Dona Adesso

“Ai margini dell’Universo, al centro del Creato”

Nel suo ultimo libro, don Francesco Brancaccio cerca di spiegare il disegno di Dio, superando i conflitti tra fede e scienza e proponendo un dialogo costruttivo

Dialogo tra scienza e fede. Evoluzione e Creazione. Caso o Disegno di Dio. Contingenza e finalismo. Perché il male? Quale rapporto tra anima e mente? Di questi e altri argomenti tratta il libro “Ai margini dell’Universo, al centro del Creato” scritto da don Francesco Brancaccio e pubblicato dalle Edizioni San Paolo. Brancaccio è presbitero della diocesi di Catanzaro-Squillace, docente presso l’Istituto teologico di Cosenza e l’ISSR di Catanzaro, parroco, responsabile dell’Ufficio Cultura diocesano e assistente diocesano del Movimento Apostolico, di cui vive la spiritualità ed è referente per l’Africa. Per capire meglio il senso e la profondità delle sue riflessioni, ZENIT lo ha intervistato.

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La prefazione del prof. Fiorenzo Facchini apre alla lettura del suo volume affermando che gli sviluppi della scienza moderna, da Galilei a Darwin, hanno rappresentato una provocazione e una grande occasione di chiarimento nei rapporti tra ragione e fede, tra scienza e teologia. In che modo il suo saggio rispecchia o elabora questa premessa?

All’immaginario collettivo può apparire che la scienza moderna, mentre avanza nel suo sforzo di conoscere la struttura del reale, costringa la fede a indietreggiare, ad abbandonare alcune sue antiche certezze sul cosmo e sull’uomo: molti ritengono che il livello di certezza del sapere garantito dal metodo delle scienze esatte renda ormai inutile il ricorso all’interpretazione religiosa. Certo, questa idea un po’ semplicistica acquistava ancora più forza quando era in auge il “mito” del progresso lineare e inarrestabile. Ma anche oggi, nel tempo in cui l’uomo postmoderno fa i conti con la perdita di certezze e sembra rinunciare all’idea di una verità oggettiva da esplorare, resiste il preconcetto della contrapposizione scienza-fede, inteso come distanza irriducibile tra conoscenza razionale e interpretazione simbolica, tra metodo sperimentale e deduzioni dogmatiche

La percezione di questa distanza, per dirla in modo molto vicino alla nostra esperienza quotidiana, affiora per esempio quando un bambino ti chiede: ‘ma allora dobbiamo credere a Dio Creatore o al Big bang, alla creazione di Adamo o all’evoluzione?» E diciamo francamente che anche molti adulti, credenti e non, non sanno come orientarsi in questo dilemma, che appare loro come un’inesorabile “alternativa”.

Nel libro non cerco ovviamente di fare da arbitro di questa presunta alternativa, perché non si tratta di attribuire la ragione a una parte o all’altra. Ma intendo mostrare come scienza e fede, ‘che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe’ (Laudato si’ 62): in particolare devono offrire ciascuna il proprio peculiare e insostituibile apporto a una visione integrale dell’uomo, che richiede una pluralità di prospettive, metodi, competenze e finalità. E la ratio non può restringersi in un solo approccio, quello delle scienze sperimentali, che lascia “fuori campo” le esperienze e le domande ragionevoli più alte e umane.

Davanti all’universo e all’uomo da esplorare, fede e scienza devono forse spartirsi il campo o lavorare in competizione?

La competenza della scienza è aperta all’osservazione e alla conoscenza sperimentale e può sforzarsi di spiegare cause, circostanze, effetti, prospettive che ricadono all’interno di questo spazio empirico. La competenza della fede – parlo della fede cristiana – non parte immediatamente da una pura e semplice osservazione della natura, ma da una storia: la storia dell’incontro di Dio con l’uomo in Cristo Gesù, il quale mostra in se stesso la pienezza di senso e di vita di tutte le cose. È alla luce di Cristo, che la fede reindirizza il proprio sguardo anche alla natura e all’uomo, per interpretare il loro senso, la loro verità, il loro fine nel contesto del Logos e dell’Amore del Dio che si è fatto uomo. Gli sviluppi della scienza da Galileo in poi hanno favorito gradualmente la presa di coscienza di questa specifiche competenze di scienza e fede, che non implicano reciproca indifferenza o contraddizione, ma possibilità di contribuire ciascuna a una visione integrale dell’uomo, che resta competenza della ragione. Della ragione illuminata dalla fede, possiamo proporre.

