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A Mar Musa, otto giorni di digiuno, preghiera e sakina

Per invocare il miracolo della riconciliazione per la Siria

di Chiara Santomiero

ROMA, venerdì, 23 settembre 2011 (ZENIT.org).- Otto giorni di digiuno, preghiera e sakina (la pace che Dio ispira all’anima), per “supplicare Dio l’Eccelso, Padre di Misericordia, per ottenere la riconciliazione tra i cittadini sulla base di una comune scelta per la non-violenza come unico metodo in grado di garantire una riforma duratura, senza scivolare nella guerra civile e il circolo vizioso della vendetta”: è questo l’impegno e l’appello della Comunità di Deir Mar Musa al Habasci, nella montagna siriana di Nebek.

Il monastero di Mar Musa costruito a circa 1300 metri di altezza in una zona semidesertica ad un’ottantina di chilometri a nord di Damasco risale al VI secolo. Restaurato a partire dal 1984 per iniziativa del padre gesuita Paolo Dall’Oglio, ospita oggi una comunità monastica dedicata alla preghiera e al dialogo interreligioso. La comunità accoglie ogni anno centinaia di visitatori e pellegrini ed è impegnata in progetti di attività casearie e di artigianato in collaborazione e a sostegno della comunità locale. Tutta questa attività e il paziente tessuto di relazioni tra comunità cristiana ed islamica è gravemente compromesso dalla situazione creatasi nel Paese con la repressione delle manifestazioni per il conseguimento di alcune riforme tra le quali una maggiore libertà di espressione e il rispetto dei diritti umani.

Da qui l’iniziativa di preghiera che avrà luogo da venerdì 23 a venerdì 30 settembre dando seguito all’invito di Benedetto XVI all’Angelus di domenica 7 agosto scorso che a proposito della situazione in Siria ha affermato: “Invito i fedeli cattolici a pregare, affinché lo sforzo per la riconciliazione prevalga sulla divisione e sul rancore. Inoltre, rinnovo alle Autorità ed alla popolazione siriana un pressante appello, perché si ristabilisca quanto prima la pacifica convivenza e si risponda adeguatamente alle legittime aspirazioni dei cittadini, nel rispetto della loro dignità e a beneficio della stabilità regionale”.

“Noi vi invitiamo a questi giorni di digiuno, preghiera e sakina – afferma la Comunità di Mar Musa – perché la nostra presa posizione non può concretizzarsi senza ascesi, senza esercizio del distacco da ogni interesse particolare in contraddizione col bene comune. Saranno giorni di incontro e di scambio di opinioni nella calma e il rispetto per la dignità di ogni individuo e delle sue opinioni”.

“Diamo il benvenuto – prosegue la nota che chiede di rimanere in contatto con il monastero anche spiritualmente e intellettualmente e attraverso la comunicazione via Internet – a tutti i fratelli e le sorelle, ai cittadini che intendono partecipare a questo tempo benedetto nei limiti delle loro possibilità. La vostra semplice visita sarà già molto cara al nostro cuore”.

Il miracolo della riconciliazione per la Siria: è questo che intende impetrare da Dio con l’aiuto di tutti la Comunità di Mar Musa. “Speriamo – afferma la nota – che tutti i nostri fratelli, amici e cittadini della Siria, di qualsiasi orientamento, ci accompagneranno in quest’atto di devozione. Piangiamo tutti i nostri “martiri”; essi sono nostri figli, fratelli e padri … Speriamo di toccare il cuore di tutti coloro che sono approdati all’uso della violenza, giustificandolo col pretesto della paura, dell’interesse, del dovere, della religione o dell’ideologia”. 

“Il nostro paese – sottolinea la comunità monastica – è ferito, e le anime sono piene di sentimenti di subita ingiustizia e di paura della persona altrui. Ognuno vede l’altro come un pericolo per la comunità, come un nemico della patria; gli è difficile riconoscerlo come un essere umano a lui simile, che ha gli stessi diritti e dignità, anche se li ha egli stesso snaturati”.

Tutto ciò non può non riflettersi sulla valutazione degli stessi eventi percepiti dalle parti in maniera opposta.

