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Albania: un popolo di martiri e poeti

La storia poco conosciuta di un piccolo paese e di un grande popolo, raccontata dal poeta che ha fatto 10 anni di lavori forzati per il desiderio di libertà e di bellezza

Vengo da un paese vicino, un’ora di volo in aereo, con Pégaso, il mìtico cavallo alato, molto meno; e tuttavia un paese lontano nel tempo: l’Albania da dove viene l’aurora secondo i Latini, ma che ha trascorso i secoli più spesso avvolta nel buio, tra grandi sofferenze; ma un paese bello, di persone nobili, di quattro fedi diverse che tuttavia “convivono in fratellanza tra di loro”, come ha detto Papa Francesco durante la visita alla nostra capitale Tirana.

Quel giorno il viale lungo il quale sarebbe passato il Santo Padre era pieno dei ritratti dei martiri della Chiesa, per quaranta dei quali, uccisi dal regime dittatoriale, è in corso il processo di beatificazione; tutti giovani, sembravano angeli scesi a incontrare il Papa. Più in là c’era l’immagine sacra della nostra Madre Teresa.

Anche lei è stata perseguitata dal regime in patria: non si parlava neppure di aprire case di beneficienza, non le permisero neppure di incontrare sua madre e sua sorella, né, più tardi, le loro tombe, perché lei, Madre Teresa, era una missionaria del Vaticano e questo, secondo il dittatore albanese, era da condannare.

La piccola Albania faceva parte del grande impero comunista ed era l’unico paese al mondo che nella sua costituzione si dichiarava ateo.

Così io vengo da un altro tempo, anzi da un anti-tempo. E io stesso sono stato in prigione, condannato da giovane per le mie poesie, ma durante l’inchiesta mi contestarono, tra l’altro, di avere letto la Bibbia e di avere ascoltato le radio straniere vietate, La Voce dell’America, Radio Vaticana, ma anche la Radio di Prishtina, visto che il Kosovo allora faceva parte della Jugoslavia revisionista.

E così siamo cresciuti nell’odio, nella lotta di classe, con il respiro del diavolo.

L’infanzia della mia generazione era già finita quando era ancora al suo inizio, quando ci portarono in fila per farci vedere come i più grandi, con ìmpeto rivoluzionario, obbligati con inganno, si avventarono contro le chiese e le moschee e le abbatterono tutte.

Alcune vennero trasformate in magazzini militari, in palestre sportive, in cinema, allorquando anche i nostri cinema, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, venivano adoperati per i processi politici, per condannare gli oppositori dell’ideologia e i chierici istruiti.

Ho visto bruciare le Bibbie, i Corani, cumuli di icone. Io ho nascosto alcune icone delle chiese distrutte nei dintorni. Venni convocato dalla direzione e mi imposero di consegnarle.

E ricordo che, nel cortile della scuola, un’addetta alle pulizie distruggeva quelle icone con un’accetta, ne faceva un fascio di legna per la stufa degli insegnanti.

L’Albania era ricca di icone medievali. Il rosso di Onufri è celebre nel mondo.

Oggi nel Museo delle icone a Korça, c’è anche un’immagine di Cristo tutta buchi e non perché erosa dal tempo, ma perché perforata dai proiettili. Il regime l’aveva data come tirassegno per le esercitazioni militari.

La dittatura, che condannava le icone, pensate come ha condannato i credenti. E i chierici?

Ricordo che mio nonno pregava spesso nell’oscurità della notte, mentre mia madre malediceva Stalin come fosse il fornaio di zona che le aveva bruciato il pane.

Ricordo che il nonno di un mio amico era un prete ortodosso, quando non era più permesso essere prete, ed era venuto l’ordine di tagliarsi la barba; nessuno poteva portare la barba, vi si potevano mascherare agenti dell’imperialismo e del revisionismo. Il nonno del mio amico non uscì più di casa, si autocondannò al carcere e non si tolse la barba.

