’esterno comunitariamente. Se può valere un esempio, come uno sciopero dà contezza di una rivendicazione in atto, così la processione è il “racconto esterno” di sentimenti interiori avvertiti e condivisi.

Nei mesi scorsi ha presentato all’intera Diocesi il documento dal titolo “Dalla liberazione alla comunione. Principi e norme sulle feste e processioni nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi”, frutto di un lavoro comunitario di quasi due anni. Questo periodo cosa ha rappresentato per Lei?

Si è trattato effettivamente di un periodo di “astinenza e digiuno”, una “quaresima” durata circa due anni. Occorre partire dall’episodio che ha dato la spinta a tale realtà. Mi riferisco all’episodio di Oppido Mamertina (RC) che ho considerato – come ho detto ai sacerdoti – un “kairòs”, cioè un intervento particolare di Dio nella nostra storia. Egli, lo sappiamo, si serve di circostanze varie per inviarci messaggi incisivi. Trattandosi di una decisione piuttosto “drastica” ed “impopolare”, si può comprendere quanto ciò ha richiesto non solo preghiera e riflessione, ma fondamenti validi. Questi nascevano dal fatto che si era creata una tempesta mediatica a livello mondiale (il termine non è usato in modo inopportuno), che non è durata poco. La documentazione raccolta in quei giorni (e dopo) lo dimostra. Ne ho avuto sentori chiarissimi, anche se mi trovavo a Corvara in Badia (BZ), per un Master sul matrimonio e la famiglia, a cui la CEI mi aveva invitato a partecipare sin dall’anno precedente. Poteva la Diocesi diventare un set di Cinecittà? Oppure ogni processione dare spunto per un fascicolo investigativo? Ho detto a me stesso: “Non è possibile”. Nel Messaggio del 10 luglio intitolato, “Un atto di amore per la nostra Chiesa tra passato e futuro”, ho scritto che dinanzi a certe situazioni bisogna avere la capacità di prendere le distanze, calmarsi, vedere, studiare, riflettere e pregare. Abbiamo costituito un’apposita Commissione di studio che, per circa due anni, ha lavorato sul problema. La Commissione ha esaminato tutto con passi graduali e ordinati. Lungo i mesi la verifica con i sacerdoti è stata continua. A ogni sacerdote sono state mandate le due Bozze delle Norme affinché ognuno potesse esprimersi in merito su ogni articolo. Su 96 sacerdoti, 93 hanno fatto conoscere il loro parere, utilizzando la forma del sinodo: placet (va bene); non placet (non condivido); placet juxta modum (condivido solo in parte). Dei “non placet” o dei “placet juxta modum” doveva essere indicata la motivazione. Tutte le osservazioni, riesaminate dalla Commissione di studio, hanno portato al testo definitivo poi emanato. Il documento, quindi, è frutto di un cammino capillare di circa due anni.

Quali le esigenze più avvertite e quali le novità più rilevanti del documento?

La prima esigenza è stata di riprendere quanto già esisteva di normativa in Diocesi in tema di processioni, perché il documento si agganciasse a fondamenti precedenti, e quindi a un cammino in continuità. Le novità sono, però, diverse: la puntualizzazione della tipologia delle feste; la “relativizzazione” delle processioni, che non sono la quint’essenza della fede cristiana, bensì un aspetto, e che non tutto è legato ad esse, poiché nel nostro territorio sembra che la Processione e i Comitati per i festeggiamenti fossero le forme più significative di tutta l’esperienza di fede. Non è così! Ma il cuore del documento sta nel ricordare e raccordare feste e processioni al Mistero pasquale e quindi all’affermare la centralità della domenica per tuti i cristiani. In questo giorno, i festeggiamenti per il santo non possono distrarre dalla festa per eccellenza: la domenica. I “portatori” sono cari fratelli di cui si presume una fede sincera, e che rendono un indubbio servizio. Ma non è la forza fisica che serve, è chiesto che siano anzitutto persone notoriamente vicine e frequentanti la Chiesa, persone educate a svolgere questa prestazione come un servizio alla Chiesa, senza altri motivi aggiunti o per infondate supremazie. Il Mistero pasquale va riscoperto e vissuto come la sorgente di ogni manifestazione di pietà autentica, allora tutto cambia, quasi naturalmente.

In quale punto il documento aiuta a chiarire la differenza tra la “Tradizione” secolare della Chiesa e le “tradizioni” popolari dei vari luoghi e contesti storici?