“L’estremismo ci travolge – prosegue la nota -, distrugge lo spazio per un possibile accordo nazionale nell’ambito della comune vita sociale e spinge le persone a dividersi anche all’interno della stessa casa, dello stesso monastero. Esso finisce col giustificare in ciascuno di noi, più o meno, in un modo o nell’altro, la violenza del campo al quale pensa di appartenere”. 

Preoccupata la domanda: “come uscire da questo vortice assassino, che snatura la nostra umanità comune? Come possiamo, d’un lato, realizzare, a favore di tutti, le riforme che alcuni auspicano, mantenendo, d’altro canto, gli aspetti positivi del passato ai quali altre persone restano attaccate? Come si potrà dialogare fra due parti che si considerano reciprocamente come bugiardi, come nemici della patria e dell’umanità?”.

“La riconciliazione ha, a nostro avviso – afferma la nota -, diverse porte, anche se sono anch’esse oggetto di dialogo e di negoziato”. L’auspicio è che si apra “la porta della libertà di espressione e di stampa, che cresca l’etica degli operatori del settore dei media, all’esterno e all’interno del paese”. Infatti “non è possibile sfuggire alla menzogna che attraverso la pluralità delle fonti d’informazione. Oggi, è effettivamente impossibile per qualsiasi paese, l’isolarsi dalla società globale. Dobbiamo quindi cercare un minimo di obiettività, attraverso la pluralità mediatica mondiale, pur essendo coscienti dei suoi limiti e reagendo contro di essi”.

La seconda porta è rappresentata “dal desiderio dell’uomo di raggiungere un livello di coscienza che gli permetta di risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza, nella maggior parte delle occasioni e delle situazioni. Perciò rifiutiamo qualsiasi proposta d’intervento straniero armato, come rifiutiamo qualsiasi escalation terrorista all’interno del paese, e così pure non possiamo accettare l’uso della violenza praticata per reprimere il movimento pacifico di rivendicazione democratica”.

Il popolo siriano ha bisogno del sostegno della comunità internazionale. Se tra iprincipi della Carta delle Nazioni Unite c’è quello del divieto di interferenza negli affari interni di un paese sovrano, tuttavia “noi consideriamo necessario unirgli un altro principio, quello della solidarietà globale per il bene di tutti i popoli e tutti gli individui”. “Alcuni di noi ritengono opportuno – prosegue la nota -, data la situazione nel paese, che debba essere organizzata una presenza di movimenti pacifisti provenienti da paesi amici, per aiutare il popolo siriano a realizzare la riconciliazione e la riforma, evitando il ciclo della guerra civile e della vendetta”.

Come conseguenza di quanto affermato “suggeriamo che il Governo siriano inviti il Comitato internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa assieme ad altre organizzazioni umanitarie internazionali non di parte (come il movimento mondiale degli scout,i movimenti gandhiani o le organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani) perché cooperino con le organizzazioni non governative siriane, al fine di raggiungere tre obiettivi: garantire il carattere pacifico delle manifestazioni; accompagnare i giornalisti per coprire gli avvenimenti; fornire la mediazione tra le parti in conflitto per comunicare e raggiungere la riconciliazione e la pace”.

La comunità suggerisce anche un logo, che riprende i colori nazionali della Siria, da apporre sulle camicie dei volontari pacifisti disegnato da una bambina siriana di Homs: “la sua cornice rossa rappresenta il nostro amore per la patria indivisibile. Il verde delle foglie d’olivo simboleggia la riforma pacifica che vogliamo. Le olive nere sono tutti i nostri ‘martiri’ e dicono il nostro impegno a prenderci cura dei loro figli”.

La nota si conclude con un appello a tutte le parti in causa: “Preghiamo Iddio di concedere al Presidente della Repubblica e al Governo siriano la saggezza e la lungimiranza necessarie a superare la crisi, per amore di patria e in spirito di sacrificio al suo servizio. Ci appelliamo a tutti i responsabili nelle file dell’opposizione, nelle sue varie componenti, perché scelgano l’impegno nella non violenza, a qualunque costo. Preghiamo per tutti i cittadini siriani, tanto all’interno del paese come emigrati, e per tutti gli amici della Siria, perché ciascuno di noi comprenda e faccia il proprio dovere in questo momento difficile, fuori da ogni partigianeria confessionale o ideologica”. Non in nome dell’indifferenza delle appartenenze, ma perché “tutti apparteniamo gli uni agli altri”.

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