Andavamo nel cortile della sua casa per vederlo, per vedere quanto fosse diventata lunga la sua barba, perché non avevamo altri svaghi. In seguito, da studente, ebbi la possibilità, non data a tutti, di trasferirmi in una città più grande, a Scutari, città dalla cultura veneziana, dalle forti tradizioni nazionali e cattoliche.

Proprio da questa tradizione cattolica, poi annientata, nacquero poeti ed eroi. Eppure ricordo che qualche cosiddetto professore ci diceva con orgoglio che in quelle aule si erano tenute sessioni giudiziarie aperte al pubblico, che avevano condannato preti reazionari. Furono condannati grandi cattolici, persone che avevano studiato in Italia e in Europa, traduttori di Omero e di Dante, ma anche poeti nazionali albanesi, il francescano Padre Gjergj Fishta “L’ultimo Omero dei Balcani”, candidato dagli Americani al Premio Nobel, la cui opera sarebbe stata condannata in blocco, con minaccia di carcerazione per chi ne parlasse, anche se l’autore non era più in vita, la sua tomba dentro la chiesa era stata distrutta e le sue ossa, messe in un sacco, erano state gettate nel fiume Drin.

Quando ero studente, ricordo ancora che venne condannata al carcere una ragazza molto bella, una liceale, perché portava una croce al collo e credeva in Cristo. In seguito avrei scelto quella ragazza come la protagonista del mio romanzo pubblicato anche in italiano con il titolo “Il visionario alato e la donna proibita” e mi hanno detto che ora lei è emigrata in Italia.

In prigione, dove lavoravamo come schiavi nelle miniere primitive, trovavo il tempo di incontrare preti carcerati, Zef e Kolec, con i quali studiavo di nascosto l’italiano, per quanto era possibile, e parlavamo dei santi, sempre di nascosto.

Di nascosto si celebravano le festività religiose e qualche battesimo, che se si fosse venuto a sapere, correvano il rischio della fucilazione.

Non credevo ai miei occhi quando, più tardi, sulla terrazza della Basilica Vaticana, subito dopo la caduta del regime comunista, ho incontrato il mio compagno di pena, Padre Zef, senza gli indumenti carcerari, egli vestito da prete e io giornalista.

Abbiamo ripercorso i discorsi fatti in prigione, le fucilazioni dei preti cattolici, che, dopo aver benedetto i loro assassini, gridavano: “Viva Cristo Re, Viva l’Albania!” Senza finire la frase, abbattuti dalla raffica dei proiettili. Non si sa neppure dove siano sepolti… Quando parliamo di loro in incontri e conferenze, i battimani mi sembrano l’eco dei proiettili della fucilazione. Incominciarono con Don Lazër Shantoja, non erano passati nemmeno 100 giorni da quando i vincitori avevano preso il potere, e lo fucilarono.

Il primo cultore albanese dell’esperanto, autore di molti scritti, traduttore di Goethe, Schiller, Leopardi, ecc… In realtà, fucilarono solo una metà del suo corpo, avendo segato l’altra metà durante le torture.

Padre Anton Harapi, sociologo e autore di romanzi, filosofo, ecc. Quando lo stavano conducendo alla fucilazione e si preoccupava che la tonaca non s’infangasse, l’ufficiale gli disse che si sarebbe infangato anche lui, inutile preoccuparsene… “Voglio essere pulito come sono stato per tutta la vita”, gli rispose… Padre Gjon Shllaku… Quando lo fucilarono, sembrava che fucilassero insieme le sue tre università, dove si era laureato, in Olanda, in Belgio e in Francia.

I fratelli Aleksandër e Marin Sirdani, dopo averli torturati li portavano in giro stritolati per terrorizzare le gente. Uccisero il drammaturgo Don Ndre Zadeja… E mi vergogno di dire ecc., ecc., perché si tratta di vite di uomini, si tratta di opere, si tratta di nomi di martiri che risplendono tra le tenebre… E intanto fucilarono anche chierici di altre religioni, un poeta bektashi, Baba Ali Tomori.

