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Aborto legale: un tabù conformista che può essere infranto

ROMA, domenica, 27 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

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Il risveglio di coscienze iniziato in Italia nel periodo del dibattito referendario sulla legge 40, fra il 2004 e il 2005, continua a produrre i suoi effetti in campo bioetico presso l’opinione pubblica, accrescendosi anzi di sorprendenti e insperati appelli a difesa della vita umana. 

La proposta di moratoria contro l’aborto lanciata prima di Natale dal direttore del quotidiano “Il Foglio”, Giuliano Ferrara, ha mostrato laicamente l’assoluta rilevanza del problema, ovvero il fatto che – nonostante sembrasse fino a pochi anni fa una questione tristemente archiviata – c’è ancora molto da dire e da fare per sensibilizzare tutti a ripensare alla tragedia dell’aborto, quale crimine abominevole che può e deve essere fermato attraverso l’azione culturale e la riforma legislativa.

Molti hanno infatti compreso, in questi straordinari anni della nostra storia, che si può ancora fare corretta informazione e sana formazione delle coscienze, che scienza ed etica non sono affatto incompatibili, ma che anzi procedono in un imprescindibile e profondo – anche se a volte nascosto – accordo. Quando ciò non risulta chiaro alla nostra intelligenza si tende (ancora) ad invocare il relativismo morale (e non a mettere in discussione la teoria scientifica del momento), affermando che le contraddizioni apparenti fra scienza ed etica derivano dal fatto che “ognuno ha la sua verità” e che “ci sono molte etiche”. Troppo poco ancora si pensa che il problema risieda in realtà proprio nella “scienza”, o meglio nello scientismo, che vede come certo e irrevocabile ciò che in fondo è solamente ipotetico e tentativo. 

La scienza sperimentale procede infatti per ipotesi, e ogni tanto sbaglia, oppure non comprende bene, o presenta lacune e incertezze. Lo hanno spiegato per secoli i filosofi della scienza. Al contrario, la verità sull’uomo e sulla sua natura non derivano da meri dati empirici e da teorie falsificabili, ma da dati e riflessioni meta-empiriche che si radicano nell’essere immutabile e necessario dell’uomo, e che pertanto presentano ben altra affidabilità e stabilità. In altre parole, la coerenza fra scienza ed etica è una certezza morale prima ancora di essere un’evidenza razionale.

In tema di aborto, tale profonda coerenza emerge con particolare limpidezza nella questione contesa dell’inizio della vita umana, che per molti versi ha segnato l’ingresso nelle legislazioni di tutto il mondo della liceità dell’aborto. Nessuna legge ha potuto affermare che il bambino non nato non è ancora vita umana, o non possiede dignità personale, ma tutte hanno ignorato volutamente il problema, considerandolo “non rilevante” ai fini normativi. 

Un abuso della logica, senza dubbio, che finalmente è uscito dalla condizione di tabù per divenire un argomento razionale rispettabile. Anche i più incalliti abortisti, almeno in Italia in questi mesi, prendono sul serio le argomentazioni dei pro life su questo punto, e puntano su altro per difendere le loro posizioni. Proviamo dunque a sintetizzare per sommi capi la questione.

Intanto è essenziale ribadire che solo partendo da ciò che accade effettivamente con l’aborto si può valutare eticamente la sua rilevanza e intervenire nel giudizio sulle formulazioni giuridiche in materia. Lo statuto dell’embrione umano è un dato di realtà da cui non si può in alcun modo prescindere. Contrariamente a quanto affermano le ideologie, infatti, è la realtà ad avere il primato sull’idea, e solo osservando la realtà e cercando sinceramente di comprenderla è possibile agire in modo retto.

Dunque non è banale e scontato tornare a chiedersi chi sia l’embrione. Dal punto di vista biologico, la domanda ha già trovato risposta da tempo: è un essere umano, una vita umana. Da quando esattamente? Anche questo si evince facilmente dalla biologia: dall’istante del concepimento, cioè dall’irruzione dello spermatozoo nel citoplasma dell’ovulo. Tale momento, cruciale e misterioso, produce un cambiamento irrevocabile nel sistema, ovvero la trasformazione di due cellule in una nuova cellula, essenzialmente diversa dalle precedenti sebbene da queste derivata, poiché si tratta della prima cellula di un nuovo individuo (zigote), dotata della capacità intrinseca e autonoma di sviluppo (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi, Casale Monferrato 2005). 

