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A 50 anni del “Patto delle Catacombe”. Per una Chiesa “serva e povera”

Da Dom Helder Camara a Oscar Romero, fino alla “Chiesa povera per i poveri” di Papa Francesco. Un convegno a Roma per commemorare l’evento

“La Chiesa cattolica è Chiesa di tutti ma soprattutto dei poveri”. In molti penseranno che si tratti di una delle riflessioni che stanno segnando il magistero di Papa Francesco, il quale costantemente richiama l’attenzione della Chiesa verso i più poveri e verso tutti coloro che hanno bisogno di soccorso cristiano e di un riferimento saldo e paterno. In verità, queste parole risalgono agli anni ’60 del ‘900 quando Papa Giovanni XXIII ispirandosi al Servo di Dio Dom Hélder Camara, a un mese dall’inizio del Concilio, in un radiomessaggio disse: “In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

Arcivescovo di Olinda e Recife nel Nordest brasiliano – regione tra le più povere del mondo – dom Helder Camara è stata una delle figure più rappresentative del cattolicesimo del XX secolo tanto che Bartolomeo Sorge, gesuita italiano ed esperto di dottrina sociale della Chiesa, lo colloca tra quei testimoni coraggiosi che hanno traghettato la Chiesa nella stagione del Concilio mantenendosi fedeli alla parola del Vangelo che in quegli anni era posta al centro di una storica opera di aggiornamento e di rinnovamento per l’intera famiglia cristiana.

Il vescovo brasiliano amico dei poveri, morto nel 1999, ha vissuto tutta la sua vita nei termini di una missione profetica caratterizzata da una vibrante passione per i poveri. Questa passione darà origine a un organico movimento di pensiero che, a partire dal Concilio Vaticano II, ha spinto la riflessione e l’azione della Chiesa cattolica a ritrovare un coerente impegno di solidarietà con i popoli oppressi e a formulare quella che sarà chiamata “opzione preferenziale dei poveri”, formatasi nella prima sessione del Concilio per ispirazione del prete operaio Paul Gauthier e della religiosa carmelitana Marie-Thérèse Lescase e dall’arcivescovo di Olinda e Recife, Hélder Pessoa Câmara, ritenuto “uno dei campioni nella lotta per la giustizia e la pace del ventesimo secolo”.

Tutto questo verrà suggellato nel cosiddetto “Patto delle Catacombe”, firmato segretamente il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II. Proprio in questi giorni a Roma, per iniziativa dell’Istituto di teologia e politica di Monaco (Germania), in collaborazione con il gruppo “Pro Konzil”, si sta svolgendo una lunga “convention” per commemorare l’anniversario dell’evento che vide 42 padri conciliari (ai quali si unirono successivamente altri 500 vescovi) celebrare una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù nel nome di una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito papa Giovanni XXIII. 

I firmatari, la maggior parte erano brasiliani e latinoamericani, con questo “patto” stretto in uno degli epicentri della cristianità occidentale, si impegnarono a vivere in povertà, rinunciando a tutti i simboli o ai privilegi del potere per porre i poveri al centro del loro ministero pastorale. Uno dei firmatari e propositori del Patto fu proprio il Bispinho Dom Helder Câmara, la cui opera oggi – a distanza di sei anni dalla morte – continua a interrogare la Chiesa. Profetiche, in tal maniera, sembrano le sue parole, tra l’altro in linea con la magistrale opera di riforma messa in atto da Papa Francesco in questi tre anni di pontificato, più volte e da più parti posta in discussione e minata nell’intento: “Affinché la Chiesa sia serva come Cristo – egli scriveva – affinché non offra al mondo lo scandalo di una Chiesa forte e potente che si fa servire, la Curia va riformata […] Le spese scenderebbero moltissimo”. Certamente, queste riflessioni riportano alla memoria le parole sussurrate all’orecchio del neo papa Bergoglio da un cardinale elettore nel mezzo della Cappella Sistina, “non dimenticarti dei poveri” e si sommano alla lectio magistralis della enciclica sociale, Laudato Si’, pubblicata il 24 maggio scorso, e indirizzata dal Papa ai “potenti” della terra.

La prospettiva sociale della Chiesa, oggi celebrata nella memoria del Patto delle Catacombe, si inserisce nel pensiero di Papa Francesco, il quale sovente è stato accusato di essere un “Papa politicante” che si serve di pauperismi pseudo marxisti e di essere condizionato da una tendenza politica di sinistra, come se il Vangelo fosse un manifesto politico lontano dai validi valori cristiani. Evangelizzazione, liberazione e promozione umana sono i capisaldi del pensiero di Dom Helder Câmara ma anche di Monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo 1980 dagli “squadroni della morte”, sicari di una estrema destra spietata. Queste due personalità della Chiesa latinoamericana del ‘900 si pongono in qualche modo alla base del magistero petrino bergogliano, che spesso sembra volgere lo sguardo a Puebla, Messico, alla terza Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano (22 gennaio – 16 febbraio 1979), incentrata sul tema: “L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina”.

Il Patto delle Catacombe “è più importante oggi di 50 anni fa, perché allora eravamo rassegnati, il Concilio non aveva parlato molto della Chiesa dei poveri”, ha dichiarato stamattina monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, durante la conferenza stampa a conclusione della messa commemorativa nelle Catacombe di Domitilla.

Il 92enne presule, unico “superstite” italiano tra i padri conciliari, ha poi aggiunto: “Io penso che allora abbiamo messo un seme sotto terra. Dentro la terra nessuno vede il seme ma poi questo seme esce dalla terra, cresce, genera dei fiori e dei frutti, per i quali oggi ringraziamo il Signore”.

“Ed oggi credo che, dal Cielo, i 40 vescovi firmatari saranno molto contenti di vedere che il seme che loro hanno piantato con molta semplicità, oggi porta questo grande frutto”, ha poi concluso monsignor Bettazzi.

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