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A proposito dei “dieci comandamenti di Roberto Benigni”

Non è la legge che rende felici, è l’Amore, è l’Amato. Lettera a colui che ha provato a spiegare le tavole della legge

La premessa fondamentale è Benigni va ascoltato e valutato come un “personaggio” – un comico e un letterato – che fa una sua lettura, non necessariamente condivisibile in toto nel contenuto, ma non per questo da buttare via, anche perché abbiamo tanto da imparare dalla forma. E sinceramente preferisco Benigni in prima serata che tanto dello trash televisivo vomitevole che troviamo in giro.

Come non ringraziare Benigni per la passione che ci ha messo nel narrare, raccontare e interpretare? – anche se non condivido tutto quello che ha detto, condivido il pathos con cui l’ha espresso.

Parlo da annunciatore della Parola, ma anche da uditore della parola, specie la parola di predicazione. Riconosco che il nostro primo errore grave è questo: parlare della Passione senza passione! Ma come si può?!! Come possiamo ridurci alla triste constatazione di Kierkegaard: un professore di teologia [o un predicatore] è uno che lavora perché un altro è morto?

In quante messe si vive – da credenti uditori – la “passione di Cristo”, non perché siamo dei mistici, ma perché patiamo omelie smorte che sanno di naftalina piuttosto che di freschezza evangelica?

Ricordiamoci il monito del grande Gregorio di Nazianzo: “Il bello non è più bello, quando non si riproduce in maniera bella”.

Come non compartire anche l’entusiasmo, quella parola magica che contiene tra le sue pieghe la menzione dell’«essere in Dio», “en-thous”, essere invasi, mossi e commossi dalla presenza di Dio.

L’entusiasmo è quella scintilla di bellezza – e quale vera bellezza non viene da Dio?! – che mettiamo in ogni parola. E solo il bello scatena lo splendore del vero e rende simpatico il volto del bene.

Penso a Gesù, ai giorni della sua vita terrena, all’esultanza – al contagio d’entusiasmo – di quella donna che in mezzo alla folla è esplosa in un sincero elogio… Si fa riferimento circa 36 volte nei sinottici all’autorevolezza di Gesù (exousia)… quanto manca questo nel nostro annuncio, noi scribi cristiani?

Alla narrazione “credulona” della biografia di Mosè, all’inizio ho storto il naso.… Ma poi ho pensato: facciamo sempre i troppo intelligenti… razionalizziamo tutto riducendo all’osso il racconto biblico credendo che solo noi abbiamo scoperto l’acqua calda. In realtà, il redattore finale del testo biblico era molto più intelligente di noi (e non solo perché ispirato) e ha fatto una scelta narrativa sapendo che il testo verrà primariamente raccontato, e poi successivamente spiegato. Il testo della Bibbia merita, non solo di ispirare sculture ed affreschi, ma anche una narrazione fresca che colpisce.

È quel senso di meraviglia da bambino che lodo in Benigni. Sapersi meravigliare! che dono spirituale amici! L’amico Chesterton diceva: “Il mondo non morirà per mancanza di meraviglie, ma per mancanza di meraviglia”.

È bello come Benigni metta in luce che Dio dona la legge, non per opprimere la vita, ma per farla fiorire. Le “dieci parole” sono “istruzioni per l’uso”, per liberare la libertà e realizzare la vita: renderla reale proprio perché realista.

È un “peccato” che tu non sia felice!! Se liberassimo la parola “peccato” dall’accezione arbitraria e moralistica, scopriremmo come Dio ci invita alla pienezza di cui quasi non osiamo sperare la realizzazione, quella di essere divinamente felici. Lo diciamo nel linguaggio di ogni giorno, quando perdiamo un’occasione: “che peccato”. Quanto più dobbiamo dirlo ogni volta che sprechiamo attimi di eternità remando contro la nostra gioia, la vera gioia!

Mi viene in mente il Dostoevskij di I fratelli Karamazov. Il grande romanziere, che in quel romanzo condensa la spiritualità cristiana, specie quella della tradizione ortodossa, scrive più o meno così: ‘Il comandamento di Dio per l’uomo è la felicità. Se arrivi ad essere veramente felice, puoi presentarti a Dio e dirgli: Signore, eccomi, ho adempiuto il tuo comandamento’.

Dopo tanti elogi vorrei però proporre tre puntualizzazioni.

Mi sei piaciuto tanto sia nel commentare la quinta parola, “non uccidere”, e la quarta, “onora il padre e la madre”. Anzi, ti devo confessare. Sentendo il quarto comandamento, sarà forse l’età, sarà la distanza (fisica) dai miei … mi sono pure commosso.

Non mi son piaciute però le accuse alla Chiesa a proposito del quarto e quinto comandamento. Malgrado i nostri tanti peccati, portiamo come cristiani un valore unico, irrepetibile, empiricamente introvabile sulla faccia della terra.