“Ai margini dell’Universo, al centro del creato”. Un titolo per un libro molto impegnativo che, riferendosi all’uomo, ne definisce la sua reale collocazione, è così? Gli esseri umani sono coscienti della propria realtà esistenziale?

L’espressione “Ai margini dell’universo” è un’allusione a un celebre aforisma del biologo J. Monod, che nel suo saggio “Il caso e la necessità” (1970) propone all’uomo di rassegnarsi alla sua ‘solitudine completa’, alla ‘sua estraneità radicale’, perché le scienze ora gli hanno fatto sapere che egli “come uno zingaro è ai margini dell’universo in cui deve vivere. Un universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze ai suoi crimini’.

Nel testo offro questa affermazione non in contrapposizione, ma in dialogo, con la centralità che invece la fede riconosce all’uomo nel creato e nella storia della salvezza. In effetti, se si osserva l’uomo da una sola prospettiva, quella delle scienze naturali, allora non possiamo fare altro che riscontrare la nostra struggente e inquietante perifericità, sperduti come siamo nei “sobborghi” di una galassia che in niente si distingue tra miliardi di galassie, sparse in un universo senza centro.

La biologia poi ci racconta una storia naturale fatta di “casi” e “contingenze”, che sembra scoraggiare qualsiasi percezione di antropocentrismo. Ma ecco che ritorna il concetto ratzingeriano di “ragione in tutta la sua ampiezza”. La fede non esclude la prospettiva delle scienze, ma allarga lo sguardo per riconoscere nell’uomo, questo “essere marginale”, la creatura che Dio ha direttamente pensato e voluto quando ha creato tutte le cose. L’uomo è colui per il quale Dio agisce, si manifesta, parla, effonde il suo amore. La creatura di cui il Figlio di Dio ha assunto la natura.

Colui per il quale Cristo ha dato se stesso. Colui che è chiamato ad essere egli stesso figlio di Dio. Sarà pure ai margini dell’universo… ma, se è visto nella prospettiva della fede, l’uomo è al centro del creato.

Lei mi chiede se gli esseri umani sono coscienti della propria realtà esistenziale?. Rispondo mettendo in luce la straordinaria risorsa di fiducia e responsabilità che la fede cristiana testimonia e propone a un’umanità che oggi sembra smarrita: proprio perché la fede riconosce il cosmo come “creato” e lo contempla alla luce di Cristo, essa – come dice papa Francesco – offre ‘motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili’ (LS 63) e possiede la forza di mostrare all’uomo di oggi il coraggio di assumersi i propri doveri davanti a una natura di cui egli è.

Di teologi e scienziati a confronto è piena la letteratura. Da teologo e sacerdote, impegnato nella quotidianità dentro e fuori la parrocchia, anche per la sua responsabilità, nella diocesi di Catanzaro, di assistente ecclesiale del Movimento Apostolico, che elementi di chiarezza può dare ai nostri lettori su questo dialogo sempre rinnovato?

Grazie per questa domanda, perché mi riporta alle motivazioni più profonde che mi hanno incoraggiato a offrire il mio contributo con quest’opera. Ritengo che il confronto della fede cristiana, della Chiesa, con la scienza sia innanzitutto da impostare proprio come un “dialogo”. Intendo dire che il fine non è apologetico, né ristretto all’ambito accademico o specialistico. Il fine è primariamente pastorale. Quella visione del mondo, che trova i suoi punti di riferimento essenziali nelle conoscenze scientifiche, identifica un modo di pensare che permea larghe fasce della società contemporanea. Non si stenta a riconoscere che stiamo parlando in fondo della cultura laica in generale. Questo modo di pensare, questa cultura, è da riconoscere come una delle nuove “periferie” del nostro tempo, secondo un criterio di lettura caro a papa Francesco.

