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A Garissa, cristiani e musulmani uniti per promuovere il dialogo

Tra i cristiani rimane la paura di essere nel mirino dei fondamentalisti. Lo confermano i leader delle Chiese keniane, esortando a vigilare sui giovani e non predicare l’odio religioso

La strage del 2 aprile nel campus dell’Università di Garissa, che ha visto la morte di 147 persone per mano del gruppo islamista somalo al-Shabaab, non ha frenato gli animi dei cristiani e dei musulmani del Kenya, ma anzi ha rafforzato la loro volontà di collaborazione per la lotta al terrorismo e per la pace.

I rapporti tra le due comunità continuano infatti ad essere fecondi, come ha affermato all’agenzia di informazione cattolica africana Canaa mons. Joseph Alessandro, vescovo coadiutore della città teatro della tragedia di undici giorni fa.

Le cronache di questi ultimi anni parlano di crescenti tensioni tra musulmani e cristiani nel Paese, legate al diffondersi del fondamentalismo religioso. Ma, secondo mons. Alessandro, questo non è il caso di Garissa, dove da tempo si promuovono iniziative di dialogo interreligioso.

“Le scuole cattoliche sono aperte alle famiglie musulmane e l’assistenza umanitaria fornita dalla Chiesa è aperta a tutti”,  ha detto il presule, riferendo che pochi giorni dopo l’attentato i leader del Consiglio Supremo dei musulmani del Kenya (Supkem), organismo che riunisce tutte le organizzazioni musulmane del Paese, hanno compiuto una visita al vescovado per esprimere solidarietà alla Chiesa e per dissociarsi dal sanguinoso attacco compiuto dai miliziani di al-Shabaab.

Nell’animo dei cristiani del Kenya resta tuttavia la paura, data soprattutto dalla sensazione di essere nel mirino dei fondamentalisti islamici. A confermarlo sono i leader delle Chiese keniane in una dichiarazione congiunta diffusa in questi giorni. Nel testo si legge: “La strage di Garissa è l’ennesimo caso di keniani presi di mira per la loro religione. Per diversi mesi abbiamo visto con orrore il nostro gregge attaccato nei luoghi di culto — cittadini keniani innocenti trucidati perché credono in Cristo — e a tentativi deliberati di cacciarli da alcune regioni del Paese”.

“Il massacro di cristiani in Kenya deve finire e devono finire gli insulti contro le altre religioni”, afferma con forza la dichiarazione, “dobbiamo imparare a tollerarci quale che sia la nostra affiliazione religiosa o provenienza”.

Dopo avere chiamato in causa le responsabilità del Governo di Nairobi, oggetto di dure critiche per non avere saputo evitare l’attacco, i leader cristiani esortano quindi tutte le famiglie keniane a vigilare sull’educazione dei giovani affinché non vengano attirati dalle sirene del fanatismo religioso. Infine, lanciano un appello ai rappresentanti delle diverse religiosi a “desistere da ogni insegnamento, predicazione e propaganda dell’odio confessionale”.


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