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Africa: lo stupro come arma di guerra

In un volume, l’analisi del più aberrante crimine contro le donne

di Mariaelena Finessi

ROMA, mercoledì, 1° giugno 2011 (ZENIT.org).- «Il grado di civiltà di un popolo si misura dal modo in cui esso tratta le donne e i bambini». Intervenendo il 30 maggio alla presentazione, a Roma, del libro “Wartime Rape – African values at crossroads” di Pauline Aweto Eze, monsignor Fortunatus Nwachukwu, Capo protocollo della Segreteria di Stato Vaticano, così giudica le violenze perpetrate nei confronti delle persone più fragili. Donne e bambini, per l’appunto.

In particolare, il volume della Aweto offre l’occasione per discutere dello stupro, assurto ormai a tattica di guerra, un mezzo per umiliare il nemico attraverso l’oltraggio delle proprie donne. Il generale Patrick Cammaert, ex comandante delle forze di peacekeeping dell’Onu ebbe a dire che oggi in guerra è «più pericoloso essere una donna che un soldato».

Lo stupro, fenomeno tanto diffuso e accettato, specie in Africa, da aver spinto le Nazioni Unite ad approvare alcuni anni fa la risoluzione 1820, una norma nella quale si minacciano azioni repressive contro i responsabili delle violenze nei confronti del genere femminile di fronte alla Corte penale internazionale dell’Aja.

Tra le altre cose, la risoluzione definisce l’abuso una strategia «per umiliare, dominare, spaventare, disperdere o ricollocare a forza, i civili membri di una comunità o di un gruppo etnico». «Il mondo – disse l’allora segretario di Stato americano, Condoleza Rice al momento del voto della risoluzione – ha riconosciuto finalmente che la violenza sessuale non è solo un problema individuale delle vittime, ma mina la sicurezza e la stabilità delle nazioni».

Praticato addirittura in gruppo, negli stadi pubblici come è accaduto ad esempio in Congo o in Rwanda, lo stupro è divenuto pratica endemica, «talmente diffusa da essere accettata, tollerata e non condannata», sottolinea la Aweto. Monsignor Nwachukwu ricorda infatti l’esistenza di alcune superstizioni che tardano ad essere estirpate e sopravvivono nella quotidianità ed ogni motivo sembra essere per cui buono per esercitare violenza sessuale sulle donne.

«Parlando di Hiv, ad esempio – racconta il vescovo nigeriano -, una credenza popolare vuole che fare l’amore con una bambina curi dalla malattia ma finendo, al contrario, con infettare la piccola. C’è chi viola una donna incinta perché convinto che ne riceva la forza dalla vita che è nel grembo. Violare poi una nonna, specie se appartenente alla propria famiglia, fa avere una forza speciale».

«Ovviamente tutto ciò accade – ricorda la scrittrice –  perché l’uomo ha l’opportunità di farlo, anche all’interno di una relazione matrimoniale, rimanendo di fatto impunito». Ecco perché «sarebbe un errore considerare lo stupro solo nel suo momento topico. Si tratta invece di una violenza strutturale – conferma Jean-Léonard Touadi, giornalista e parlamentare – che informa le relazioni nella contemporaneità africana per cui  alle donne è dato di soddisfare i bisogni dell’uomo, i cosiddetti “male needs” come dice la Aweto».

Occorre invece invertire la rotta, «ma da dove cominciare?», si chiede in ultimo monsignor Nwachukwu. «Dall’educazione» è la risposta, senza per questo dimenticare la dimensione giuridica. «V’è la tendenza, tra gli africani, a dare agli altri le colpe d’ogni cosa, un atteggiamento che esonera dall’assunzione delle proprie responsabilità. Ma non può esserci scusante del tipo “io non sapevo”, “lei mi ha provocato perché era vestita così…”, e così via. Allora – conclude il Capo protocollo della Segreteria di Stato Vaticano – solo se la legge e l’educazione funzionano siamo certi di avere due elementi per andare nella direzione giusta».

Touadi conclude il suo intervento attingendo al pensiero ebraico. Cita la tradizione talmudica: «La donna è chiamata “uoma”, al femminile. Nata non dalla testa, perché non prevalga sul maschio. Non dai piedi, perché non sia ad esso sottomesso. Ma dal suo fianco, perché camminino uno accanto all’altra. Una parità assolutamente irrinunciabile».

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