Tutte le condizioni esterne che sono necessarie a tale sviluppo non costituiscono, a quel punto, cause dello sviluppo medesimo, bensì semplici fattori condizionanti di tipo ambientale, come tanti di simile importanza ne ritroviamo disseminati lungo tutta la vita degli organismi. Se questa è la risposta della biologia, che spazza via in un attimo tutte le pseudo-teorie sull’inizio posticipato della vita umana (pre-zigote, pre-embrione), la riflessione filosofica ha ancora molto da dire. Possiamo infatti chiederci ora quale sia il valore di questa vita umana nelle prime fasi, se sia lo stesso della “vita adulta” oppure se esista qualcosa come la “dignità graduata” negli esseri umani. Si invoca in questo senso il concetto di persona, come termine che identifica la piena dignità umana, e ci si chiede se ogni essere umano sia per ciò stesso anche persona.

La soluzione al dilemma si può trovare procedendo per absurdum. Infatti, se si nega la possibilità di tale identificazione, si cade in contraddizioni insanabili. È impossibile isolare una caratteristica la cui “manifestazione” o attuazione sia causa della dignità personale. La dimensione personale, per quanti tentativi si facciano di catturarla, non si trova empiricamente in nessuna delle manifestazioni tipiche dell’uomo. Che è quanto dire: non si identifica con nessuna caratteristica umana storicamente data e visibile, anche se ne spiega – e per certi versi comporta – l’esistenza. 

Non a caso una delle definizioni più celebri di ‘persona’, quella boeziana, fa riferimento ad elementi non visibili, non empirici, ma necessari all’uomo in quanto uomo: sostanza individuale di natura razionale. La nozione di sostanza individuale si può qui considerare intuitiva e tale da non richiedere commenti. L’appello alla natura razionale, invece, riveste qui grande interesse perché addita, appunto, ad un livello meta-empirico, o se si preferisce metafisico. Non equivale all’esercizio della razionalità, come alcuni vogliono credere, ma alla particolare essenza o natura che mette l’individuo in grado, nelle dovute condizioni, di esercitare la razionalità, cioè di parlare, di fare discorsi intelligenti, di capire, di amare, di volere, ecc.

Gli atti razionali, di nuovo, non sono la causa della razionalità, ma il suo effetto, così come l’organo dell’intelligenza non è il cervello (che rappresenta piuttosto la condizione materiale di sviluppo e di esercizio della facoltà) ma l’essenza o natura propria dell’individuo, che è appunto la natura razionale. Tutti gli esseri umani, dunque, godono della dignità personale al di là delle loro manifestazioni, anche se sono ancora molto piccoli, o se non sono più coscienti, o se sono colpiti per tutta la vita disabilità mentale grave. 

Se lo statuto dell’embrione umano non può essere invocato a supporto di qualsivoglia legge a favore dell’aborto, la questione della salute delle donne e del loro diritto all’autodeterminazione diventa invece decisiva, al punto da produrre la curiosa posizione di coloro che si dichiarano personalmente contrari all’aborto ma favorevoli ad una legge che consenta di abortire a chi la pensa diversamente.

Parrebbe infatti che un ostacolo insormontabile ad una battaglia integralmente contraria alla legalizzazione sia questo: il diritto della donna ad avere, laddove proprio non riesca ad evitarlo, un “aborto sicuro”. Per qualcuno, anche di impostazione generalmente antiabortista, la fecondazione artificiale sarebbe un male intrinseco, mentre l’aborto un male “relativo”, perché, in questo caso, esisterebbero i “diritti inalienabili della donna all’autodeterminazione” e la condizione speciale di “simbiosi” mamma-figlio che potrebbero portare, in taluni casi, ad un “conflitto di interessi” tale da giustificare la soppressione del bimbo in grembo.

Si denuncia con veemenza, di recente, la superficialità e frequenza nel ricorso all’aborto procurato, che avrebbero trasformato la tragedia personale e sociale di un atto occisivo (“estrema ratio“) in una pratica comunemente e impunemente accettata, magari nella forma più nascosta e ancora più insidiosa dell’aborto chimico. L’accusa rivolta da questi pensatori è che il problema dell’aborto, giudicato in fondo “inevitabile”, derivi dall’applicazione selvaggia e indiscriminata della legge194, che pure, sempre secondo questa linea di pensiero, avrebbe avuto dei meriti, fra cui quello di difendere almeno in parte la maternità e la vita nascente, di avere contribuito alla riduzione del numero degli aborti complessivi, di avere finalmente debellato la piaga dell’aborto clandestino, che si pratica raramente e per cui “non si muore più”. 

