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Aborto e magistero della Chiesa: una riflessione sempre attuale

ROMA, domenica, 9 ottobre 2005 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum</i>.

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Il giudizio della Chiesa Cattolica sull’aborto procurato e volontario non è mai cambiato. La dottrina cattolica sul punto, “immutata e immutabile” (cfr. Paolo VI, Humanae vitae, 1968, n. 14), si fonda sulla legge naturale e sulla Sacra Scrittura, è trasmessa nella Tradizione cristiana ed è unanimemente insegnata dal Magistero della Chiesa. Semmai si è arricchita nel corso dei secoli di nuove sfaccettature che precisano, mai contraddicono, gli insegnamenti precedenti. Il Magistero più recente, a partire dalla Dichiarazione sull’aborto procurato della Congregazione per la Dottrina della Fede (1974), è intervenuto su questo tema con particolare vigore.

Il “delitto abominevole” dell’aborto (Gaudium et spes, n. 51) è reso infatti ancora più lacerante dal fatto che “oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita” (Evangelium Vitae , 1995, n. 58).

Così, il Magistero della Chiesa ha criticato espressioni come aborto “terapeutico”, che porta l’attenzione sui “benefici” – solo presunti – della pratica abortiva per la donna, dimenticando la valenza tutt’altro che terapeutica per il nascituro, sano o malato che sia; oppure come “interruzione volontaria di gravidanza”, che mette in risalto il processo cui va soggetta – ancora una volta – la donna, indipendentemente dagli effetti sull’altra parte in causa, cioè il bambino (cfr. ibidem).

Nonostante l’aborto sia divenuto ora in molti centri ospedalieri e in buona parte del mondo un trattamento sanitario di routine, e abbia condizionando una serie di atteggiamenti individuali e sociali nei confronti della gravidanza e della maternità, delle tecniche di diagnosi prenatale, dell’assistenza ai disabili, del sostegno alle famiglie numerose, la Chiesa ha mantenuto viva l’attenzione sulla sua gravità morale in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente, richiamando instancabilmente i governi e il mondo della cultura alla responsabilità su questo punto.

Quando sono state commercializzate e diffuse forme “nascoste” di aborto precoce attraverso la via della contraccezione, la Chiesa lo ha denunciato. Il Papa Giovanni Paolo II ha detto con chiarezza che alcuni contraccettivi sono in realtà abortivi, perché impediscono l’impianto dell’embrione nell’utero, mentre non impediscono spesso (o mai) la fecondazione (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 1995, n. 13). È questo il caso del dispositivo intrauterino o spirale (IUD, intra-uterine device) e di molti tipi di pillola ormonale, soprattutto delle “minipillole” di ultima generazione a basso dosaggio, che non sempre riescono a bloccare l’ovulazione ma, rendendo l’utero inospitale all’impianto, impediscono la prosecuzione della gravidanza.

Poi è stata la volta della pillola del giorno dopo, anch’essa puntualmente smascherata negli interventi del Magistero, e in particolare nei discorsi di Giovanni Paolo II, di contro ai tentativi manipolatori di definirla una semplice “contraccezione d’emergenza” (cfr. C. Navarini, La verità sulla “pillola del giorno dopo” , ZENIT, 23 maggio 2005).

E sempre in tema di aborto farmacologico la Chiesa si è espressa sulle “pillole del mese dopo”, come l’RU486, fin da quando i primi preparati a base di mifepristone venivano sperimentati sulle donne per dotarle di un aborto fai-da-te (Intervento della Santa Sede al Forum Internazionale dell’ONU sulla popolazione e lo sviluppo, L’Aia, 8-12 febbraio 1999).

Non stupisce dunque che gli interventi magisteriali traggano da ciò tutte le conseguenze per la vita sociale e politica. E, ad esempio, riaffermino che l’oggettiva gravità morale dell’aborto investe chi vi fa ricorso, chi lo esegue e chi coopera consapevolmente ad esso. In quanto omicidio volontario di un innocente, l’aborto è per la Chiesa uno di quei peccati che fa incorrere i colpevoli nella scomunica latae sententiae, cioè in uno stato di separazione dalla comunione ecclesiale in sé particolarmente profondo, anche se occorre sempre valutare il grado individuale di responsabilità.

Nella partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, è importante ricordare che la difesa della vita umana nascente deve essere un punto centrale nei programmi dei politici cattolici. Pertanto, è del tutto naturale che la Chiesa ritenga decisive le posizioni sugli argomenti bioetici per la valutazione dei programmi stessi. Non si tratta qui di ingerenza della religione nella sfera temporale, ma di legittimo e doveroso intervento direzionale della Chiesa sulle coscienze, riguardo a questioni prettamente etiche.

I recenti interventi al Sinodo dei Vescovi sul comportamento dei cattolici impegnati in politica rispetto alla famiglia e all’aborto sono quindi perfettamente coerenti con il ruolo svolto dalla Chiesa. Ribadivano infatti come la dottrina cattolica sull’aborto (come pure la legge naturale) impegni oggi come ieri, e che pertanto gli elettori cattolici abbiano il dovere di escludere dalle loro preferenze candidati che apertamente si esprimono contro la tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale, mentre la Chiesa ha il dovere di considerare scomunicati latae sententiae gli uomini pubblici cattolici che consapevolmente trascurano tale dottrina, facendosi ad esempio portatori di messaggi elettorali che includono la diretta approvazione o la liberalizzazione dell’aborto, in ogni sua forma. Al contrario, sarà un punto qualificante di un programma di governo l’intenzione di mettere esplicitamente a tema la battaglia contro l’aborto.

