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27 gennaio: la Memoria che non deve morire

Ieri, a Roma, un incontro e un concerto con le testimonianze di Israel Meir Lau, Rabbino Capo askenazita emerito di Israele, e di Sami Modiano, sopravvissuto di Auschwitz

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa, in marcia verso Berlino, abbatterono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Vi trovarono quasi 7mila prigionieri abbandonati ancora in vita, ma in condizioni terribili (un terzo morì nei giorni successivi). Nel 2000 l’Italia scelse quella data per ricordare ogni anno la Shoahe tutti coloro che furono perseguitati dal regime nazista e da quello fascista perché ebrei o perché oppositori del progetto di annientamento di un intero popolo. A loro volta nel 2005 le Nazioni Unite hanno votato l’istituzione di una Giornata annuale della Memoria, fissata sempre il 27 gennaio, perché non si perda il ricordo della Shoah, anche per far sì che quanto successo non si ripeta. Purtroppo questa è solo una speranza, non una certezza e quanto oggi accade nel mondo non spinge all’ottimismo.

Due brevi testimonianze per non dimenticare. La prima l’abbiamo ascoltata ieri dal sopravvissuto Sami Modiano, durante l’incontro presso l’Auditorium Antonianum organizzato dalla Comunità ebraica di Roma in onore di Israel Meir Lau, Rabbino-capo askenazita emerito di Israele.

“Nel 1938 – ha raccontato Modiano – avevo da poco iniziato la terza elementare nella scuola pubblica dell’isola di Rodi, allora sotto dominio italiano. Mi piaceva andare a scuola, ero anche bravo. Una mattina vengo chiamato dall’insegnante. Pensavo che volesse interrogarmi, ero contento, ben preparato. Ma l’insegnante con voce mortificata mi disse: Sami Modiano, sei espulso dalla scuola. Mi sentii confuso, come se il mondo mi crollasse addosso. Incominciai a piangere. Perché? L’insegnante mi mise una mano sul capo: Non hai commesso niente di male. Va’ a casa. Tuo padre ti spiegherà. Singhiozzando andai a casa. A casa – ha proseguito – papà mi spiegò di Mussolini e delle Leggi razziali, ma io non capivo, mi rifiutavo di capire. Non ero diverso dagli altri miei compagni. Però quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. Quella sera mi addormentai come un ebreo”. 

Dell’incontro presso l’Auditorium Antonianum protagonista è stato il Rabbino Lau, che davanti ad alcune centinaia di studenti di licei romani si è chiesto perché il mondo (“Leaders politici, leaders religiosi, la stampa mondiale) abbia scelto per lunghi anni di restare in silenzio, voltando la testa dall’altra parte. Eppure Hitler già nel 1923 aveva scritto il Mein Kampf, nel 1933 era stato eletto cancelliere “non da barbaru, ma da filosofi, intellettuali”. Poi le leggi razziali, la ‘Notte dei cristalli’ ( “fatta per colpire il popolo ebraico in ciò che aveva di più intimo… furono distrutte più di mille sinagoghe, uccisi 3000 ebrei, deportati in 30mila ), poi i campi di concentramento, quelli di sterminio: “L’Olocausto non incominciò il primo settembre 1939, quando incominciò la Seconda Guerra Mondiale”.

Del Rabbino Lau è appena stato tradotto in italiano e pubblicato da Gangemi Editore un libro che consigliamo a tutti di leggere, “Dalle ceneri alla storia”, un testo che nella prima parte racconta l’Olocausto visto con gli occhi di un bambino (lui stesso, deportato a Buchenwald a 7 anni, con il fratello Naftali, che lo protesse e lo salvò) e nella seconda rievoca tra l’altro i tanti ricordi di incontri internazionali (anche con Giovanni Paolo II) avuti da Rabbino-capo askenazita di Israele.

Dal testo riproduciamo un brano particolarmente significativo, che si lega naturalmente all’episodio già citato e narrato da Sami Modiano: «Anche oggi mi rendo conto che le peggiori difficoltà che ho dovuto sopportare durante l’Olocausto non furono la fame, il freddo o i maltrattamenti, bensì le umiliazioni subite. E’ difficile, se non impossibile, rassegnarsi all’impotenza e dover subire un oltraggio ingiustificato. L’impotenza è concatenata con la mortificazione. Durante gli anni della guerra mi martellava in testa una parola polacca – dlaczego, perché?  Come mai? Che cosa avevamo fatto per scatenare una tale furia distruttiva? Quanto erano gravi i nostri crimini per dover subire una punizione simile? Non c’era risposta, se non questa: noi siamo ebrei e loro, i nazisti, vedevano in noi la causa di tutti i mali».

All’incontro di ieri erano presenti anche il Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni, il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, gli ambasciatori di Israele presso la Santa Sede, di Armenia (presenza molto significativa dal punto di vista storico a causa del genocidio patito nel 1915), il vice-ambasciatore di Francia. La sera è seguito poi il ‘Concerto per il Giorno della Memoria’ all’Auditorium Parco della Musica.

Aperto da Renzo Gattegna, presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, il concerto ha presentato “il miracolo della musica composta nei lager”: un vero e proprio avvenimento, reso possibile soprattutto dal grande impegno del pianista e direttore d’orchestra Francesco Lotoro nel ricercare con tenacia gli spartiti delle musiche scritte nei campi di concentramento.

Tra l’iniziale “Qui in questa terra” – testo di dolore di donne ebree deportate sulla musica struggente composta da Samuel Cohen nel 1888 e divenuta inno nazionale di Israele – e il conclusivo Bezet Israel (il Salmo dell’uscita di Israele dall’Egitto, cantato normalmente durante la Pasqua ebraica) si sono potuti ascoltare brani malinconici, di lotta, anche cabarettistici e ninne nanne per bambini, a ricordare l’umanità di un popolo che, anche oppresso, trovava la forza di cantare la normalità della vita di ogni giorno.

Tra i solisti alcuni nomi noti internazionalmente come la cantante e attrice tedesca Ute Lemper, il virtuoso di violino Roby Lakatos e la 26enne violinista lecchese di grande talento Francesca Dego (di mamma ebrea, perse 46 familiari nella Shoah). 

Fonte: Rosso Porpora

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