La cultura laica, infatti, è rimasta spesso “periferica” nel panorama dei destinatari ai quali il messaggio cristiano è stato più direttamente proposto. Oggi, con umiltà e coerenza, nella missione evangelizzatrice della Chiesa occorre ridare centralità a questo mondo “laico”, riportarlo al cuore delle preoccupazioni pastorali dei cristiani, non nel tentativo di “far valere” la cultura di fede, ma di testimoniarla e proporla, di renderne ragione con dolcezza e rispetto, come direbbe la Prima lettera.

Proprio come parroco e teologo penso a questa dimensione pastorale del dialogo tra fede e scienza, tra Chiesa e società, come un’esigenza precisa, che mi viene particolarmente sollecitata dalla spiritualità del Movimento Apostolico, aperta a ricordare il Vangelo al mondo che l’ha dimenticato. Nel suo testo emerge che non sono in discussione il progresso o le scoperte della scienza, ma le interpretazioni che se ne traggono. In proposito cita Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, vuole La fede della Chiesa non mette in discussione il lavoro che le scienze devono svolgere all’interno delle loro competenze e seguendo le loro fonti e metodologie. Nel mio libro ripercorro anche i pronunciamenti del Magistero, che per esigenza di spazio non posso citare qui.

In sintesi Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia dalla tendenza a elevare “l’immagine evoluzionistica” a chiave interpretativa globale dell’essere: la teoria dell’evoluzione è competenza da lasciare alla scienza, ma farne il paradigma di una visione onnicomprensiva della realtà è un’operazione filosofica, che non può essere più giustificata all’interno del metodo scientifico, ma richiede alla ragione il confronto con altri approcci, senza escludere quello religioso.

La teoria dell’evoluzione, ricorda Benedetto XVI, ‘implica delle domande che devono essere assegnate alla filosofia e che di per sé esulano dall’ambito proprio delle scienze naturali’ (Convegno con il Gruppo di allievi, 2006). Per questo, dire che ‘non siamo il prodotto causale e senza senso dell’evoluzione’ (Omelia di inizio del pontificato) non significa negare una teoria scientifica sul proprio terreno, ma riconoscere che questa teoria non basta a descrivere ciò che Il nostro “essere” è un segno che ci spinge a cercare il proprio senso e la propria finalità nell’orizzonte infinitamente più vasto della sapienza e dell’amore di Dio in Cristo. La scienza ci può aprire dunque alla soglia della contemplazione del mistero, ma non basta a comprendere la natura come creazione e a riconoscere – con papa Francesco – che ‘l’amore di Dio è la ragione fondamentale di tutto il creato’ (Laudato si’, 77).

La bibliografia del suo lavoro è molto corposa e interessante. Quali sono stati i tempi necessari per scrivere un’opera tanto complessa, quanto preziosa per chiunque voglia affrontare, con più e nuove aperture possibili, il rapporto tra fede e ricerca?

Quantificare i tempi è difficile, perché anche quest’opera, come molte altre, presuppone un tempo remoto di interessamento e di ricerca, che si intreccia in stretta dipendenza con la quotidianità del servizio ecclesiale. Diciamo che, da quando si è concretizzata l’idea di scrivere, la fase remota di studio e progettazione si è estesa per almeno tre anni, ma è continuata ovviamente durante tutta la fase redazionale, obbligandomi più volte a rivedere il progetto nel suo insieme e nelle singole parti.

C’è una struttura portante predeterminata all’interno del libro? Come si connettano tra di loro i sei capitoli che lo compongono e come si configurano gli argomenti che ne sviluppano le tematiche scelte? Il tutto aiuta ad una lettura scorrevole e formativa?