Proprio al fine di aiutare al meglio la difficile azione e la delicata posizione dei cattolici impegnati in politica, nel 2003 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato la Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, riprendendo le indicazioni di Evangelium vitae n. 73, in cui vengono esaminate le situazioni in cui i politici cattolici possono trovarsi, con i relativi orientamenti operativi. Vi si apprende ad esempio che laddove non sia possibile scongiurare una legge ingiusta, è lecito sostenere iniziative parlamentari che siano restrittive rispetto alla situazione vigente, a patto che il parlamentare cattolico faccia conoscere pubblicamente la sua posizione e che mantenga personalmente un comportamento limpido.<br>
Laddove invece si contribuisca a rendere più permissive leggi già ingiuste, o si introduca ex novo una legge contraria alla difesa della vita umana dove prima sussisteva un divieto, oppure si avvalori una legge eticamente ingiusta con il pretesto di rispettare il pluralismo della società, si abdica ai doveri della propria coscienza e si esce dalla comunione con la Chiesa.

Come precisava il 6 ottobre 2005 al Sinodo dei Vescovi il Card. Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, “i politici e i legislatori devono sapere che, proponendo o difendendo i progetto di legge inique, hanno una grave responsabilità e devono porre rimedio al male fatto e diffuso per potere accedere alla comunione con il Signore che è via, verità e vita” (Interventi dei Padri Sinodali nella ottava Congregazione Generale di venerdì mattina, ZENIT, 7 ottobre 2005; cfr. anche Si può dare la Comunione a chi nega i principi cristiani?No, risponde il Cardinale López Trujillo al Sinodo, ZENIT, 7 ottobre 2005).

La questione era stata sollevata nella stessa sede il 4 ottobre dall’Arcivescovo Mons. Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Facendo riferimento al numero 73 dell’Instrumentum Laboris del Sinodo sull’Eucaristia, aveva ricordato che “troppi si accostano al Sacramento senza aver riflettuto sufficientemente sulla moralità della loro vita”, aggiungendo che “alcuni ricevono la Comunione pur negando gli insegnamenti della Chiesa o dando pubblicamente supporto a scelte immorali, come l’aborto, senza pensare che stanno commettendo atti di grave disonestà personale e causando scandalo” (cfr. Il Sinodo affronta la questione della comunione a chi vota partiti pro aborto , ZENIT, 4 ottobre 2005).

Il tema è stato affrontato dai padri sinodali, essenzialmente per ribadire ulteriormente, in un tempo che per la sua profonda fragilità richiede particolare chiarezza sui valori di fondo, l’insegnamento millenario della Chiesa, in modo da offrire a tutti i fedeli aiuti sempre più mirati. Una caratteristica fondamentale del Magistero della Chiesa, infatti, è la sua costante valenza pedagogica e la sua cura per l’essere umano: anche laddove può sembrare “dura”, la retta dottrina è sempre un aiuto all’incertezza e alla debolezza umane, e un mezzo per perseguire il bene integrale dell’uomo che è anche condizione della sua felicità.

Dunque, quale è stato il motivo del clamore mediatico per le parole del Card. Trujillo e dell’Arcivescovo Levada? Perché tanta indignazione? Perché l’annuncio del presunto “irrigidimento” della Chiesa, che “vuole negare la comunione a chi sostiene l’aborto”? Non è qui il luogo per entrare in trattazioni teologiche sul significato dell’Eucarestia; basterà scorrere gli interventi del pontificato di Benedetto XVI per acquisire rapidamente un tesoro di spiegazioni a riguardo.

Qui è sufficiente precisare che “fare la comunione” non è nella Chiesa Cattolica un puro atto formale, o la “condivisione di un bel momento” con i fratelli nella fede, o un suggestivo ricordo della passione di Cristo a cui accede chi “si sente di farlo”, ma è il mistero in cui si incontra la presenza reale di Cristo, del Signore della vita e della famiglia. L’Eucaristia rinnova il “sacrificio della Sua vita, che in essa resta presente. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice, noi annunciamo la morte del Signore finché Egli venga, dice san Paolo” (cfr. Benedetto XVI, Omelia per l’apertura della XI assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi

Il Card. Lopez Trujillo ha efficacemente sintetizzato: “Si può permettere l’accesso alla comunione eucaristica a coloro che negano i principi e i valori umani e cristiani? La responsabilità dei politici e legislatori è grande. Non si può separare una cosiddetta opzione personale dal compito socio-politico. Non è un problema ‘privato’, occorre l’accettazione del Vangelo, del Magistero e della retta ragione! Come per tutti, anche per i politici e i legislatori vale la parola di Dio: ‘Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore indegnamente…, mangia e beve la sua condanna’ (l Cor 11,27.29)” Interventi dei Padri Sinodali nella ottava Congregazione Generale di venerdì mattina, ZENIT, 7 ottobre 2005).

È chiaro che questi argomenti appaiono forse troppo specialistici (o troppo profondi?) per la sete un po’ morbosa di scontri ideologici sui temi di bioetica che coglie talora il mondo dell’informazione, e a cui la gente si sta ormai abituando. Meglio sarebbe allora, invece di sollevare inutili polveroni, rispettare la volontà della Santa Sede di mantenere riservatezza e serietà riguardo ai lavori sinodali, e approfondire con onestà e coraggio le grandi sfide etiche e culturali che la società di oggi pone all’intelligenza dell’uomo.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org . La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]

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