In queste affermazioni c’è molto da rivedere. A cominciare dalla stessa espressione di diritto alla salute che, attribuito alle donne o meno, risulta ambiguo. A rigore, infatti, nessuno può rivendicare un diritto ad essere sano, dal momento che il bene salute è sempre instabile, fin dagli albori dell’esistenza, minacciato di continuo da quella strutturale finitezza dell’uomo che un giorno, volenti o nolenti, ci condurrà alla morte. La salute, specialmente quando intesa come “stato di completo benessere fisico e psichico”, come recita una nota definizione ONU, è una pura astrazione, dipende solo parzialmente dagli interventi dell’uomo, e non è mai prevedibile. Tale diritto ha senso solo se inteso come diritto alle cure (alle migliori cure disponibili) e come diritto alla tutela della propria salute, per quanto è umanamente e socialmente possibile.

Ora, posto che l’uccisione di un bambino innocente, pur situato nel corpo della donna, pur indesiderato, pur malato, non può mai divenire una forma di “terapia” (diritto alle cure), resta da vedere se la soppressione del medesimo bambino possa essere intesa come tutela della propria salute, ovvero se si possa vedere nella semplice sussistenza in vita di un bambino una minaccia per la salute della mamma. Anche qui, questa eventualità può essere data solo se si considera tale minaccia in senso molto generico. Infatti, già un banale – e comunque insufficiente – confronto di diritti dovrebbe portare a ritenere non comparabile il diritto alla salute della madre con quello alla vita del bambino, quest’ultimo essendo più fondamentale del primo. 

Ma il valore di minaccia per la propria salute (anche della propria vita) da parte della vita altrui è ulteriormente ridimensionato da semplici, ancorché paradossali, osservazioni tratte dall’esperienza comune, in cui molto del nostro benessere è compromesso a causa di altri: il bambino già nato che mi costringe ad alzarmi di notte per nutrirlo mi fa perdere preziose ore di sonno, e ciò indebolisce le mie difese immunitarie, con il risultato che mi ammalo di più; il carattere iroso dei figli, del coniuge o del vicino di casa provocano in me attacchi di bile che mi fa salire la pressione, e questo a lungo andare avrà conseguenze nefaste sul mio sistema cardiocircolatorio; la cucina di mia madre, piena di grassi, mette repentaglio la mia linea, con evidenti problemi relazionali, e mi predispone a futuri terribili squilibri metabolici; ancora, il disservizio dei trasporti mi obbliga ad attendere l’autobus per un tempo smisuratamente lungo rispetto a quanto programmato, e nelle mattine più fredde ciò si trasforma in un sicuro raffreddore.

Molto peggio: la guida irresponsabile causa una grande quantità di incidenti, la malasanità fa un sacco di morti, l’inquinamento abbassa la durata e la qualità di vita. E via di questo passo. Di fatto, noi non interveniamo eliminando sistematicamente coloro che sono causa di mali per noi, nemmeno quando lo sono volontariamente. Per questo è parsa a tutti giustificata la moratoria internazionale voluta dall’ONU sulla pena di morte. Ma tanto più dovrà essere giustificata allora una grande moratoria internazionale sull’aborto, che dica chiaramente come gli eventuali problemi legati ad una gravidanza non possono ricadere sul diritto inalienabile del bambino a vivere. 

Se anche la cosiddetta “interruzione” potesse ristabilire uno stato di salute – fisica o psichica – per la donna o “risolvere” le difficoltà che una gravidanza provoca (problemi economici, di lavoro, logistici, di solitudine, ecc.), ciò non sarebbe motivo sufficiente per sopprimere un innocente, che altra colpa non ha se non quella di essere stato chiamato, senza avere chiesto nulla, all’esistenza.

Le donne vanno pertanto aiutate a superare i motivi che rendono gravosa una gravidanza, e difficile la vita di una famiglia numerosa, ma tra i modi per farlo l’aborto non dovrebbe essere un’opzione percorribile. Anche perché, in genere, la sofferenza provocata nell’interiorità della donna dall’aborto è devastante, indelebile, profonda e porta molti più problemi di quanti si vanti di risolverne. Coloro che aiutano da anni le donne a non abortire confermano di non avere mai incontrato persone che si sono pentite di avere tenuto il loro bambino, mentre numerose sono quelle che non vorrebbero mai avere abortito.