Dicevo che ho privilegiato l’intenzione del dialogo, anche se ovviamente il genere letterario del saggio ha il sopravvento. Ora un dialogo si imposta sempre su degli argomenti di discussione e di confronto, che siano il più possibile chiari e determinati. Per questo ho preferito strutturare il libro su alcuni temi ben riconoscibili di discussione, sui quali si incentra spesso l’interesse del confronto tra scienza e fede. Senza esaustività, ho scelto il rapporto tra evoluzione e creazione, l’idea di finalismo, il problema del male, il rapporto tra mente e anima. Sono i temi “concreti” dei primi

Ogni capitolo prevede un serrato confronto con gli autori e mira a offrire una proposta di chiarificazione e di sviluppo per la riflessione. Nel quinto capitolo, l’attenzione si allarga a questioni di metodo, riconoscendo il dialogo tra scienza e fede come una competenza della ragione. L’ultimo capitolo non è una semplice conclusione, ma una chiave di lettura cristologica di tutto il testo precedente. Almeno nelle mie intenzioni, questa struttura permette al destinatario di limitare eventualmente la sua lettura a singoli capitoli di suo interesse, senza però sbiadire quel filo logico unitario che favorisce un percorso integrale al lettore più generoso.

Lei chiude il suo libro in un modo inedito e pieno del suo cammino di fede. Cambia tono e si affida a due liriche. Sullo sfondo la figura di Cristo, di Maria di Magdàla e della Vergine Maria! C’è una ragione precisa?

Ammetto che le liriche non fanno parte del classico repertorio narrativo dei saggi teologici e quindi queste pagine conclusive danno un certo elemento di originalità. Ma non le ho pensate per gusto di novità: anche questo genere letterario ha un senso preciso nel piano dell’opera e del pensiero che vorrei trasmettere. Il pensiero affidato a queste liriche è legato alla loro forma e al loro contenuto.

Affidando l’epilogo della mia opera a delle liriche, ho voluto suggerire che la forma argomentativa non può pretendere di “concludere” un discorso che voglia aprirsi al mistero della sapienza e dell’amore di Dio. La lirica condensa messaggi da trasmettere, ma anche suggerisce prospettive che restano tutte da esplorare o che addirittura si affacciano sul mistero. La lirica brama che lo scorrere libero di parole e immagini riesca a imprimere nel lettore la forza di evocare pensieri e verità che nessuna argomentazione potrebbe mai imprigionare. La prima immagine, “L’aurora nel giardino del silenzio”, conduce alla vicenda di Maria Maddalena.

Nella sua ricerca di Gesù davanti al sepolcro vuoto, ella è il modello della persona che non si arrende nella ricerca della verità, perché la verità che cerca è Persona, è Amore, è Cristo. Riconoscendo il suo Maestro risorto, in Lui Maria ha trovato tutto. La sua ricerca è compiuta. Non possiede molte risposte e conoscenze, ma ha la Verità, ha l’Amore che è Persona, e in Lui ha tutto, non ha bisogno di altro. La seconda evocazione – “Il sogno di Dio” – scaturisce dall’ansia di mostrare che l’antropologia cristiana non è chiusa nel dato oggettivo di ciò che l’uomo “è”, ma è aperta alla dimensione vocazionale, a ciò che l’uomo “può essere”. La visione cristiana dell’uomo è essenzialmente caratterizzata dallo spazio per il “sì”.

L’essere dell’uomo non è solo “dato”. È anche da accogliere, da attuare, da realizzare. Senza il suo “sì” a Dio, l’uomo non è vero, non è autenticamente se stesso. Ecco la straordinaria peculiarità dell’uomo in Cristo: la sua verità non è solo da cercare, scoprire, conoscere; la sua verità è da accogliere. La verità dell’uomo domanda un “sì”. Cristo è l’Uomo nuovo nel suo sì; e la Vergine Maria è il modello dell’umanità nuova. Con l’ultima lirica congedo dunque il lettore guardando a Lei, la Donna in cui l’umanità pensata da Dio è pienamente realizzata e risplende per noi che siamo

 

About Egidio Chiarella

Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, ha fatto parte dell'Ufficio Legislativo e rapporti con il Parlamento del Ministero dell'Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo "La nuova primavera dei giovani" e del saggio “Sui Sentieri del vecchio Gesù”, nato su ZENIT e base ideale per incontri e dibattiti in ambienti laici e religiosi. L'ultimo suo lavoro editoriale si intitola "Luci di verità In rete" Editrice Tau - Analisi di tweet sapienziali del teologo mons. Costantino Di Bruno. Conduce su Tele Padre Pio la rubrica culturale - religiosa "Troppa terra e poco cielo".

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