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Mohamed Fadhel Mahfoundh, premio Nobel per la pace 2015

Al Meeting, un premio Nobel indica la Tunisia come esempio di Pace

Mohamed Fadhel Mahfoudh, Nobel per la pace 2015, spiega che “lo jihadismo è una piaga che bisogna combattere con la cultura politica”

“Dentro questo Meeting dal titolo coraggioso vogliamo parlare dell’esperienza particolare della Tunisia, un Paese decisivo per comprendere tutta quella parte di mondo che rappresenta per noi il tu naturale, sull’altra sponda del Mediterraneo”. Sono le parole con cui Andrea Simoncini, docente di Diritto costituzionale all’Università degli studi di Firenze, ha introdotto ieri, al Meeting di Rimini  il convegno con Mohamed Fadhel Mahfoundh, premio Nobel per la pace 2015, presidente dell’Ordine nazionale degli Avvocati di Tunisia.

Con lui Fadhel Moussa, membro dell’Assemblea Costituzionale della Tunisia, e Tania Groppi, docente di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Siena. Simoncini ha invitato i relatori a entrare nel merito, ciascuno dal proprio punto di vista, della fase di transazione con cui la società tunisina ha superato la crisi del 2013, foriera di una sicura guerra civile, avviandosi invece a un processo di democratizzazione.

Mohamed Fadhel Mahfoundh, come rappresentante del quartetto del dialogo tunisino, il gruppo di soggetti che ha favorito il dialogo e per questo insignito del premio Nobel per la Pace nel 2015 ha esordito spiegando:

“Non c’è contesto migliore del Meeting di quest’anno per spiegare quello che è accaduto”, è il suo esordio. “I partiti politici erano sull’orlo dello scontro assoluto che si è verificato con l’assassinio di un deputato, ma altri hanno detto no a quello che poteva succedere”.

Secondo il premio Nobel la rivoluzione aveva messo l’accento sulla libertà ma con l’avvento del nuovo governo tutto sembrava minacciato. “Grazie però a una società civile forte, la classe dirigente e le associazioni della società civile hanno evitato la violenza e lo scontro più duro. C’è stata una profonda opera di ascolto dell’altro”.

Così i partiti politici si sono seduti attorno al tavolo per avviare uno sviluppo possibile. “Noi tutti – ha ripreso Mahfoundh – crediamo che non sia possibile tornare indietro. Oggi parliamo della Tunisia come di un Paese democratico; anche da noi c’è lo jihadismo ma è un fenomeno mondiale, una piaga che bisogna combattere con la cultura politiche. I giovani non devono cadervi, ma avere sbocchi per dare voce alla loro speranza”.

Moussa è intervenuto precisando che “la società tunisina è ora delusa per non aver potuto sviluppare il livello di benessere economico, così come quello politico. Dall’altra parte del Mediterraneo la vicenda tunisina non è stata seguita con un interesse adeguato ma mai come adesso la Tunisia non può fare a meno degli altri”.

Che cosa era successo dopo l’avvio della rivoluzione del 2011? “Un governo regolarmente eletto – spiega Moussa – per tre anni ha governato in maniera democratica e ha cercato di scrivere una costituzione conservatrice. Volevano dare l’immagine di un Paese attaccato a una falsa identità. Il tutto è sfociato nell’assassinio di Mohamed Brahmi il 25 luglio del 2013. Inoltre quaranta costituenti hanno lasciato i lavori. A partire da quella data e da quegli eventi è stato cercato un dialogo per voltare pagina. Ciò ha permesso di arrivare alla costituzione datata 26 gennaio 2014, che afferma la libertà dei cittadini in una società giusta”.

Per Groppi, che ha partecipato da consulente esterno a una serie di progetti a sostegno dell’assemblea costituente “è sorprendente la capacità che ha dimostrato la società civile tunisina, una società che esisteva ben prima degli eventi del 2011”.

La seconda riflessione della giurista riguarda la specificità tunisina: “Il paese ha caratteristiche uniche che si radicano profondamente nella storia. È un paese chiave per comprendere un mondo altro, ma che ci è vicino. In altri contesti del mondo arabo islamico mi sono sentita poco utile; non è stato così in Tunisia.

Simoncini ha posto una seconda domanda: “Da dove viene questa unicità tunisina? Cosa spiega la storia tunisina?” Per Mahfoundh il genio tunisino è il risultato della sua storia: “Cristianesimo, islamismo, ma anche illuminismo e protettorato francese hanno diffuso un ordinamento educativo di ampie vedute”. “La tela di fondo comune – aggiunge Moussa – è contrassegnata dall’appartenenza alla cultura arabo-islamica improntata alla tolleranza. C’è quindi un forte accento sulla cultura nazionale, ma con apertura al mondo”.

Quali sono allora le caratteristiche della costituzione tunisina che nasce da tale identità? La domanda del moderatore è raccolta da Tania Groppi. “È caratterizzata da un processo costituente partecipato, condiviso, che deriva da un consenso – risponde la giurista – che cerca di costruire unità e coesione. Le costituzioni sono strumenti di coesione sociale e la costituzione tunisina ha consentito lo sviluppo di una vera vita democratica, da cui deriva ampia libertà di espressione, e ad esempio anche libertà accademica, che non è scontata se pensiamo ad esempi anche della cronaca recente”.

“La democrazia sta crescendo piano piano – aggiunge in chiusura Mahfoundh – ora bisogna pensare ai problemi economici e sociali. Adesso i tunisini devono lavorare ancora di più con spirito di abnegazione, ma l’Unione Europea ci deve aiutare a rivedere il modello di sviluppo. Non basta il turismo, è necessario investire in energie rinnovabili, scienza, ricerca e conoscenza”.

 

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