Infine, i pericoli dell’aborto clandestino. Negli anni Settanta l’aborto clandestino è stato sventolato come uno spauracchio davanti all’opinione pubblica per indurla a pensare che vi fosse un’emergenza nazionale, da fermare con l’aborto legale quale “male minore”. Numeri spaventosi numeri vengono ancora oggi citati, purtroppo a sproposito. Illuminante a questo proposito è l’articolo di Antonio Socci, apparso su “Libero” il 6 gennaio 2008, che mostra come – dati ufficiali alla mano – i milioni di aborti clandestini denunciati in Italia prima della legge vadano realisticamente ricondotti attorno ai 15-20 mila l’anno (e non sono certo pochi), e le morti femminili ad esso conseguenti, contate all’epoca in varie decine di migliaia, vadano verosimilmente ridotte a qualche decina l’anno. 

Come osserva Socci, “una cifra certo triste (umanamente anche una singola morte è una tragedia) ma non un’emergenza nazionale”. Oggi, a trent’anni da quella legge, il numero degli aborti clandestini non sembra essere diminuito (nel 2005 erano ancora 20 mila). In fondo  è logico: una legge, per quanto permissiva, avrà sempre dei limiti che escluderanno qualcuno dai “nuovi diritti”, e questo qualcuno, a maggior ragione in un contesto che ammette la liceità dell’aborto, sarà portato a violare clandestinamente tali limiti. Oltre ai persistenti aborti clandestini, però, abbiamo anche 130mila aborti legali l’anno. Un bilancio davvero poco onorevole.

In questo mare di indifferenza e di dolore, in questo abominio silenzioso, si diffonde la portata eugenetica dell’aborto. La legge 194, teoricamente, non la ammette (e dunque è disapplicata su questo punto). Tuttavia, senza ombra di dubbio, è la legalizzazione dell’aborto in quanto tale a favorire una mentalità eugenetico/selettiva. Inoltre, non si può negare che già nelle intenzioni la 194 aprisse alla prospettiva eugenetica, per le oggettive ambiguità e aperture che conteneva fin dall’inizio. Non è un caso che l’aborto abbia portato, nel tempo, ad una riduzione drastica dei disabili, non per miglioramento delle cure ma per eliminazione dei disabili stessi, ritenuti portatori di “vite senza valore”. Un valore sempre più spietatamente e titanicamente legato a criteri di efficienza e di perfezione, per un eugenismo dal volto rassicurante ma non per questo meno desolato. 

Pertanto, mentre è evidente che, laddove non esista alcuna realistica possibilità di abrogare la legge che legalizza l’aborto volontario, occorre fare il possibile per limitarne i danni (modificando almeno alcune parti, applicando correttamente le disposizioni più a favore della maternità, aiutando concretamente donne e famiglie), è parimenti evidente che la verità su tale norma non va taciuta. Come ha chiaramente ribadito il Card. Bagnasco nella sua Prolusione al Consiglio Permanente della CEI: “[I]l delitto di aborto è, come avverte il Concilio Vaticano II (GS n. 51), abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale. Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere? Il fatto che, a trent’anni dall’approvazione della legge 194 che rende giuridicamente lecito l’aborto, la coscienza pubblica non abbia “naturalizzato” ciò che naturale non è, è un risultato importante (…) Per questo occorre razionalmente non escludere almeno l’aggiornamento di qualche punto della legge, pur continuando noi Vescovi a dire che non ci può mai essere alcuna legge giusta che “regoli” l’aborto”.

La legge 194 resta una legge profondamente ingiusta e radicalmente minata dall’ipocrisia, che ha legalizzato in Italia la pratica dell’aborto volontario, incentivandone così il ricorso e banalizzandone sempre più il significato. Se abolire la 194 – o modificarla eliminando la possibilità di sopprimere vite umane e trasformarla in norma di autentica tutela della maternità e di protezione della gravidanza – non è facile, almeno in tempi brevi, fare chiarezza sulla sua inammissibilità e lavorare alla ricostruzione di una cultura che respinga tale abominio è premessa indispensabile alla liberazione da questa piaga.

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