Ti parlo di tolleranza, di libertà di pensiero, di pluralismo, di perdono, di attività caritativa, di aspirazione mistica,… guarda caso, solo dove è passato il cristianesimo ora c’è democrazia. Se tu parli di amore, di libertà, di pace, di solidarietà, di felicità… volente e nolente, ne parli perché hai mangiato il pane di quella Chiesa… i miei mi hanno insegnato che non si lanciano sassi dal pozzo da cui si attinge l’acqua.

Quando hai parlato di castità, mi hai fatto ridere, ma di cuore! La battuta sui “preti che si tramandano la castità di padre in figlio” è proprio da te. Simpaticissima. Ma, anche qui, si rischia, con umore e sottilmente senza amore, di fare di tutta l’erba un fascio… Oltre alle caricature che hai evocato, ci sono figure eroiche, vere, persone che la castità la vivono come bellissima oblazione d’amore. Non vanno uccise o dimenticate, Roberto. Quelle foreste che crescono in silenzio non vanno segate per rumoreggiare su qualche albero che cade…

La parola castità, non è un’esclusiva dei preti e dei religiosi… e tu stesso hai parlato di una castità buona se “usata con moderazione”.

Mi dispiace per la tua esperienza negativa. Mi dispiace che ci sono ancora cristiani che pensino che l’unico peccato sia il de sexto. E che la telecamera del grande fratello divino inquadra perennemente i nostri genitali… Questa non è la nostra fede. E l’errore di giudizio di un individuo o di un gruppo di individui non dovrebbe sostituire e destituire un valore.

Condivido con te quello che un giovane francese durante un mio soggiorno di studio a Angers mi ha raccontato. Guillaume si definiva come un orco che consuma corpi femminili… e un giorno, non so come, gli capitarono tra le mani le catechesi di (san) Giovanni Paolo II sul corpo e la sessualità. Lì, quel ragazzo scoprì una bellezza, una prospettiva, un respiro che non avevo trovato in nessuno dei suoi sport estremi.

Credimi, solo un cuore casto sa amare e sa fare all’amore… e godere il piacevole frutto della gioia….

Hai sottolineato, quasi come un escamotage della Chiesa la suddivisione del 9 e 10 comandamento. Io invece ci vedo una grande coscienza e sensibilità saper distinguere tra donna degli altri e roba degli altri… anche qui, in tante culture la donna è un arredo come altri e si può comprare anche in tenera età (basta che ti fai un giro su internet per vedere certi obbrobri). Sono più che fiero che la mia Chiesa ne ha fatti due comandamenti distinti.

Concordando con te su tante belle interpretazioni, ti dico però che la Parola più bella che Dio ci ha detto non si trova lì scritta su pietra, ma scritta nella carne di Cristo. Cristo è il Logos, la Parola, appunto che Dio ci dà. Quella Parola fatta non di legge, ma di grazia; non di pietra, ma di carne. Ecco, «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». Lui è divenuto la nostra pace, ovvero, la riconciliazione tra di noi e con Dio. È questa la Parola più bella, la Buona Notizia che non richiama solo allo spettacolo, ma alla concretezza, a una vita quotidiana vissuta nella gioia di essere protagonisti della vera letizia che non è solo cabaret, della vera solidarietà che non è solo denuncia dell’ingiustizia, dell’impegno reale che non è strapagato, ma paga in prima persona.

Le dieci parole sono belle, ma il Logos è il più bello tra i figli dell’uomo. Non è la legge che rende felici, è l’Amore, è l’Amato: «la Legge fu data per mezzo di Mosè,la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto:il Figlio unigenito, che è Dioed è nel seno del Padre,è lui che lo ha rivelato (Gv 1,17-18).

Che spettacolo quella Parola! È letteralmente divina… letteralmente adorabile!

About Robert Cheaib

Docente di teologia presso varie università tra cui la Pontificia Università Gregoriana e l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Svolge attività di conferenziere su varie tematiche che riguardano principalmente la pratica della preghiera, la mistica, l’ateismo, il rapporto tra fede e cultura e la vita di coppia. Gestisce un sito di divulgazione teologica www.theologhia.com. Tra le sue opere recenti: Un Dio umano. Primi passi nella fede cristiana (Edizioni san Paolo 2013); Alla presenza di Dio. Per una spiritualità incarnata (Il pozzo di Giacobbe 2015); Rahamim. Nelle viscere di Dio. Briciole di una teologia della misericordia (Tau Editrice 2015); Il gioco dell'amore. 10 passi verso la felicità di coppia (Tau Editrice 2016); Oltre la morte di Dio. La fede alla prova del dubbio (San Paolo 2017).

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