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A Loppiano Lab si discute “l’economia del noi”

Un migliaio di partecipanti da associazioni, onlus, aziende, start up negli oltre 10 laboratori e focus organizzati durante la manifestazione

Centinaia di associazioni, onlus, aziende, start up e buone pratiche che costituiscono lo scheletro relazionale e sociale del nostro Paese sono state ieri al centro di LoppianoLab negli oltre dieci laboratori e focus che hanno raccolto oltre un migliaio di partecipanti. Oggi, la manifestazione organizzata dai Focolari nella cittadina toscana, ha invece registrato l’incontro “Economia, comunicazione, unità: i 25 anni dell’Economia di Comunione e i 60 anni di Città Nuova”.

Tra gli interventi: gli economisti Stefano Zamagni e Luigino Bruni, Jesús Morán, copresidente Focolari, Fabio Colagrande, Radio Vaticana, Eva Gullo, presidente EdiC spa, Giulio D’Onofrio, docente di Filosofia Medievale, Luca Gentile, Città Nuova.

“Tu solo puoi farlo, ma non puoi farlo da solo” era lo slogan della Fondazione di Comunità San Gennaro onlus che da anni opera nel Rione Sanità di Napoli per il recupero culturale di giovani e comunità, potrebbe valere anche per la giornata odierna a LoppianoLab dedicata al lavoro e alla vitalità delle centinaia di associazioni, persone, imprese, comunità che si prendono cura giorno dopo giorno delle aree di fragilità del nostro Paese.

L’appuntamento centrale della manifestazione: “Povertà – La povertà delle ricchezze e la ricchezza delle povertà”, ha dato voce al fitto sottobosco di organizzazioni micro e macro ancora troppo nascoste, ma con un’incidenza capillare sul territorio che sta portando soluzioni che spesso sfuggono o non possono essere sostenute dall’istituzione pubblica.

In rappresentanza delle numerose reti di cittadini, organizzazioni e imprese che si riconoscono nelle svariate forme dell’economia civile e di comunione, LoppianoLab ha dato voce alle Officine dei Talenti onlus che a Napoli e nel casertano si occupa di inserimento lavorativo di ragazzi svantaggiati; all’Associazione Bambini Cerebrolesi Sardegna, che si batte per il diritto di vivere e curarsi in famiglia.

C’è poi la buona prassi della Provincia di Trento dove la sinergia tra istituzione e società civile rappresenta un modello vincente in risposta all’emergenza profughi, gestita valorizzando le risorse e le relazioni sul territorio. Uscendo dal panorama nazionale c’è poi il Village St. Joseph, comunità d’accoglienza per persone disagiate che opera in Francia seguendo anche la fase di reinserimento sociale.

“La vita sociale, economica e umana è un gioco di squadra; – ha affermato l’economista Leonardo Becchetti – chi scende in campo da solo ha già perso. Siamo bravissimi nei nostri microcosmi, ma è arrivato il momento di uscire allo scoperto e farci conoscere perché il livello culturale delle nostre società si sta impoverendo”.

Tra i laboratori di ieri si segnala anche quello sulle ricchezze dell’Islam: due ore di formazione, informazione e per molti di scoperta di quel milione e mezzo di musulmani che vive in Italia. “È il momento che i musulmani entrino nelle chiese e i cristiani nelle moschee”, ha detto la teologa Shahrzad Houshmand intervenuta all’evento, “se viviamo in pieno la nostra comune identità, quella umana, non avremo più paura. Siamo tutti fratelli davanti a Dio”.

Michele Zanzucchi, direttore di Città Nuova e autore del volume “L’Islam spiegato ai chi ha paura dei musulmani” espone la sfida di questi tempi: “Al dialogo tra istituzioni e tra studiosi occorre affiancare quello del popolo e della vita”. Maurizio Certini, con l’esperienza più che trentennale del Centro La Pira di Firenze conferma che una società veramente integrata si costruisce solo con rapporti quotidiani, di amicizia concreta. Brahim Baya, dell’Associazione islamica Alpi di Torino punta tutto sui giovani: è fondamentale educarli al valore del dialogo per costruire una società fraterna. E Izzedin Elzir, presidente Ucoii mette in guardia da una comunicazione fuorviante: “Abbiamo bisogno di rieducarci, di ritrovare una responsabilità condivisa: chi fa male al mio prossimo, fa male anche a me”.

Povertà di relazioni:  Com’è la nostra vita personale e sociale? Sono un esperto di relazioni o un analfabeta? Si è trattato di un dialogo a tutto campo, una riflessione a più voci su presente e futuro di famiglie, social, comunità, politica, religione con l’aiuto di esperti quali Ezio Aceti, psicologo infantile e collaboratore di Famiglie Nuove; Chiara D’Urbano, psicoterapeuta; Lucia Fronza Crepaz, formatrice politica.

Quando i giovani contano “Non sono solo il futuro d’Italia, ma il presente: operativo, preparato, produttivo”, Alberto Frassineti co-fondatore della Scuola di Economia Civile del Polo Lionello Bonfanti definisce così i dieci under 30 che raccontano professioni e progetti di vita ispirati alla passione per il proprio Paese e al progetto di Economia di Comunione. Start Up come Pilvi di Chiara Pancino, che produce moda per l’infanzia a carattere equosolidale, o la Management Technologies srl di Fabio Bruno che ha scelto di mettere nel proprio statuto i principi di Economia di Comunione; Maria Chiara Cefaloni, 24 anni, coordinatrice delle campagne Slotmob contro il gioco d’azzardo; Gregorio Pellegrino, consulente informatico, che ha portato anche all’ONU il suo progetto di formazione all’editoria digitale. Non poteva mancare l’impegno politico con Cristina Guarda, consigliere della Regione Veneto e Marco Titli, consigliere di circoscrizione a Torino.

La periferia al centro: Non solo sinonimo di disagio esistenziale, abusivismo edilizio, degrado sociale: le periferie si rivelano luoghi di creatività, umanità, progettualità. Il giornalista Silvano Gianti fotografa la vita nel quartiere Carruggi di Genova, con le  storie e i volti di quanti conducono una vita ai margini, ma animata da una profonda sete di riscatto.

Gli fa eco Renato Natale, sindaco di Casal di Principe (CE), con il suo impegno, prima come medico, poi come primo cittadino per sanare le ferite di una terra di camorra. Carlo Cellammare, urbanista dell’Università di Roma, racconta “il vero volto” di Tor Bella Monaca, periferia romana sinonimo di abbandono, ma in realtà ricco di relazioni, di persone e iniziative attente al bene comune.

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