Nella Chiesa il concetto di “Tradizione” inerisce innanzitutto alla “Rivelazione”. Tradizione è ciò che nel tempo è tramandato del dato rivelato, ciò che è stato ricevuto e perciò da tramandare si compone di testi ma anche di comportamenti. Le tradizioni dovrebbero riflettere ciò che nella Tradizione esiste, e cioè il mantenere puro il “tradito”, il “consegnato”. La rivelazione, usata o sistemata a proprio conto, sarebbe fonte di scisma o di eresia, cioè di divisione nella prassi e nella dottrina vera. Se vogliamo accostare le tradizioni alla Tradizione, deve esserci una conseguenza nei contenuti. Si tratta di un santo? di una devozione mariana? della Santissima Trinità? Allora le manifestazioni di fede devono rifletterne lo spirito. Per far cogliere questo aspetto – come prima ricordato –, nel documento si è posto l’accento sul “mistero pasquale”. Non la “santità”, ma “i santi” sono la prova che Cristo, morto e risorto, ha dato origine all’uomo nuovo. Ci chiediamo: si può commemorare un santo e poi avere atteggiamenti pratici in radicale contraddizione con quelli da lui avuti? Spesso ho fatto questa considerazione: se invece della statua, ci fosse di presenza il santo o la santa che rappresenta, che cosa direbbero dinnanzi a chi, per abitudine, per esempio non prega ma bestemmia? Oppure mostra atteggiamenti in chiaro contrasto con una fede pura? Un’icona, un simulacro, una statua ci riportano al santo. Ma riportare, in questo caso, significa andare alle origini. Tutto deve partire dal mistero pasquale di cui i santi sono l’espressione più alta. Il santo è come una candela accesa lungo i secoli al Cero pasquale, segno liturgico efficacissimo del Cristo vivente per sempre. La vera rivoluzione è nel cambiamento “culturale” che diventa “cultuale”, e, così, di vera crescita nella permanente conversione al Cristo morto e risorto.

Emerge dal testo, in modo molto chiaro, che l’economia della salvezza non ha nulla a che fare con l’economia utilitarista e materialista (la logica del denaro) che per molto tempo ha voluto accostarsi alle processioni…

Non si può negare che ci sono state azioni, che hanno inquinato processioni e feste. Che le collette, fatte in occasioni particolari come le feste, contribuissero al sostegno economico delle Parrocchie, saldate tutte le spese nel rispetto delle leggi civili e canoniche ben esplicitate nei Principi e Norme per le spese nel corso dell’anno e per opere di ministero e per “sovvenire” alle necessità della Chiesa. Fondamentalmente non è un aspetto negativo, non ha nulla di particolare, ma una festa religiosa, di quale grande capitale ha bisogno? È vero che ci saranno spese specifiche per il carattere speciale dei giorni speciali, ma servono cifre elevate? La festa religiosa non ha bisogno di entrate stratosferiche. Per questo, nella differenza dei ruoli, tra autorità civili e religiose è bene che ci sia una collaborazione, ma non al punto che l’aspetto civile della festa, che si rifà a quello religioso possa stravolgerlo: una festa civile che si innesta su quella religiosa deve escludere ogni forma di evidente contraddizione con le sue origini. Può, invece, con accortezza e originalità aiutare a maturare il senso ludico nel nostro popolo, a viverlo con parsimonia di spesa e intelligenza anche innovativa. Il modo creativo in Italia, nel mondo dell’intrattenimento canoro, di animazione popolare, di testimonianze belle di personaggi dello spettacolo è ricchissimo.

Per il documento è previsto un triennio “ad experimentum”, per poterlo assorbire meglio nella pietà popolare o per correggerlo in caso sia considerato troppo restrittivo?

Precisamente non è così, perché nel Decreto di promulgazione del documento è scritto: “si è concordato di dare alle norme un triennio “ad experimentum”. Tale tempo è da intendersi come radicamento e maturazione di aspetti necessitanti una definitiva accoglienza ed efficace recupero”. Cioè, ci sono aspetti che nell’impatto immediato non sarebbero stati recepiti, ma necessitano di un tempo graduale di assorbimento: le gradualità verso la meta comune è l’ideale condiviso, è la strada maestra, difficile e con probabili ostacoli, ma principi non maturati non saranno duraturi e radicati. Per questo occorre fare un cammino insieme di chiarezza, fedeltà e accoglienza.

Che risposta si aspetta dal popolo dopo le direttive sulle processioni?

Mi aspetto una positiva accoglienza, come di fatto sta avvenendo. Il popolo ne è capace più di quanto a volte non lo si crede, sa leggere i processi della storia, perché propri. Per questo ho molta fiducia, se sarà aiutato, che saprà interiorizzare il positivo contenuto in Principi e Norme. In una realtà multietnica e multireligiosa, non possiamo offrire motivi di sorpresa, meraviglia. La processione è preghiera autentica se purificata da tutto ciò che non è necessario al suo svolgimento. È segno di evangelizzazione per gli altri. Pensa: un fratello, alla cui cultura è estranea questa nostra realtà e che vede un corteo ordinato e silenzioso, composto, che prega, forse capirà poco, ma una cosa la intuisce subito: che quelle persone stanno pregando.  Allora non è bello che egli stesso arrivi all’ammirazione, alla curiosità, a un avvicinamento o alla Chiesa Cattolica?

 

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