Anche la morte in prigione di altri detenuti, per quanto non di fronte a un plotone di esecuzione, non è stata che una fucilazioni lenta, giornaliera. Voglio ricordare il sacerdote emblematico, lo scrittore Ndoc Nikaj, che aveva studiato in due scuole, dai francescani e dai gesuiti in patria, a Scutari. Fin da giovane si era dedicato a scrivere opere di letteratura religiosa, scientifica, storica e politica, nonché testi scolastici.

È l’autore del primo romanzo albanese. La storia della letteratura albanese nel periodo dittatoriale riconosceva come tale un suo romanzo patriottico; in realtà c’è un altro romanzo prima di questo, scritto sempre da lui, lasciato manoscritto, come altri suoi romanzi.

S’intitola “Marcja”, terminato nel 1889, ma non veniva ricordato, condannato al silenzio, perché di argomento religioso, intrecciato di vita reale e vita celeste, di personaggi biblici, Abramo, Sara, David, Marcja sepolta viva perché amava Cristo; tra i personaggi anche un papa di origine albanese, Clemente XI, ecc…

E questo “Balzac Albanese”, Padre Ndoc Nikaj, viene imprigionato nell’anno 1946, con l’accusa che voleva abbattere con violenza il potere dei comunisti. E aveva ottantadue anni quando lo arrestarono. Dopo cinque anni morì in prigione.

Altro destino toccò al primo cardinale albanese, Mikel Koliqi, tra l’altro illustre musicista. Passò tutta la vita tra prigioni e internamenti, quarantacinque anni nel fango. Al centro del villaggio dove lavorava come uno schiavo, su un albero era collocato un altoparlante che notte e giorno trasmetteva l’insensata propaganda del partito al potere, ma la domenica mattina, Dio sa perché, trasmetteva musica classica, Bach, Mozart, Beethoven, Verdi ed egli, il prete Koliqi, era stato visto uscire solo, anche d’inverno, sotto la pioggia per ascoltare un po’ di musica classica.

E mormorava preghiere a Dio… E per le nostre preghiere, credo, è caduto l’impero comunista. Per la nostra resistenza, per i nostri sforzi, con i martiri in prima fila. Era stato il Papa Giovanni Paolo II a nominare cardinale Mikel Koliqi, colui che ascoltava la musica sotto la pioggia, e certamente dal cielo gli veniva un’altra musica, la musica celeste, che sentiva solo lui.

Mentre Papa Francesco, che ho avuto la fortuna di sentire personalmente dirmi “Amo molto l’Albania”, quando venne a Tirana, raccomandò a tutti: “Non dimenticate le piaghe…” Sono molte. Impossibile parlare di tutte, non ci sarebbe tempo sufficiente. Ho ricordato soltanto alcuni nomi, davanti ai quali ci inchiniamo tutti.

Permettetemi di concludere con il freddo linguaggio delle cifre, inesorabili: In Albania, che aveva meno di tre milioni di abitanti, nel corso della dittatura comunista, nell’arco di tempo 1944-1991: – Vennero fucilati con processo o senza processo 5.577 uomini, 450 donne, mentre 998 uomini e 45 donne morirono nelle carceri politiche.

Ancora non si sa dove queste persone siano sepolte. – 308 persone, a causa delle torture disumane, persero la ragione.

E non soltanto loro… – 50.000 famiglie vennero internate, e 7.022 persone morirono in quel fango. – Dagli studi fatti finora emerge che ogni tre giorni un albanese veniva giustiziato, con o senza processo, come “nemico del popolo e del partito”.

Ogni settimana un “prigioniero politico” moriva in prigione. Ogni giorno venivano internate tre persone per motivi politici. –

Secondo un mio calcolo, nell’Albania della dittatura, gli Albanesi hanno fatto 914.000 anni di prigione e 256.146 anni di internamento, cioè oltre un milione, mille millenni di tormenti e martirio.

Una cosa incredibile e sbalorditiva. Chiedo scusa per il terrore che ho causato con questa statistica dall’inferno che c’era una volta sulla terra.

Ma ora le piaghe sono diventate la nostra ricchezza, i nostri diamanti. Assomigliano alle piaghe di Cristo. E come Cristo, anche la nostra chiesa cattolica in Albania ormai è risorta…

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